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I governi stanno riprendendo il controllo dell'economia, e probabilmente faranno danni

(reuters)
Dalla Cina agli Stati Uniti, dall'Europa ai Paesi in via di sviluppo: tornano le politiche industriali. Ma per molti esperti questa tendenza accentuerà le tensioni globali, ridurrà la concorrenza e farà crescere i debiti sovrani, senza spingere l’innovazione né rendere le filiere produttive più sicure. E' quanto emerge dall'Outlook globale del World Economic Forum, con cui oggi a Ginevra si apre il Summit sulla crescita
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GINEVRA - A indicare la strada sono le due superpotenze. Da una parte gli Stati Uniti, che provano a riportare in patria, a suon di sussidi, pezzi di produzione industriale delocalizzati troppo in fretta verso Oriente, a cominciare da microchip e batterie. E dall'altra la Cina, che cerca di costruire il suo prossimo balzo in avanti diventando autonoma nelle tecnologie chiave. Ma dietro inseguono quasi tutti: l'Europa, che prova a disegnare il proprio futuro industriale, e tanti Paesi in via di sviluppo come l'India, che cerca di intercettare qualche frammento delle nuove filiere produttive spezzate e rimescolate. La storia del mondo post-pandemia è il grande ritorno delle politiche industriali. O, detto diversamente, il grande ritorno dei governi – nelle varie forme democratiche o autoritarie – alla guida delle traiettorie di sviluppo, nazionali e globali. Che questa sia una tendenza destinata a crescere nei prossimi anni, gli economisti hanno pochi dubb…

GINEVRA - A indicare la strada sono le due superpotenze. Da una parte gli Stati Uniti, che provano a riportare in patria, a suon di sussidi, pezzi di produzione industriale delocalizzati troppo in fretta verso Oriente, a cominciare da microchip e batterie. E dall'altra la Cina, che cerca di costruire il suo prossimo balzo in avanti diventando autonoma nelle tecnologie chiave. Ma dietro inseguono quasi tutti: l'Europa, che prova a disegnare il proprio futuro industriale, e tanti Paesi in via di sviluppo come l'India, che cerca di intercettare qualche frammento delle nuove filiere produttive spezzate e rimescolate. La storia del mondo post-pandemia è il grande ritorno delle politiche industriali. O, detto diversamente, il grande ritorno dei governi – nelle varie forme democratiche o autoritarie – alla guida delle traiettorie di sviluppo, nazionali e globali. Che questa sia una tendenza destinata a crescere nei prossimi anni, gli economisti hanno pochi dubbi. I dubbi semmai sono sugli effetti. Saranno positivi o negativi? La politica al comando porterà una nuova ondata di innovazione, riuscendo magari ad affrontare grandi sfide planetarie come quella climatica, oppure produrrà crescenti tensioni, costi e danni alla concorrenza? Se è presto per dare una risposta, le previsioni degli esperti mostrano un grande pessimismo.

Un mondo frammentato e fragile

Questo umore nero per i destini della globalizzazione è l'aspetto più interessante dell'Outlook pubblicato oggi dal World Economic Forum, il documento che dà il via al Summit sulla crescita di Ginevra. L'analisi si basa su interviste a vari capi economisti, del settore pubblico e del privato. E la domanda chiave è quella che chiede loro quali effetti avrà il "ruolo più attivo dei governi nell'economia". Bene, nove su dieci pensano che questo ritorno al timone della politica, dopo decenni di globalizzazione sfrenata, porterà crescenti rivalità e tensioni economico-politiche. Sette su dieci che danneggerà la concorrenza e porterà un pericoloso aumento dei debiti sovrani. Quattro su dieci giudicano improbabile o molto improbabile che questo nuovo protagonismo favorisca l’innovazione, perchè le tecnologie saranno sviluppate in compartimenti stagni. Solo due su dieci pensano che il risultato sarà un aumento della crescita globale. E la maggior parte ritiene improbabile che la nostra economia ne uscirà più resiliente di quanto è oggi: l'esatto contrario dell’obiettivo dichiarato di molti governi nel perseguire le nuove politiche industriali. Nel complesso, sintetizzano gli estensori dell'Outlook, l'idea è che il mondo della de-globalizzazione, oltre che “frammentato", sia anche "potenzialmente fragile”.

Vincitori e vinti

Su questi giudizi pesa senza dubbio l'ambiguità di obiettivi e metodi con cui i governi, in particolare quello americano, stanno portando avanti la loro politica di "reshoring", cioè il tentativo di rilocalizzare in patria, o almeno in territori amici, alcune filiere industriali strategiche. Il timore è che possa prevalere l'istinto di divorziare quanto più possibile dalla Cina, per contenerne l'ascesa, piuttosto che quello di rafforzare la propria base produttiva. O che l'impulso protezionista, chiaro in alcune clausole dei sussidi "verdi" di Biden, finisca per trasformare la corsa alle nuove tecnologie in un gioco a somma zero. Lo si capirà solo nei prossimi mesi. Nel frattempo un terzo degli ecnomisti interpellati dal World Economic Forum pensa che questo ritorno delle politiche industriali porterà una significativa ristrutturazione delle filiere produttive globali in diversi settori, dalla tecnologia alla faramceutica, dall'automotive ai beni alimentari, e che le aziende inizieranno a riorganizzare fabbriche e forniture lungo linee di faglia politiche, alla ricerca di resilienza più che di efficienza. Gli effetti negativi, dice il 72% degli intervistati, saranno soprattutto per la Cina, fabbrica del mondo destinata a perdere pezzi, mentre saranno positivi per i territori dove quei pezzi finiranno: il resto dell'Asia e l'America Latina. In termini di Paesi: Vietnam, India, Thailandia, Indonesia, Messico, Turchia. Positivo, anche se meno, l'effetto per gli Stati Uniti. Incerto per l'Europa, che ancora deve dimostrare di saper giocare questa nuova partita. 

La grande incertezza

La ridefinizione delle geografie industriali è una delle principali incognite sulla crescita globale dei prossimi mesi e anni, ancora dominata secondo l'Outlook da una grande incertezza: gli economisti sono equamente divisi tra chi prevede una recessione, e chi invece la esclude. A trainare il Pil mondiale nei prossimi mesi dovrebbe essere proprio la Cina, che sta rimbalzando meglio del previsto dalla sua politica Zero Covid, dando una spinta anche ai vicini asiatici. Mentre come già mostrato dalle ultime stime del Fondo monetario, arrancano i Paesi sviluppati: gli Stati Uniti, per cui la metà degli economisti prevede una crescita debole o molto debole nel 2023, e soprattutto l'Europa, per cui le aspettative negative sono tre quarti. Va detto che rispetto al precedente sondaggio, che risaliva a gennaio, la visione sull'Unione è leggermente migliorata, grazie alla sua capacità di gestire senza troppi danni il divorzio energetico dalla Russia. D'altra parte però l'inflazione si sta mostrando ben più resistente del previsto, in tutto il mondo ma soprattutto in Europa. Per gli economisti il cammino di rialzo dei tassi delle Banche centrali si fa ogni giorno più difficile: tre quarti pensa che faranno fatica a riportare l'inflazione all'obiettivo del 2%. E se i collassi bancari visti nelle ultime settimane paiono contenibili, crisi individuali e non sistemiche, gli effetti della stretta monetaria potrebbero farsi sentire con forza nel settore immobiliare.