Il richiamo di Bruxelles: “Così potreste perdere il 30% dei fondi”
dal nostro corrispondente Claudio Tito , dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES – L’allarme è scattato martedì scorso. Non in una sede istituzionale. E nemmeno a Bruxelles. Ma a Roma, a un passo da San Pietro, nella storica Villa Miani. A margine del Forum organizzato da Confcommercio si parlano riservatamente il ministro per gli Affari Ue, Raffaele Fitto, e Marco Buti, il capo di gabinetto del commissario italiano all’Economia, Paolo Gentiloni. Un colloquio da cui l’esponente del governo non è uscito per niente tranquillo. Il messaggio è stato chiaro: sul Pnrr le cose non vanno bene. Soprattutto non va bene che l’Italia non presenti il Piano revisionato entro il mese di aprile.
Buti, che a fine mese lascerà il suo incarico in Commissione (sostituito da un uomo di Banca d’Italia, Fabrizio Balassone), ha cercato soprattutto di fornire all’esecutivo italiano un consiglio disinteressato. Cercando di spiegare quante perplessità ci siano negli uffici tecnici di Bruxelles sul…
BRUXELLES – L’allarme è scattato martedì scorso. Non in una sede istituzionale. E nemmeno a Bruxelles. Ma a Roma, a un passo da San Pietro, nella storica Villa Miani. A margine del Forum organizzato da Confcommercio si parlano riservatamente il ministro per gli Affari Ue, Raffaele Fitto, e Marco Buti, il capo di gabinetto del commissario italiano all’Economia, Paolo Gentiloni. Un colloquio da cui l’esponente del governo non è uscito per niente tranquillo. Il messaggio è stato chiaro: sul Pnrr le cose non vanno bene. Soprattutto non va bene che l’Italia non presenti il Piano revisionato entro il mese di aprile.
Buti, che a fine mese lascerà il suo incarico in Commissione (sostituito da un uomo di Banca d’Italia, Fabrizio Balassone), ha cercato soprattutto di fornire all’esecutivo italiano un consiglio disinteressato. Cercando di spiegare quante perplessità ci siano negli uffici tecnici di Bruxelles sul percorso scelto da Palazzo Chigi. E quanti dubbi stiano maturando anche a livello politico. Dubbi e preoccupazione.
Il punto è sempre lo stesso: il grado di affidabilità che il governo Meloni trasmette ai partner europei. Bassissimo. E nel caso specifico per una questione che solo apparentemente è tecnico-burcratica. Negli “Orientamenti sui piani per la ripresa e la resilienza nel contesto del RepowerEu” stilati a febbraio dalla Commissione europea per illustrare agli Stati membri come e quando presentare le riformulazioni, c’è un passaggio che l’Italia ha deciso di sfruttare a suo vantaggio. Un'ambiguità che gli uffici di Palazzo Berlaymont, sede della Commissione, non avevano valutato in relazione alle capacità causidiche della politica del nostro Paese. Si invita, infatti, a presentare il nuovo Pnrr entro aprile - quindi entro la prossima settimana - e nello stesso tempo si indica un termine finale nel 31 agosto.
«Gli Stati membri - si legge - sono vivamente incoraggiati a presentare il Prr modificato entro aprile 2023, prima del termine legale del 31 agosto 2023». E poi si aggiunge come monito finale: «Gli Stati membri sono fortemente incoraggiati a non presentare alcun Pnrr modificato dopo il mese di agosto 2023, in quanto altrimenti non vi sarà alcuna garanzia che il processo di valutazione e adozione possa concludersi in tempo utile per la firma degli accordi di finanziamento e/o prestito entro il 2023». Il rischio è perdere il 30 per cento dei fondi.
Il punto è che l’Italia ha già deciso di andare direttamente ad agosto. Un segnale che nell’esecutivo europeo è stato recepito come un ulteriore guanto di sfida. Già sul Mes, Balneari e riforma del Patto di Stabilità Palazzo Chigi è costantemente in rotta di collisione con Palazzo Berlaymont. Ora anche sul Pnrr che è stato studiato - di fatto - per aiutare il nostro Paese. «Stiamo facendo tutto per voi - è il messaggio - vi chiediamo di farci avere le correzioni ad aprile e voi ci rispondete agosto appellandovi al termine burocratico ultimo». Per di più i dubbi sull’efficienza della squadra che si sta occupando del Piano vanno via via crescendo. La scelta di concentrare alla presidenza del consiglio la cabina di regia viene considerata perlomeno poco efficiente. E l’opzione temporale “lunga” fa sospettare che la si possa scavallare e perdere appunto il 30 per cento dei fondi.
Da tenere presente che i progetti già definiti ammontano a 67 miliardi (23 in sussidi gratuiti e 44 in prestiti) ma quelli nuovi valgono circa 125 miliardi (47 in sussidi e 78 in prestiti). Un bel po' di lavoro. Soprattutto rappresentano un turbo per l’economia italiana: senza i soldi del NextGenerationEu, gli investimenti italiani si attesterebbero sui 67 miliardi di euro contro 191. Per di più, per finanziare quei 67 miliardi attraverso i titoli di Stato, si pagherebbero interessi per 2,7 miliardi l’anno. Mentre con i fondi del Recovery a tasso agevolato, si pagano interessi annuali per meno 2,5 miliardi ma con un investimento di oltre 191 miliardi. Non c’è partita dal punto di vista del risparmio e della crescita: il volano è triplo. Senza contare che il Tesoro riduce di 67 miliardi il ricorso al mercato con un effetto su debito pubblico e dinamica dei tassi.
Naturalmente le conseguenze sul pil nel medio termine dipendono dalla bontà dei progetti e dalla loro concreta attuazione. Circostanze su cui i “tecnici” di Bruxelles più volte hanno, a dir poco, alzato il sopracciglio. Del governo Meloni non si fidano.