Pnrr, a rischio anche i fondi della quarta rata. L'allarme della Corte dei Conti su colonnine e stazioni a idrogeno
di Giuseppe ColomboROMA - Il rischio è "concreto". E può avere un impatto deflagrante sul governo. Perché quello che la Corte dei conti ha messo nero su bianco in una delibera del 3 maggio è uno scenario inedito per il Pnrr, che già arranca. Il rischio, dunque: incassare meno soldi. In estate, quando la Commissione europea esaminerà la richiesta italiana per ottenere la quarta rata del Piano di ripresa e resilienza, che vale 16 miliardi. Alla tranche sono agganciati 27 obiettivi, da portare a traguardo entro il 30 giugno. I problemi nascono qui, già oggi: i ritardi accumulati sulle colonnine elettriche e sulle stazioni di rifornimento a idrogeno mettono in bilico il raggiungimento dei due target. Per questo i magistrati contabili scrivono che c'è "un concreto rischio di riduzione del contributo finanziario messo a disposizione dall'Ue".
ROMA - Il rischio è "concreto". E può avere un impatto deflagrante sul governo. Perché quello che la Corte dei conti ha messo nero su bianco in una delibera del 3 maggio è uno scenario inedito per il Pnrr, che già arranca. Il rischio, dunque: incassare meno soldi. In estate, quando la Commissione europea esaminerà la richiesta italiana per ottenere la quarta rata del Piano di ripresa e resilienza, che vale 16 miliardi. Alla tranche sono agganciati 27 obiettivi, da portare a traguardo entro il 30 giugno. I problemi nascono qui, già oggi: i ritardi accumulati sulle colonnine elettriche e sulle stazioni di rifornimento a idrogeno mettono in bilico il raggiungimento dei due target. Per questo i magistrati contabili scrivono che c'è "un concreto rischio di riduzione del contributo finanziario messo a disposizione dall'Ue".
A iniziare dalla revisione del progetto per la realizzazione di almeno 40 stazioni di rifornimento a base di idrogeno per veicoli leggeri e pesanti: l'investimento, che vale 230 milioni, va portato a termine entro la metà del 2026. Ma l'aggiudicazione di tutti gli appalti doveva essere completata entro il 31 marzo di quest'anno. Doveva perché la scadenza è saltata, anche per i ritardi ereditati dal governo Draghi. Ecco perchè ora la Corte dei conti "raccomanda la prosecuzione delle interlocuzioni avviate con l'Ue al fine di definire lo sviluppo futuro dell’investimento". Cambiare in corsa, quindi. Due le opzioni: ridurre il numero delle stazioni e quindi impiegare meno risorse o pubblicare un nuovo bando per realizzare almeno cinque stazioni di rifornimento, quelle che mancano all'appello perché i progetti ammessi ai finanziamenti sono in tutto trentacinque, cinque in meno rispetto all'obiettivo concordato dal vecchio governo.
Il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, a cui è affidato il progetto, aveva già messo in conto di intervenire nei mesi scorsi perché i segnali arrivati dal mercato erano e restano deboli. Nelle scorse settimane la questione è finita sul tavolo della revisione degli obiettivi di giugno del Pnrr (i target di marzo, intermedi, sono rendicontati a Bruxelles alla fine di ogni semestre), a cui sta lavorando il ministro per il Pnrr Raffaele Fitto.
Intanto, però, la Corte ha segnalato un'altra criticità: il mancato rispetto della quota del 40% prevista per le Regioni del Mezzogiorno. Solo il 13% delle risorse complessive andrà al Sud. Nella delibera del collegio del controllo concomitante si legge che il Dipartimento per le politiche di coesione della presidenza del Consiglio è stato già messo al corrente, per valutare di sottoporre alla Cabina di regia l'opportunità di intervenire con misure correttive o compensative.
I problemi evidenziati dalla Corte riguardano anche il progetto per la costruzione di 2.500 stazioni di ricarica rapida per i veicoli elettrici sulla rete autostradale e di almeno quattromila nelle zone urbane. In tutto 741,3 milioni del Pnrr. Il faro si era acceso già l'anno scorso, quando era stato accertato "un forte e generale rallentamento degli step necessari al raggiungimento" della milestone con scadenza a dicembre, relativa all'adozione dell'avviso pubblico, oltre a "conseguenti carenze e ritardi, sia pure non gravi" nella programmazione degli adempimenti necessari per l'aggiudicazione degli appalti, che vanno chiusi entro la fine di giugno di quest'anno.
La Corte aveva inviato una serie di raccomandazioni al ministero dell'Ambiente, titolare del progetto; il 25 gennaio è arrivata la risposta: i decreti per l'individuazione del soggetto che fornirà il supporto tecnico-operativo (il Gse, il Gestore dei servizi energetici, preferito a Invitalia) sono stati adottati il 12 gennaio, in ritardo rispetto alla tabella di marcia, ma comunque validati. Tuttavia, anche in seguito ad altri aggiustamenti, i magistrati hanno segnalato "l'esistenza di criticità meritevoli" di essere portate all'attenzione del ministero e dello stesso collegio della Corte.
Ancora interventi correttivi del dicastero, che però non sono stati sufficienti. Di nuovo la Corte: "I ritardi che hanno caratterizzato la gestione del progetto in vista" dell'emissione dell'avviso pubblico sono "sintomatici di una difettosa programmazione dei tempi di attuazione della misura di riferimento, che pone in serio dubbio il raggiungimento della milestone prevista al 30 giugno 2023". Un giudizio perentorio, accompagnato da due nuove raccomandazioni: pubblicare il prima possibile l'avviso pubblico, che doveva essere pronto a dicembre dell'anno scorso, e "adottare ogni atto necessario" per raggiungere l'obiettivo di giugno, accelerando sulla selezione dei progetti e sui decreti di concessione delle agevolazioni.