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Il governo inciampa sulle assenze. In aula mancano i voti per il Def

(ansa)
Alla Camera respinta la relazione sullo scostamento di bilancio: decisive 45 defezioni tra i banchi della maggioranza. Non era mai successo, l‘ira di Giorgetti: “Non si rendono conto”. In mattinata un nuovo voto su un testo quasi identico
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ROMA - L'applauso monta vigoroso tra i banchi delle opposizioni. Rompe quaranta secondi di silenzio. Sono i quaranta secondi dell'imbarazzo del governo. E della presa di coscienza dell'incidente. Nell'aula di Montecitorio si è appena chiusa la votazione sulla relazione per il ricorso all'indebitamento, collegata al Documento di economia e finanza. In 195 hanno votato sì, 19 i contrari, 105 gli astenuti. Non c'è la maggioranza assoluta dei componenti dell'assemblea, fissata a 201: la Camera respinge. È la prima volta che il Def si schianta in Parlamento. Non era mai successo nella storia della Repubblica.

ROMA - L'applauso monta vigoroso tra i banchi delle opposizioni. Rompe quaranta secondi di silenzio. Sono i quaranta secondi dell'imbarazzo del governo. E della presa di coscienza dell'incidente. Nell'aula di Montecitorio si è appena chiusa la votazione sulla relazione per il ricorso all'indebitamento, collegata al Documento di economia e finanza. In 195 hanno votato sì, 19 i contrari, 105 gli astenuti. Non c'è la maggioranza assoluta dei componenti dell'assemblea, fissata a 201: la Camera respinge. È la prima volta che il Def si schianta in Parlamento. Non era mai successo nella storia della Repubblica.

Tra le fila della maggioranza si contano 45 assenti, da Forza Italia a Fratelli d'Italia, passando per la Lega. Venti sono in missione, altri 25 non hanno partecipato al voto. La traduzione del disimpegno: non ci sono i voti per sbloccare i 3,4 miliardi che Giorgia Meloni vuole tradurre in un taglio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi. Era tutto pronto: il decreto, con la misura, e la data, il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori. E invece è tutto da rifare. Va in fumo anche il tesoretto da 4,5 miliardi per ridurre le tasse l'anno prossimo.

Giancarlo Giorgetti resta seduto tra i banchi del governo per venti minuti. In silenzio. Scuro in volto. Quando lascia l'emiciclo, il ministro dell'Economia sbotta: "Il problema è che i deputati non sanno o non si rendono conto". Il Transatlantico, intanto, diventa il luogo dell'atto di accusa al governo. Protestano il Pd e i 5 stelle, ma anche i deputati di Alleanza Verdi-Sinistra. Si unisce anche il Terzo Polo. Il fronte è compatto, mentre l'esecutivo è intento a capire come riparare alla diserzione di un pezzo della maggioranza. La triangolazione tra Giorgetti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, e la premier, a Londra, lontana da Roma, prova a imbastire la soluzione. Condita dall'ira nei confronti dei deputati che non erano in aula al momento del voto.

Dentro Forza Italia parte la conta e c'è chi fa notare l'assenza del capogruppo Paolo Barelli e del suo vice Raffaele Nevi. Ma l'analisi, che attraversa anche Fratelli d'Italia, si appiglia alle giustificazioni. E al tentativo che il presidente dei deputati di FdI Tommaso Foti mette in atto durante la riunione della conferenza dei capigruppo. Chiede di rivotare la relazione.

Il capogruppo dei 5 stelle Francesco Silvestri alza la voce: "Non vi azzardate a ripetere il voto, se farete un tentativo di questo genere faremo le barricate". Il presidente della Camera Lorenzo Fontana prende atto delle divisioni e riaggiorna la riunione, chiedendo intanto delucidazioni agli uffici su come procedere. Ma intanto a Palazzo Chigi è riunito il Consiglio dei ministri. È l'immagine che marca la distanza, nella forma e nella sostanza, dai deputati che provano a fare scudo intorno ai colleghi assenti. Perché Meloni e Giorgetti decidono che bisogna fare diversamente.

La relazione - è il ragionamento - deve cambiare perché non si può rimettere ai voti un atto bocciato dal Parlamento. Il rischio è quello di trovarsi di fronte un muro, quello delle opposizioni, pronte a fare ostruzionismo. Ma rimettere in discussione i saldi significherebbe disfare il taglio del cuneo. Serve un bilanciamento. Ecco allora che la soluzione passa da un riferimento alle famiglie, destinatarie degli aiuti; i saldi invece non cambiano.

E non cambia neppure il clima tra il governo e la maggioranza. Alle nove di sera Giorgetti è costretto a presentarsi in commissione Bilancio, dove si vota la nuova relazione. "Servirebbe un'alfabetizzazione parlamentare", chiosa. In mattinata si rivota, alla Camera e al Senato. Con i deputati assenti ieri. Richiamati, uno per uno, fino a tarda sera.