Economia

Vite in bilico. La festa triste dei precari

Vite in bilico. La festa triste dei precari
Contratti di un giorno, di pochi mesi e sempre senza prospettive. Per molti non è situazione temporanea in vista della stabilizzazione ma un’incertezza protratta per anni che impedisce di crescere. Così carriera, famiglia o una casa restano un miraggio
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STORIE di precarietà nel lavoro segnano ancora la vita del nostro Paese. Ecco alcune testimonianze.

LIVORNO. “Reclutato al porto a giornate
e per ditte sempre diverse”

«Ho 32 anni, sono nato e vivo a Livorno. Qui faccio il portuale come mio zio. Lavoro da quando ne ho 19, ho iniziato in un cantiere nautico. Non ho una famiglia, solo una compagna con cui convivo in affitto. Vorrei dei figli, ma dal 2015 ho contratti alla giornata. Letteralmente: contratti a un giorno. E la mattina dopo non so cosa mi capita». Francesco Conti è un lavoratore somministrato. Ce ne sono molti nei porti, non solo a Livorno. «Di solito dopo due o tre anni di questa vita arrivano contratti più lunghi e stabili. Ormai capita sempre più di rado. Il lavoro non manca, ma i dipendenti fissi dell’Agenzia di lavoro portuale fanno straordinari ben oltre il limite del contratto nazionale. L’Autorità del porto non controlla. E così loro arrivano a 40 turni al mese, io in aprile ad appena tre». Francesco spera che maggio sia migliore e aspetta una chiamata per domani. «Se c’è lavoro, l’agenzia di somministrazione ci manda prima un sms, con il turno, la mansione e la ditta per cui lavorare. Il contratto arriva via email, da firmare online su un portale in cui entriamo con le nostre credenziali. Campare è un casino, io arrotondo aggiustando motori per le barche. Non voglio bonus, non voglio Reddito di cittadinanza. Ma un lavoro giusto». (valentina conte)

TORINO. “Supplenze di dieci mesi
poi si riparte da zero”

Precario era da giovane, quando era ricercatore all’Università di Torino. E precario Antonio Mattia Olivetti è oggi: a 59 anni si vede rinnovare la cattedra da un anno all’altro. «In verità sono contratti da 10 mesi, poi chiedo 2 mesi di Naspi, che comunque non è uno stipendio pieno e devo rinunciare a scatti di carriera e alla possibilità di un Tfr finale, visto che me ne viene liquidata una parte alla fine di ogni lavoro». Olivetti, dopo la laurea, non aveva trovato un posto fisso in ateneo e, quando il progetto di ricerca in antropologia a cui lavorava era stato cancellato per mancanza di fondi, come altri cervelli in fuga era andato all’estero. Aveva anche deciso di cambiare vita ed era andato in Indonesia, dove si occupava di collezioni di arte tribale. Tornato in Italia nel 2012, ha provato a rientrare nel sistema scolastico, ma dopo dieci anni ancora non è riuscito. Nel frattempo non è stato fermo e ha diretto una scuola steineriana e fino a giugno ha un posto in un corso serale al Galileo Ferraris di Settimo Torinese. «Posso insegnare storia, filosofia, scienze umane, psicologia e antropologia e ogni anno sono in una scuola diversa. Ormai mi sono messo il cuore in pace». Non ha un mutuo da pagare, ma «con gli stipendi che abbiamo ho rinunciato alla macchina». Non si piange addosso ma contesta «un sistema che ha creato troppi precari e non li ha stabilizzati». (federica cravero)

BRINDISI. “Postino senza fortuna
ora nel turismo a singhiozzo”

Il suo ultimo contratto è stato con Poste italiane ed è durato tre mesi. Antonio Melcore, 32 anni di Brindisi, con una laurea in Sociologia e un diploma in perito chimico, per tre mesi ha fatto il portalettere. Il 31 dicembre è scaduto il contratto, e non è stato più rinnovato. Eppure ci aveva sperato, anche se sognava di fare altro. Una vita professionale da precario, con alle spalle un master e una specializzazione in turismo e marketing territoriale. Dopo la laurea si sono susseguiti solo brevi rapporti di lavoro soprattutto nel settore dei beni culturali. Contratti che non hanno mai superato i tre mesi. «Solo il servizio civile è durato di più, insieme al tirocinio nell’assessorato Servizi sociali al Comune di Brindisi», spiega il 32enne. Le sue giornate scorrono tra invii di curriculum e l’attività di volontario in un’associazione di promozione sociale e turistica. Un modo per dare il proprio contributo e costruire delle opportunità. Nel frattempo fa anche qualche piccolo lavoro nel marketing turistico. Impieghi di poche settimane e da qualche euro, ma non sufficienti per essere autonomi. Vive ancora sulle spalle dei genitori, nella casa di famiglia. «Mio padre fa l’operaio – spiega – e vorrei tanto dare una mano ai miei genitori. È arrivato il momento che sia io ad aiutare loro dopo tanti sacrifici. Nel frattempo vorrei costruire una famiglia, ma in queste condizioni è impossibile». (lucia portolano)

Roma. “Smisto bagagli in aeroporto
scado a ottobre, poi chissà”

«Vado avanti con contratti stagionali da 12 anni. Difficile persino trovare casa in affitto». Claudio Commisso, 35 anni, vive ad Acilia, popoloso centro fra Ostia e Roma. Lavora in aeroporto allo smistamento bagagli dal 2011, anno in cui entra in Alitalia. «Dicevano che in pochi anni sarei stato stabilizzato: ci credo e inizio a lavorare con contratti stagionali in media da 6 a 9 mesi, il resto a casa. Continuo così fino a maggio 2020, quando inizia il Covid. Niente mutui né prestiti dalle banche: riesco solo a trovare un monolocale in affitto dove vivo ancora oggi». Durante il Covid Claudio si reinventa corriere per Amazon: precariato su precariato. A luglio 2022 Alitalia lo richiama e gli offre un contratto di sei mesi, ma sono i giorni del fallimento e l’ex compagnia di bandiera è rilevata da Swissport. Claudio lavora fino al 31 dicembre a 950 euro per sei ore al giorno, poi un nuovo stop. A marzo è richiamato da Swissport: contratto fino a luglio, con probabile proroga fino a ottobre. Poi, chissà. Più che rabbia, in Claudio c’è rassegnazione. «Pur di lavorare va bene, anzi sono fortunato, il problema è il precariato a vita. Ho parenti in Germania: tutti stabilizzati. Speriamo di riuscirci pure io prima o poi». (salvatore giuffrida)

NAPOLI. “Al supermarket solo part time
mi hanno rubato il futuro”

C’è un precariato non derubricato come tale: il part time involontario. Un lavoro che a suo tempo venne imposto dopo un contratto per 18 mesi ad Anna Patrizia Viscardi, 43 anni appena compiuti, dipendente della Coop per 25 anni e ora in regime di ammortizzatori sociali. E già, perché l’IperCoop, il grande supermercato di Afragola a nord di Napoli, dove per 15 anni Anna Patrizia è stata alle casse e per 7 al caricamento merci in scaffale a 750 euro al mese, ha anche chiuso. «Sono senza un futuro. E questo dopo essere stata assunta a 19 anni. Quella era la mia casa e non c’è prospettiva. Siamo bloccati, il supermercato non viene ceduto per ragioni “etiche”, ma che 140 famiglie non possano mettere il piatto in tavola non appare una ragione sufficientemente “etica”. Con quello stipendio, ringrazio che mio marito sia un Vigile del fuoco, ma con due figli adolescenti una famiglia monoreddito non ce la fa. In più nel passaggio a vari marchi prima della chiusura, mi hanno decurtato livello e scatti di anzianità facendomi ripartire da zero. Mi sento inutile e ci sono giorni in cui non so se piangere o gridare di rabbia. La mia è un’età in cui non si può né bere né affogare: vecchi per il lavoro, per il resto ancora giovani». (stella cervasio)

PALERMO. “Corso di 6 mesi e l’assunzione
ma sono passati ventidue anni”

La stabilizzazione doveva arrivare dopo sei mesi di corso di formazione e invece sono trascorsi 22 anni. «Sono stati anni faticosissimi che mi hanno tolto tantissimo», racconta Maria Grazia Guttuso che nel 2001 con una laurea in Lingue è entrata nei Piani di inserimento professionale “Emergenza Palermo”, uno dei tanti bacini di precari del capoluogo siciliano che conta 2.500 persone. «Sono perennemente alla ricerca di una dignità del lavoro che non è arrivata mai. Assieme alla dignità, ci hanno tolto anche il futuro. E adesso che ho 55 anni penso che non avrò neppure una pensione, perché nessuno ha mai versato i contributi per noi».Guttuso si occupa di ingiunzioni di pagamento nella sede d ell’assessorato regionale Territorio e ambiente con un “sussidio” di circa 800 euro netti al mese. «La politica ci ha sempre considerato soltanto un bacino di voti. Ha fatto leva sui nostri bisogni e sulla fame di lavoro che c’è a Palermo. Si parla tanto di legalità e di lotta alla mafia. Ecco, il primo passo è lottare per un lavoro dignitoso e per i diritti civili». (claudia brunetto)