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Telecom, Vivendi ha abbattuto il valore della sua partecipazione

Bollorè è entrato in Telecom nel 2014. Ha cambiato quattro amministratori, senza una strategia. E ha già dovuto svalutare la sua quota, con oltre 3 miliardi di perdite
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Nel settembre 2014 il gruppo francese Vivendi vendeva la spagnola Gvt a Telefonica e in cambio, come parte del pagamento, acquisiva una quota del 5,7% in Telecom Italia. Parte da lì, da quello scambio franco spagnolo in terra brasiliana, l’avventura di Vincent Bolloré e della sua famiglia nell’azienda italiana di telecomunicazioni. All’inizio sembrava uno sfizio, una delle tante incursioni del boa, così veniva soprannominato Bolloré quando acquistava partecipazioni di minoranza in società quotate per poi soffocarle e infine controllarle. Al governo c’era Matteo Renzi, che diede il via libera al magnate francese durante un pranzo, a Firenze, entrato nelle cronache finanziarie. Poi, quando Bolloré nella primavera-estate 2015 impiegò la cassa di Vivendi per incrementare la partecipazione in Telecom, fino ad arrivare quasi alla soglia in cui scatta l’Opa, cioé il 23,8%, si cominciò a parlare di ca…

Nel settembre 2014 il gruppo francese Vivendi vendeva la spagnola Gvt a Telefonica e in cambio, come parte del pagamento, acquisiva una quota del 5,7% in Telecom Italia. Parte da lì, da quello scambio franco spagnolo in terra brasiliana, l’avventura di Vincent Bolloré e della sua famiglia nell’azienda italiana di telecomunicazioni. All’inizio sembrava uno sfizio, una delle tante incursioni del boa, così veniva soprannominato Bolloré quando acquistava partecipazioni di minoranza in società quotate per poi soffocarle e infine controllarle. Al governo c’era Matteo Renzi, che diede il via libera al magnate francese durante un pranzo, a Firenze, entrato nelle cronache finanziarie. Poi, quando Bolloré nella primavera-estate 2015 impiegò la cassa di Vivendi per incrementare la partecipazione in Telecom, fino ad arrivare quasi alla soglia in cui scatta l’Opa, cioé il 23,8%, si cominciò a parlare di campagna d’Italia per il finanziere bretone. Una campagna che oggi non sembra finita molto bene.

Il valore medio di carico delle 3,6 miliardi di azioni Telecom nel portafoglio di Vivendi era di 3,9 miliardi. Oggi, dopo tre svalutazioni successive, il valore di quel pacchetto si è ridotto a 769 milioni, con una perdita di 3,15 miliardi già scritta nei bilanci del colosso francese. In nove anni. Una dèbâcle con pochi precedenti, che porta la firma di Bolloré padre e del suo fido amministratore delegato Arnaud de Puyfontaine. In otto anni Vivendi non è riuscita a produrre un piano industriale con una visione strategica per Telecom, solo soluzioni di breve periodo legate alle circostanze, fino all’ultima carta della separazione della rete, cioé lo spezzatino della società di telecomunicazioni italiana, per cercare di recuperare almeno una parte del valore.

Nove anni di ribaltoni

Vivendi in nove anni ha cambiato quattro amministratori delegati di Telecom e si appresta a nominarne un quinto. Quando è arrivata ha trovato Marco Patuano, che era appena subentrato a Franco Bernabé che aveva lasciato la guida in disaccordo con Telefonica e con le banche socie, in particolare Mediobanca. Bernabé chiedeva ai soci un aumento di capitale proprio per far fronte al debito e per non dover vendere la rete. I soci finanziari si sono opposti a questa eventualità, l’unico che gli mostrò un certo sostegno fu proprio Bolloré che di lì a poco avrebbe preso in mano le redini dell’azienda. Patuano è stato sostituito con Flavio Cattaneo, che era già presente da due anni nel cda, ma anche con lui la storia è durata poco. Cattaneo si oppose alla centralizzazione degli acquisti di Telecom in Francia, che sarebbe dovuta finire nelle mani dell’uomo di fiducia di Bolloré in Africa, Sibony. Una mossa che non aveva spiegazioni logiche se non quella di portare fuori dall’Italia le leve che muovono circa 7 miliardi di appalti all’anno. Ciò che non volle fare Cattaneo fu poi realizzato dal suo successore, Amos Genish, colui che aveva venduto Gvt a Telefonica proprio per conto di Bolloré. Ma anche la sua parabola in Telecom durò poco, dovette far spazio a Luigi Gubitosi, che cavalcò l’incursione del fondo Elliott tra gli azionisti affiancati dalla Cdp e in contrapposizione ai francesi. Ma Gubitosi cadde nella tentazione del matrimonio tra calcio e telecomunicazioni, sponsorizzando un contratto fuori mercato con Dazn per i diritti delle partite di Serie A, che portò a un buco nei conti della società di centinania di milioni e a tre profit warning. Per salvarsi Gubitosi tentò il tutto per tutto, facendo da sponda all’Opa degli americani di Kkr e facendo irritare i francesi che lo hanno sostituito, favorendo il ritorno di Pietro Labriola dal Brasile.

L’Opa degli americani fece comunque scattare quell’operazione sempre ventilata da tutti ma mai messa in opera: la separazione della rete dal resto del gruppo e la sua vendita per far fronte all’indebitamento. Labriola svaluta gli attivi e prepara il piano di separazione in tre della società facendo insorgere i sindacati che lanciano l’allarme occupazione. La Cdp, braccio armato del governo che vuole rinazionalizzare la rete, cerca di fare un’offerta prima in tandem con Kkr e il fondo australiano Macquarie, poi solo con quest’ultimo quando Kkr si sfila e rompe il ghiaccio con un’offerta solitaria. La rete viene valutata 19-20 miliardi da entrambe le compagini ma secondo i francesi si tratta di prezzi stracciati: le loro valutazioni, fatte da banche francesi, assegnano alla rete un valore di almeno 31 miliardi.

Rischio crisi finanziaria

De Puyfontaine e i suoi collaboratori vorrebbero che il cda di Tim riconoscesse quel valore e respingesse le offerte ma il cda è fatto di consiglieri indipendenti che non obbediscono agli ordini in arrivo da Parigi. Così i francesi si dimettono dal cda e attaccano il presidente Salvatore Rossi e adesso anche Labriola, l’uomo che hanno voluto al posto di Gubitosi e che ha portato avanti la strategia dello spezzatino chiesta proprio da Vivendi. Una contraddizione che ha portato il titolo ai minimi di sempre, anche sotto 0,2 euro, e che rischia di portare la società in crisi finanziaria. Se infatti i francesi si opporranno alla vendita della rete a un prezzo intorno a 20 miliardi, solo un aumento di capitale da svariati miliardi potrà salvare l’azienda, visto l’aumento dei tassi di interesse e la necessità di tornare a finanziarsi sul mercato alle scadenze dei bond. La società infatti brucia cassa, è in ritardo con la realizzazione del Pnrr, perde clienti nel mobile a causa dell’agguerrita concorrenza ed è costretta a investire per trasformare la rete in rame con la fibra. Ma Vivendi continua a sfidare il governo italiano, sfoglia la margherita del prossimo amministratore delegato, nomi di manager che non hanno mai gestito un’azienda né hanno conoscenze nelle telecomunicazioni, ma che rispondono ai desiderata die consulenti più stretti di De Puyfontaine. Ma questo disastro da 3,1 miliardi prima o poi verrà al pettine anche a Parigi, dove Vincent si è ritirato in difesa dell’Occidente cristiano e sposato la causa del Bien mourir, lasciando ai figli Cyrille e Yannick il compito di stendere un velo pietoso sulla sua Campagne d’Italie.