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Jayati Ghosh, “Basta terapie tagli e tasse l’ha capito anche il Fmi”

Per l’economista indiana gli aggressivi aggiustamenti strutturali imposti ai Paesi in via di sviluppo provocano disastri e tragedie umane
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"I problemi che avete avuto in Europa ai tempi della troika sono niente in confronto a quelli provocati dagli "aggiustamenti strutturali" cui vengono sistematicamente costretti dal Fondo Monetario Internazionale decine di Paesi in via di sviluppo, che però vivono le loro tragedie con molta meno visibilità mediatica. Ma la novità che è che il Fmi sembra essersene accorto, con colpevole ritardo, e forse comincerà a rendere meno aggressivi i suoi programmi e i suoi dettami". Jayati Ghosh, nata a Bangkok da genitori indiani, PhD a Cambridge, docente dal 2021 di Economia alla University of Massachusetts di Amherst dopo aver insegnato per 35 anni alla Jawaharlal Nehru University di New Delhi, è la punta di diamante della "scuola indiana" creata da Amartya Sen (Nobel nel 1998) e proseguita con Abhijit Banerjee (anch'egli Nobel nel 2019 con la moglie Esther Duflo) e poi con Gita Gopinath, attuale capo economista propr…

"I problemi che avete avuto in Europa ai tempi della troika sono niente in confronto a quelli provocati dagli "aggiustamenti strutturali" cui vengono sistematicamente costretti dal Fondo Monetario Internazionale decine di Paesi in via di sviluppo, che però vivono le loro tragedie con molta meno visibilità mediatica. Ma la novità che è che il Fmi sembra essersene accorto, con colpevole ritardo, e forse comincerà a rendere meno aggressivi i suoi programmi e i suoi dettami". Jayati Ghosh, nata a Bangkok da genitori indiani, PhD a Cambridge, docente dal 2021 di Economia alla University of Massachusetts di Amherst dopo aver insegnato per 35 anni alla Jawaharlal Nehru University di New Delhi, è la punta di diamante della "scuola indiana" creata da Amartya Sen (Nobel nel 1998) e proseguita con Abhijit Banerjee (anch'egli Nobel nel 2019 con la moglie Esther Duflo) e poi con Gita Gopinath, attuale capo economista proprio del Fmi e artefice della svolta che attende ora di diventare operativa.

Professoressa, cosa intende quando dice che il Fmi "se n'è accorto"?

"Nel nuovo outlook di aprile 2023 c'è un capitolo dal titolo inequivocabile: "Coming down to earth". In esso si riconosce che le terapie fatte di austerity, tagli alle spese pubbliche, imposizione del libero mercato anche sui cambi con i conseguenti crolli della valuta locale, di privatizzazioni selvagge, addirittura di accentuazione della tassazione regressiva piuttosto, chissà perché, di quella sui ricchi, ecco tutte queste ricette imposte dall'Fmi hanno provocato disastri e tragedie umane immense".

Quindi se l'Fmi ci ha ripensato vuol dire che gli errori non si ripeteranno?

"Beh, questo è negli auspici del dipartimento ricerca, che ha analizzato attentamente un panel composto da 32 economie avanzate, 45 mercati emergenti e 12 Paesi a basso reddito, i più poveri di tutti. Speriamo che ora i funzionari sul campo applichino le loro conclusioni e che le regole cambino totalmente: purtroppo finora i segnali non sono incoraggianti".

A cosa si riferisce?

"Una delle prime cose che esige il Fondo è la ristrutturazione del debito pubblico. Eppure, specie per un Paese vulnerabile, questo è un processo complesso, con costi non indifferenti, che richiede un non facile compromesso fra debitore e creditori, presenta problemi di coordinamento e ha significativi costi reputazionali. Tutto questo, è il paradosso, il Fmi lo mette nero su bianco nel suo rapporto di qualche giorno fa: ma continua in pratica a comportarsi proprio così".

Ma il "motore" che muove l'Fmi è sempre l'ossessione sul debito pubblico?

"Il focus è quello. Ma come in Europa, in tutto il mondo si è visto che per ottenere questo risultato bisogna fare esattamente il contrario di quello che si è fatto, cioè favorire la crescita anziché mortificarla. E se in Europa i danni sono contenuti, se non altro perché da voi la troika ha avuto partner di peso come la Bce e la Commissione che hanno temperato la rigidità del Fondo, nei Paesi in via di sviluppo il Fmi è l'unico responsabile delle politiche di risanamento. Il risultato è catastrofico: il Fmi richiede tagli alla spesa pubblica perfino nei momenti più difficili, e non si cura delle misure di protezione sociale per cui il costo del suo intervento ricade sui ceti meno abbienti, fossero anche i più poveri dei poveri".

Perché l'allarme scatta proprio ora?

"Meglio tardi che mai. Finalmente nei documenti ufficiali del Fmi trovano posto considerazioni che gli economisti progressisti stavano facendo da tempo. Siamo sull'orlo di una disastrosa crisi debitoria. Il mix è micidiale: tre anni di Covid, guerra in Ucraina (pensi al deficit alimentare dei Paesi africani o ai costi dei trasporti in terre così vaste), inflazione, dollaro forte, siccità e inondazioni dovute al cambiamento climatico. Non a caso, 72 Paesi emergenti - oltre un terzo dei suoi 180 Stati membri - sono in cura presso l'Fmi, e hanno bisogno di aiuto finanziario oltre che umanitario. Nove di questi sono in default, e in molti di più la povertà e la fame sono a livelli tragici. Cito solo il Ciad, lo Zambia e il Pakistan".

Qual è l’effettiva capacità di intervento del Fmi?

"Potrebbe essere decisiva per salvare immense popolazioni. Ma negli ultimi anni la risposta alle crisi si è rivelata troppo lenta, rigida e inefficace. Vede, il Fmi potrebbe, anzi dovrebbe, essere l'istituzione finanziaria più potente del mondo, se solo facesse onore al ruolo che gli è stato affidato a Bretton Woods. Invece nei fatti ha solo accentuato il potere degli Stati Uniti, consegnando alla Fed un ruolo improprio di banca centrale del pianeta, che determina i tassi d'interesse globali, governa i flussi di capitale determinando nei fatti a chi vanno finanziamenti e crediti, impone alle altre banche centrali come comportarsi, insomma influenza i cicli economici di tutto il mondo".

Non va dimenticato il ruolo-guida del dollaro, ci piaccia o no.

"Proprio qui sta il punto debole in questa fase. Questo ruolo del dollaro non può più essere dato per scontato. Anche per colpa degli americani stessi che troppo spesso hanno usato il dollaro come "arma impropria" con cui far valere la loro influenza nel mondo. Non a caso sempre più Paesi, e anche istituzioni private, stanno riconsiderando l'opportunità di tenere le loro riserve in dollari, o stanno sviluppando strade commerciali che bypassino la valuta americana. Ecco, proprio per questi motivi, il Fmi ora deve "smarcarsi" da questa sorta di sudditanza e assumere il ruolo di finanziatore internazionale e imparziale".