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Pnrr, parte la task-force: in 84 agli ordini di Fitto. Avrà in mano le modifiche al piano

(ansa)

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Ecco il Dpcm che rende operativa la nuova struttura di comando: quattro Uffici con il potere di commissariare di fatto i Ministeri in ritardo con i loro progetti. Si apre la partita con il Mef di Giorgetti per la revisione del Recovery
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ROMA - A Palazzo Chigi la chiamano già la task force di Raffaele Fitto. Un super ministero con poteri speciali più che una Struttura di missione, la definizione tecnica scelta dal governo che però non restituisce appieno il peso della nuova cabina di comando del Pnrr. Lo fa, invece, il decreto del presidente del Consiglio che dettaglia e rende operativa la nuova governance.

Ministeri sotto sorveglianza

È l'atto che traduce la scelta politica di superare lo schema di Mario Draghi, quello che prevedeva un bilanciamento tra le funzioni assegnate a Chigi e al ministero dell'Economia. I poteri in capo alla task force, prima di ogni altro elemento: non solo supporterà Fitto nell'esercizio delle funzioni di "indirizzo e coordinamento" per l'attuazione del Piano, ma vigilerà anche sui ministeri, che sono soggetti attuatori. Ancora dirà a Giorgia Meloni cosa deve fare per tirare fuori i progetti dal pantano dei ritard…

ROMA - A Palazzo Chigi la chiamano già la task force di Raffaele Fitto. Un super ministero con poteri speciali più che una Struttura di missione, la definizione tecnica scelta dal governo che però non restituisce appieno il peso della nuova cabina di comando del Pnrr. Lo fa, invece, il decreto del presidente del Consiglio che dettaglia e rende operativa la nuova governance.

Ministeri sotto sorveglianza

È l'atto che traduce la scelta politica di superare lo schema di Mario Draghi, quello che prevedeva un bilanciamento tra le funzioni assegnate a Chigi e al ministero dell'Economia. I poteri in capo alla task force, prima di ogni altro elemento: non solo supporterà Fitto nell'esercizio delle funzioni di "indirizzo e coordinamento" per l'attuazione del Piano, ma vigilerà anche sui ministeri, che sono soggetti attuatori. Ancora dirà a Giorgia Meloni cosa deve fare per tirare fuori i progetti dal pantano dei ritardi. E poi avrà in mano la comunicazione.

La lista non finisce qui. Basta leggere l'articolo 3 del Dpcm, che ha come oggetto la composizione della Struttura di missione. Uno dei quattro Uffici di livello dirigenziale in cui si articola la macchina sarà chiamato a dare "tempestiva attuazione" agli obiettivi della missione 1, uno dei pilastri del Piano perché riguarda la digitalizzazione e l'innovazione (oltre che cultura e turismo), e a quelli della missione Istruzione e ricerca. Qui dentro, ad esempio, ci sono i circa 265 mila nuovi posti negli asili nido e nelle scuole dell'infanzia che vanno realizzati entro il 31 dicembre 2025. E che però, oggi, fanno fatica, con l'aggiudicazione dei lavori inchiodata al 60%. Sarà questo Ufficio a definire le misure correttive.

E poi c'è l'Ufficio III, che deve spingere l'attuazione degli obiettivi della missione Inclusione e coesione, dove figurano gli alloggi pubblici, ma anche quelli della missione Salute, al cui interno ci sono ad esempio le Case della comunità. Anche all'Ufficio II sarà assegnato di fatto un potere di commissariamento nei confronti dei ministeri titolari delle misure e soggetti attuatori del Pnrr. La comunicazione e gli obblighi di pubblicità saranno invece affidati all'Ufficio IV, che tra l'altro provvederà a segnalare alla premier i casi in cui è necessario attivare i poteri sostitutivi, a causa dei ritardi degli enti locali. Tutto dentro i confini di Palazzo Chigi. Al Mef, invece, resta poco. L'Ispettorato generale, la nuova struttura ubicata nelle stanze della Ragioneria generale dello Stato, viene citato solo quando si parla dell'acquisizione delle informazioni e dei dati relativi all'attuazione dei progetti. Un ruolo da gestore contabile. Unica eccezione il passaggio sulla "collaborazione" a cui è chiamato per sostenere il lavoro di uno dei quattro Uffici.

Poteri sulle modifiche al Piano

C'è una funzione che risulta cruciale e perciò ancora più pesante. E che lo sarà soprattutto nelle prossime settimane, quando il governo dovrà spiegare a Bruxelles come intende rivedere il Piano di ripresa e resilienza, progetto per progetto, incluso il nuovo capitolo di RepowerEU. Riguarda l'Ufficio I che, si legge nel Dpcm, "sovraintende allo svolgimento dell'attività istruttoria relativa alla formulazione delle proposte di aggiornamento ovvero di modifica del Pnrr". I poteri sulla revisione si allargano perché si richiama il regolamento europeo che indica i capisaldi degli interventi di modifica ai Piani nazionali, con tanto di condizioni e procedure: devono sussistere "circostanze oggettive" per presentare un nuovo Pnrr. Scorrendo ancora la lista, sarà sempre questo Ufficio a tenere le interlocuzioni con la Commissione europea.

Il Dpcm dà un'indicazione chiara: è Fitto che decide. E qui si apre un problema dentro al governo perché anche il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha in mente di rivedere il Piano, riallocando le risorse legate ai progetti finanziati con i prestiti del Recovery se il nuovo Patto di stabilità non escluderà le spese legate al Pnrr dal calcolo del deficit. "Chiediamo di considerare le spese di investimento, in particolare quelle eleggibili ai fini del Pnnr, e le spese per la difesa, ad esempio quelle relative all'Ucraina, in modo diverso rispetto alle altre", ha ribadito oggi Giorgetti all'omologo tedesco Christian Lindner. Se la proposta dell'Italia non dovesse essere accolta, la strategia prevede appunto di spostare una fetta dei prestiti Ue (in tutto sono 122,5 miliardi) dai progetti che non impattano sulla crescita a quelli più "produttivi", che spingono il Pil.

La partita, però, non si gioca solo sul piano contabile. È anche politica. Una fonte di governo lo spiega bene: "Siamo stati tutti d'accordo a rinunciare agli stadi di Firenze e Venezia, che tra l'altro erano di Draghi, ma la selezione dei progetti da rivedere impatta sulle questioni locali". Insomma non è neutra la scelta di sacrificare una strada invece che una tratta ferroviaria rispetto ai posizionamenti della maggioranza sul territorio.

Ottantaquattro agli ordini di Fitto

Ma che forma avrà la Struttura di missione? Qui si innesta un altro elemento che misura bene i super poteri in capo alla tolda di comando. A guidarla sarà un coordinatore, che sarà nominato con un nuovo Dpcm. L'identikit c'è già: sarà scelto tra le fila della magistratura o arriverà dall'Avvocatura di Stato, ma la ricognizione si allarga anche ai consiglieri parlamentari e ai dirigenti estranei alla Pubblica amministrazione. I quattro Uffici saranno invece le gambe della Struttura. In tutto 50 impiegati e 14 dirigenti, a cui si aggiungeranno 20 esperti, anche esterni alla Pa. Il totale fa 84 unità. Eccola la task force di Fitto. Non appena gli organi di controllo daranno il via libera al Dpcm, la Segreteria tecnica, il perno della governance di Draghi, non esisterà più. Il coordinatore e i dirigenti resteranno al loro posto fino a quando saranno assegnati i nuovi incarichi all'interno della Struttura di missione. Qualche settimana ancora, poi si cambia.