ROMA - La maxidetrazione fino a 10mila euro annunciata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sarebbe un aiuto consistente per le famiglie con figli, soprattutto per quelle che hanno un reddito alto abbastanza da poterne trarre un vero beneficio. Ma con un costo insostenibile per il bilancio pubblico: 88 miliardi l’anno, calcolano gli analisti di Izi spa. Dove reperire le risorse, da tagli ancora più consistenti delle misure destinate ai più poveri? Già adesso le famiglie incapienti o a basso reddito subiscono le conseguenze di tagli come il mancato rifinanziamento del Fondo di sostegno alle locazioni, potenziato nel 2021 e nel 2022 con una dotazione annua di oltre 300 milioni ma abbandonato con l’ultima legge di Bilancio. Azzerato anche il Fondo per morosità incolpevole. Una scelta del governo Meloni che sta costando cara alle famiglie, in sempre maggiore difficoltà economica, tanto che molti sindaci stanno cercando di intervenire con fondi locali ad hoc, che però vanno a beneficio solo di chi vive nelle città più ricche.
Penalizzati sotto il fronte del sostegno agli affitti anche una parte dei percettori del reddito di cittadinanza. La riforma infatti prevede che i percettori del Gal (l’assegno ridotto che verrà versato solo per 12 mesi ai cosiddetti occupabili) perderanno anche la quota per l’affitto, che prima affiancava il reddito di cittadinanza. E per sopravvivere potranno solo sperare che funzionino finalmente le politiche attive di reinserimento, che finora hanno dimostrato di non essere in grado di reinserire nessuno, tanto meno i più fragili e i meno qualificati. La riforma permetterà allo Stato di risparmiare 3 miliardi, privando però i più deboli del tutto o in parte del sostegno.
Se il taglio del reddito e del Fondo affitti colpiscono le famiglie povere, ci sono poi misure che hanno effetti a monte, rendendo ancora più difficile per i giovani decidere di andare via da casa per formare la propria famiglia. In un Paese in cui ci si rende indipendenti in media alle soglie dei 30 anni, ben più tardi rispetto agli altri Paesi europei, il governo ha messo in cantiere nel Dl Lavoro (che modificherà il reddito di cittadinanza) anche norme che allentano le restrizioni ai contratti a termine, che potranno durare fino a 24 mesi, prorogabili a 36, senza causale. Più spazio dunque al lavoro precario, reso più facile anche dalle norme dell’ultima legge di Bilancio che ampliano l’applicabilità dei voucher. I giovani già adesso costituiscono la maggioranza dei lavoratori meno garantiti.
È vero che ci sarà un incentivo per l’assunzione dei Neet, poco più di 100 milioni, ma sono gli stessi imprenditori ad attestare l’inutilità di misure, come questa, che premiano chi comunque assumerebbe, perché ha la necessità di farlo. E a proposito di precari, mai visto finora il decreto attuativo sull’indennità di discontinuità, che avrebbe dovuto aggiungere un tassello importante agli ammortizzatori sociali universali pianificati dal governo Draghi. Mentre è appena arrivato, con enorme ritardo, il decreto attuativo del Bonus Trasporti, utile a lavoratori pendolari e studenti.
Stenta inoltre a decollare il piano asili del Pnrr, pensato proprio per favorire le giovani famiglie, e in particolare le madri: finanziato con tre miliardi, rischia lo stop perché sono pochi i sindaci che riuscirebbero ad affidare i lavori entro la scadenza prevista del 30 giugno. Il rinvio è oggetto della complessa trattativa tra Roma e Bruxelles.
Ma c’è anche un altro fondamentale tassello del welfare che le politiche del governo puntano a ridimensionare: la sanità. Il Def varato pochi giorni fa, infatti, prevede che il rapporto spesa sanitaria/Pil scenda progressivamente dal 6,9% del 2022 al 6,2% nel 2026, un valore addirittura inferiore a quello prepandemico del 2019, pari al 6,4%