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Gli effetti del “decoupling”: dallo scontro tra Usa e Cina divisioni e danni per tutti

Il mondo terzo non vuole scegliere tra Washington e Pechino. In Europa ognuno fa per sé. E il Fmi suona l'allarme: la frammentazione rallenterà la crescita globale
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La neutralità dei Paesi in via di sviluppo, che non vogliono scegliere tra Washington e Pechino. La via di mezzo esplorata dall'Europa. L'allarme del Fondo monetario sulla frammentazione di commerci e investimenti, che rallenterà una crescita globale già in affanno. La grande strategia americana di "decoupling" dalla Cina, cioè la separazione della propria economia dal rivale d'Oriente, sta creando frizioni crescenti. Non poteva che essere così. Trent'anni di globalizzazione, quelli che hanno messo la Cina al centro dei flussi globali, non si riavvolgono facilmente. E ridisegnare le filiere produttive secondo imperativi di sicurezza genera opportunità per alcuni, e costi per tanti.

La neutralità dei Paesi in via di sviluppo, che non vogliono scegliere tra Washington e Pechino. La via di mezzo esplorata dall'Europa. L'allarme del Fondo monetario sulla frammentazione di commerci e investimenti, che rallenterà una crescita globale già in affanno. La grande strategia americana di "decoupling" dalla Cina, cioè la separazione della propria economia dal rivale d'Oriente, sta creando frizioni crescenti. Non poteva che essere così. Trent'anni di globalizzazione, quelli che hanno messo la Cina al centro dei flussi globali, non si riavvolgono facilmente. E ridisegnare le filiere produttive secondo imperativi di sicurezza genera opportunità per alcuni, e costi per tanti.

Resistenze e distinguo emergono a varie latitudini, alimentati dalle ambiguità di Washington. Se da un lato infatti gli Stati Uniti mostrano agli alleati la carota del "friendshoring", la possibilità di accogliere parte delle produzioni esfiltrate dalla Cina, dall'altro sventolano la bandiera dell'America First, erogando sussidi verdi solo a chi produce sul suolo americano. E mentre bloccano i trasferimenti hi-tech verso Pechino, impongono lo stesso ai partner con il bastone delle sanzioni. Un cambio di paradigma in cui la logica del gioco a somma zero, tutta politica e di potenza, si impone su quella economica dei reciproci vantaggi. E con cui il mondo comincia a fare i conti.

Il mondo terzo

La resistenza più forte viene da quello che chiamavamo con presunzione "terzo mondo", ma oggi si dovrebbe ribattezzare "mondo terzo". È un insieme di Paesi diversi, dall'Egitto all'Indonesia, dall'Arabia al Vietnam. Non hanno una singola voce, ma il loro peso è cresciuto, trasformando il mondo vuoto della Guerra Fredda in un mondo pieno di piccole e medie potenze. Hanno sviluppato rapporti sia con gli Usa che con la Cina, decisivo partner commerciale e fonte di finanziamento. Hanno beneficiato della globalizzazione di merci e capitali e vogliono continuare, non riconoscendosi nella dicotomia tra democrazie e regimi: quasi tutto il Sud Globale - gran parte del mondo - non ha imposto sanzioni contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina. Una nuova frammentazione andrebbe soprattutto a loro svantaggio, ha mostrato il Fmi nel suo ultimo Outlook. L'impatto di una redistribuzione degli investimenti esteri sulla base della vicinanza geopolitica sarebbe doppio per i Paesi in via di sviluppo, "molto vulnerabili": fino a tre punti di crescita persa nel lungo periodo. L'emblema della terzietà sono i Paesi del Sudest asiatico, per cui Pechino è un vicino scomodo e necessario. Ma lo stesso vale per il Brasile di Lula, che dopo un primo viaggio da Biden ne ha subito fatto uno da Xi. E perfino per l'India, che potrebbe beneficiare dalla de-sinicizzazione dell'industria, come dimostrano gli investimenti di Apple, ma non vuol rompere con la Russia. L'obiettivo del mondo terzo è navigare con pragmatismo, se non opportunismo, lo scontro tra superpotenze, senza divorziare dall'una o dall'altra.

L'Europa in mezzo

Ma anche l'Occidente non è un blocco compatto quando si parla di Cina, come dimostra la cacofonia di visioni fornite dai leader europei. All'estremo più duro c'è la presidente della Commissione Von der Leyen: "Derisking senza decoupling". Tradotto: l'Ue deve ridurre i rischi che derivano dalla dipendenza dalla Cina, per esempio sulle materie prime, ma senza la separazione evocata dagli Stati Uniti, "né possibile né nell'interesse europeo". E ancor meno vogliono divorziare i vari capi di Stato e di governo, Scholz, Sanchez e Macron, volati alla corte di Xi per strappare contratti miliardari. Il francese Macron è stato il più esplicito nel dire che la Ue non deve essere un "follower" degli Usa. In Germania prevale il calcolo economico, ma il punto di caduta non è distante. Per l'industria nazionale, l'automotive, la chimica, la Cina è irrinunciabile: dei 230 miliardi di export Ue verso Pechino, 107 sono tedeschi. Un decoupling totale costerebbe cinque volte più di Brexit, ha calcolato l'Ifo. Sintesi: "La deglobalizzazione ci rende più poveri". Questa varietà di interessi non aiuta l'Europa a disegnare la sua terza via, unitaria e coerente, coordinata ma non schiacciata su quella americana. La guerra in Ucraina ha saldato le sponde dell'Atlantico, ma le politiche protezionistiche di Biden creano mal di pancia: la Ue, economia di trasformazione, ha ogni interesse a evitare una escalation di protezionismo. Bruxelles sta cercando di tradurre il derisking in misure concrete, ha promosso pacchetti che dovrebbero far crescere la produzione di chip, materie prime strategiche e tecnologie verdi. Ma gli incentivi non sono comparabili a quelli delle superpotenze, con il rischio che i Paesi più ricchi facciano da soli e l'Unione si trovi schiacciata tra il rivale cinese e l'alleato americano.

Sicurezza contro resilienza

Da tempo le multinazionali ripensano le filiere produttive. Già prima del Covid si era imposta la logica del "local-for-local", produrre quanto più vicino al mercato di sbocco. La crescita del rischio geopolitico ha aggiunto l'imperativo della ridondanza: "Cina più uno", bisogna avere alternative in caso di shock. Essere resilienti. Il decoupling verso cui spingono gli Stati Uniti integra queste dinamiche con una dose di incentivi per costruire stabilimenti in America. E le sposta su un piano politico - la scelta di chi può partecipare o no a determinate industrie - di cui sempre più economisti sottolineano l'impatto negativo, in termini di produttività e innovazione. Raghuram Rajan, ex presidente della Banca centrale indiana, e Adam Posen, presidente del think tank Peterson Institute, scrivono in due articoli diversi ma consonanti che il gioco a somma zero finirà per creare catene di fornitura più rigide, distruggere le regole dei commerci di cui Washington era garante e danneggiare la stessa sicurezza americana, Sono forse queste resistenze che la scorsa settimana hanno spinto il segretario al Tesoro Usa Janet Yellen a definire il decoupling dalla Cina "disastroso per entrambi e destabilizzante per il resto del mondo". Un messaggio per Pechino, alleati e Paesi terzi. Ma un messaggio che nella politica americana pare minoritario, spesso tradito dai fatti.