Il governo inciampa sulle assenze. In aula mancano i voti per il Def
di Giuseppe Colombo , di Giuseppe ColomboROMA - L'applauso monta vigoroso tra i banchi delle opposizioni. Rompe quaranta secondi di silenzio. Sono i quaranta secondi dell'imbarazzo del governo. E della presa di coscienza dell'incidente. Nell'aula di Montecitorio si è appena chiusa la votazione sulla relazione per il ricorso all'indebitamento, collegata al Documento di economia e finanza. In 195 hanno votato sì, 19 i contrari, 105 gli astenuti. Non c'è la maggioranza assoluta dei componenti dell'assemblea, fissata a 201: la Camera respinge. È la prima volta che il Def si schianta in Parlamento. Non era mai successo nella storia della Repubblica.
ROMA - L'applauso monta vigoroso tra i banchi delle opposizioni. Rompe quaranta secondi di silenzio. Sono i quaranta secondi dell'imbarazzo del governo. E della presa di coscienza dell'incidente. Nell'aula di Montecitorio si è appena chiusa la votazione sulla relazione per il ricorso all'indebitamento, collegata al Documento di economia e finanza. In 195 hanno votato sì, 19 i contrari, 105 gli astenuti. Non c'è la maggioranza assoluta dei componenti dell'assemblea, fissata a 201: la Camera respinge. È la prima volta che il Def si schianta in Parlamento. Non era mai successo nella storia della Repubblica.
Giancarlo Giorgetti resta seduto tra i banchi del governo per venti minuti. In silenzio. Scuro in volto. Quando lascia l'emiciclo, il ministro dell'Economia sbotta: "Il problema è che i deputati non sanno o non si rendono conto". Il Transatlantico, intanto, diventa il luogo dell'atto di accusa al governo. Protestano il Pd e i 5 stelle, ma anche i deputati di Alleanza Verdi-Sinistra. Si unisce anche il Terzo Polo. Il fronte è compatto, mentre l'esecutivo è intento a capire come riparare alla diserzione di un pezzo della maggioranza. La triangolazione tra Giorgetti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, e la premier, a Londra, lontana da Roma, prova a imbastire la soluzione. Condita dall'ira nei confronti dei deputati che non erano in aula al momento del voto.
Il capogruppo dei 5 stelle Francesco Silvestri alza la voce: "Non vi azzardate a ripetere il voto, se farete un tentativo di questo genere faremo le barricate". Il presidente della Camera Lorenzo Fontana prende atto delle divisioni e riaggiorna la riunione, chiedendo intanto delucidazioni agli uffici su come procedere. Ma intanto a Palazzo Chigi è riunito il Consiglio dei ministri. È l'immagine che marca la distanza, nella forma e nella sostanza, dai deputati che provano a fare scudo intorno ai colleghi assenti. Perché Meloni e Giorgetti decidono che bisogna fare diversamente.
La relazione - è il ragionamento - deve cambiare perché non si può rimettere ai voti un atto bocciato dal Parlamento. Il rischio è quello di trovarsi di fronte un muro, quello delle opposizioni, pronte a fare ostruzionismo. Ma rimettere in discussione i saldi significherebbe disfare il taglio del cuneo. Serve un bilanciamento. Ecco allora che la soluzione passa da un riferimento alle famiglie, destinatarie degli aiuti; i saldi invece non cambiano.
E non cambia neppure il clima tra il governo e la maggioranza. Alle nove di sera Giorgetti è costretto a presentarsi in commissione Bilancio, dove si vota la nuova relazione. "Servirebbe un'alfabetizzazione parlamentare", chiosa. In mattinata si rivota, alla Camera e al Senato. Con i deputati assenti ieri. Richiamati, uno per uno, fino a tarda sera.