ROMA - Dalla transizione verde all’intelligenza artificiale: nei prossimi cinque anni l’economia globale, e quella italiana, avranno bisogno di lavoratori e competenze diverse. Da qui al 2027 un posto di lavoro ogni cinque nel nostro Paese sarà impattato da questa trasformazione, addirittura uno ogni quattro a livello globale. Una serie di profili cresceranno di numero, come gli informatici esperti di big data, gli ingegneri ambientali o gli educatori, perchè il mondo avrà tanto da imparare. Altri, come gli addetti alla contabilità, i segretari o i bancari, si ridurranno in maniera radicale. Ma non è detto che il saldo finale di questa trasformazione economica e tecnologica sia un Armageddon per l’occupazione: secondo le 803 imprese globali interrogate per la nuova edizione del rapporto "The future of Jobs" del World Economic Forum (Wef), il bilancio finale tra creazione e distruzione tecnologica potrebbe addirittura essere positivo. I posti di lavoro si possono difendere, a patto che i Paesi e le aziende – e su questo l’Italia è in ritardo - mettano in campo politiche e strumenti per formare e riqualificare i lavoratori.
Il rallentamento dell'economia toglie lavoro
Il rapporto del Wef si basa su un sondaggio compiuto su 803 imprese internazionali di 27 diversi settori. Parte dalla fotografia di un mondo del lavoro globale uscito sempre più divaricato dalla pandemia: occupazione record nei Paesi sviluppati, disoccupazione superiore ai livelli pre-Covid in molti Paesi in via di sviluppo; donne penalizzate; salari (quasi un po’ ovunque) stagnanti. Ma l’analisi prova a guardare avanti, ai prossimi cinque anni, per capire dove andrà il mercato del lavoro mondiale. E quella che emerge dalle voci delle aziende è un’aspettativa di trasformazione radicale: il 23% dei posti di lavoro, dicono, è destinato a cambiare. Su 673 milioni di impieghi totali riferibili ai settori e alle geografie del campione intervistato, 69 milioni saranno creati e 83 milioni eliminati. Un saldo negativo di 14 milioni (circa il 2%), che va imputato soprattutto al rallentamento che l’economia globale, l’incognita principale dei prossimi mesi. Ma in cui, allungando l’orizzonte, la tecnologia e il digitale vengono descritti come motori di una crescita dell’occupazione.
Tecnologia che crea occupazione
Stupisce, in mezzo a tante previsioni catastrofistiche sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro. Le tecnologie più avanzate come quella alla base di ChatGpt promettono di rendere superflui molti esseri umani, e c’è perfino chi arriva a prevedere un’epoca in cui gli algoritmi rimpiazzeranno buona parte dell’occupazione, consegnandoci a un’era di ozio e reddito universale. Le aziende interpellate dal Wef non la vedono in questo modo, almeno per i prossimi cinque anni. I tre principali elementi citati come fattore di crescita occupazionale infatti ci sono la transizione verde, il ritorno “a casa” di parti di produzione industriale un tempo delocalizzate – il cosiddetto "reshoring" – e proprio l’evoluzione di tecnologia e digitale. E c’è molto hi-tech anche nelle figure che dovrebbero crescere di più in numero: specialisti di big data, tecnici dell’intelligenza artificiale e professionisti della sicurezza informatica, accanto agli esperti di sostenibilità, agli insegnanti e ai tecnici dell’agricoltura, che nel Sud Globale deve ancora vivere una piena industrializzazione.
Quali lavori saranno rimpiazzati
Anche i lavori che diminuiranno di più sono quelli impattati dalla tecnologia: segretari, cassieri di banca, contabili. Se negli ultimi anni la robotizzazione ha cambiato volto alle fabbriche, la nuova ondata tecnologica impatterà soprattutto sugli uffici e i colletti bianchi, automatizzando una serie di attività ripetitive e a basso valore aggiunto. Ma richiederà nuove persone per governare gli algoritmi. E soprattutto richiederà a tutti i lavoratori di acquisire nuove competenze: secondo le aziende sei lavoratori su dieci avranno bisogno di formazione nei prossimi cinque anni e in media ogni lavoratore dovrà aggiornare quasi la metà delle proprie competenze. Un problema, visto che oggi solo la metà degli occupati ha accesso a strumenti per riqualificarsi.
E proprio istruzione, formazione e riqualificazione, nello scenario che emerge dal rapporto del World Economic Forum, rischiano di essere il grande limite dell’Italia nell'affrontare questo grande "rimescolamento". Nel nostro Paese, secondo le aziende tricolori interpellate, l’impatto di transizione verde e digitalizzazione sulla creazione di posti di lavoro potrebbe addirittura essere più alto della media. Oltre al noto ritardo nel numero di laureati in materie scientifiche però, dai dati emerge una minore attenzione delle imprese alle competenze tecniche, rispetto ad altre qualità più “soft” come resilienza e flessibilità, e una minore attenzione alla formazione come chiave per reclutare e trattenere i dipendenti.