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Lavoro, l'Italia rischia di restare a corto di forze attive. Senza l'ingresso di donne e giovani perderemo 5 milioni di occupati da qui al 2050

Lo studio di Randstad suggerisce anche di prendere in considerazione il reinserimento degli anziani, come avviene in altri Paesi: si favorirebbe l'invecchiamento attivo. Solo se ci avviciniamo ai tassi di attività di Germania o Svezia il sistema Italia rimarrà sostenibile
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ROMA - Tra dieci anni non potremo più permetterci di tenere "parcheggiati" giovani e donne come avviene adesso nel mercato nel lavoro. E non sarà più sostenibile (già non lo è adesso) neanche l'attuale tasso di lavoro irregolare del 12,9%, ben superiore alla media Ue dell'11,6% ma soprattutto a quello di Paesi come Francia (8,8%) o Germania (4,4%) ma anche Portogallo (6,6%). Perché si stanno svuotando le classi centrali di età dei lavoratori: nel 2030, a causa della riduzione delle nascite e della popolazione, perderemo in totale il 5,40% dei lavoratori, nel 2050 il 21,2%. Se non vogliamo rimanere con un mercato del lavoro asfittico, che nel 2050 conterà poco più di 18 milioni di lavoratori, contro i 23 attuali, dobbiamo far crescere il tasso di occupazione, facendolo arrivare almeno a quello della Ue, calcola uno studio di Randstad. O meglio ancora della Germania, o della Svezia.

ROMA - Tra dieci anni non potremo più permetterci di tenere "parcheggiati" giovani e donne come avviene adesso nel mercato nel lavoro. E non sarà più sostenibile (già non lo è adesso) neanche l'attuale tasso di lavoro irregolare del 12,9%, ben superiore alla media Ue dell'11,6% ma soprattutto a quello di Paesi come Francia (8,8%) o Germania (4,4%) ma anche Portogallo (6,6%). Perché si stanno svuotando le classi centrali di età dei lavoratori: nel 2030, a causa della riduzione delle nascite e della popolazione, perderemo in totale il 5,40% dei lavoratori, nel 2050 il 21,2%. Se non vogliamo rimanere con un mercato del lavoro asfittico, che nel 2050 conterà poco più di 18 milioni di lavoratori, contro i 23 attuali, dobbiamo far crescere il tasso di occupazione, facendolo arrivare almeno a quello della Ue, calcola uno studio di Randstad. O meglio ancora della Germania, o della Svezia.

Infatti già con l'attuale tasso Ue di occupazione (74,6%,contro il nostro che è faticosamente arrivato al 65,7%) nel 2050 i lavoratori arriverebbero a 21,3 milioni. Con il tasso tedesco (79,8%) si supererebbe di poco il livello attuale, 23,7 milioni. E con il tasso svedese (83,6%) si arriverebbe addirittura a 25 milioni, un picco che già adesso, con una popolazione di gran lunga superiore rispetto alle previsioni del 2050, rimane un miraggio. Se si fa lo stesso calcolo su oggi e sul 2030 i risultati sono ancora migliori: con lo stesso tasso di occupazione della Germania, gli occupati adesso sarebbero 30 milioni; con quello della Svezia, 31,5 milioni. Nel 2030 in Italia, con i tassi di occupazione attuali dell’Ue, della Germania o della Svezia gli occupati sarebbero rispettivamente 25,6 milioni, 28,7 milioni o 30 milioni.

Come avvicinarci allora al livello degli altri Paesi? Randstad Research suggerisce intanto di attingere a un potenziale nascosto ma ben noto, quello del lavoro non dichiarato: ben 2,6 milioni i lavoratori sommersi che, riportati nella regolarità, potrebbero controbilanciare il tasso di inattività. Ma bisogna anche coinvolgere nel lavoro, oltre le donne, i giovani, gli uomini esodati, e persino gli anziani, considerando che il numero di ultrasettantenni è destinato a crescere dai 10,5 milioni attuali a 15,4 nel 2050, ma "l’Italia fa ancora troppo poco per l’invecchiamento attivo", suggerisce lo studio.

"Per favorire l’incremento occupazionale e produttivo del nostro Paese ci sono diverse leve su cui agire - afferma Alessandro Ramazza, direttore di Randstad Research -, dall’aumento della spesa per l’istruzione e la formazione, alla ricerca di nuove opportunità per gli inattivi". A cominciare dalle donne (attualmente il tasso di occupazione femminile è al 56,7%, quasi 20 punti percentuali più basso di quello maschile), e dai Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di apprendistato: si calcola che siano tre milioni, un numero enorme che va sicuramente ridotto perché rappresentano un problema sociale, oltre che economico.

Il rapporto accende un faro anche sui settori dove sarebbe prioritario intervenire subito per ridurre le sacche di lavoro irregolare: si tratta innanzitutto dell'agricoltura, con un tasso del 36,3%, costruzioni (18%), servizi (14,7%). E c'è la voce "altri servizi alla persona" che include soprattutto il lavoro domestico, al 46,5%: in quel caso a pesare è anche la difficoltà della regolarizzazione degli immigrati, che costituiscono la maggioranza dei lavoratori domestici. Anche l'ultimo decreto flussi ha escluso la categoria, nonostante le proteste delle organizzazioni datoriali.