Dieci miliardi per il cuneo. O il taglio non funzionerà
di Tito Boeri e Roberto PerottiSono tre gli interventi principali del decreto lavoro da venerdì in vigore: un taglio del cuneo fiscale, la riforma del Reddito di Cittadinanza e le misure sulla durata dei contratti a tempo determinato e sui voucher nel turismo. Il taglio di 4 punti ai contributi vale circa 5 miliardi per sei mesi, quindi su base annua è di circa 10 miliardi. Il beneficio netto per i lavoratori interessati sarà però inferiore: 7 miliardi, perché diminuendo gli oneri sociali aumenta il reddito imponibile e quindi le tasse sul reddito. Il monte salari complessivo di chi ha retribuzioni fino a 35.000 euro (i beneficiari del taglio) è di circa 220 miliardi. Da quando è iniziata la corsa dei prezzi, nell’agosto 2021, i salari hanno perso circa il 10% del loro valore, l’equivalente di 22 miliardi per la platea dei beneficiari. Quindi la misura nel suo complesso compensa circa un terzo della perdita del potere d’acquisto dei beneficiari, una…
Sono tre gli interventi principali del decreto lavoro da venerdì in vigore: un taglio del cuneo fiscale, la riforma del Reddito di Cittadinanza e le misure sulla durata dei contratti a tempo determinato e sui voucher nel turismo. Il taglio di 4 punti ai contributi vale circa 5 miliardi per sei mesi, quindi su base annua è di circa 10 miliardi. Il beneficio netto per i lavoratori interessati sarà però inferiore: 7 miliardi, perché diminuendo gli oneri sociali aumenta il reddito imponibile e quindi le tasse sul reddito. Il monte salari complessivo di chi ha retribuzioni fino a 35.000 euro (i beneficiari del taglio) è di circa 220 miliardi. Da quando è iniziata la corsa dei prezzi, nell’agosto 2021, i salari hanno perso circa il 10% del loro valore, l’equivalente di 22 miliardi per la platea dei beneficiari. Quindi la misura nel suo complesso compensa circa un terzo della perdita del potere d’acquisto dei beneficiari, una quota comunque non irrilevante. Senonché… questi conti valgono se il taglio rimarrà in vigore per un anno intero. Se dovesse interrompersi a fine 2023, o anche scadere definitivamente a metà 2024, potrebbe addirittura rivelarsi una misura controproducente: creerebbe incertezza e toglierebbe credibilità a tentativi di tagli di tasse futuri. Ma non sarà facile: a fine 2023 scade anche il taglio del cuneo attuato dal governo Draghi, con un costo di 3,4 miliardi. Bisognerà quindi trovare oltre 10 miliardi (7 del taglio Meloni e 3,4 del taglio di Draghi), circa lo 0,5 percento del Pil. Finora non ci sono indicazioni su dove reperirli.
Il Reddito di Cittadinanza è stato sdoppiato in un Assegno di Inclusione (AI), riservato a chi ha più di 60 anni e alle famiglie con minori o disabili, e in uno Strumento di Attivazione (SdA). Il primo replica in gran parte il Reddito di Cittadinanza, con alcuni correttivi. Quelli positivi riguardano l’allargamento a famiglie di immigrati residenti in Italia da almeno 5 anni (prima erano 10 anni), una modifica imposta dall’Europa. Un’altra modifica positiva ha reso cumulabile l’assegno con i bassi redditi da lavoro, rimuovendo così un disincentivo all’accettazione di lavori poco remunerati. Una modifica pessima riguarda invece i coefficienti famigliari. Ad esempio, una coppia disoccupata con due figli minori riceverà 1,3 volte il reddito di un disoccupato single senza figli. Implicitamente si afferma quindi che quattro persone, di cui due minori, possono vivere solo con il 30 percento in più di un single senza figli. Una equivalenza che non ha eguali al mondo. Per effetto di questa misura, una coppia disoccupata con due figli a carico riceverà il 26 percento del reddito mediano delle famiglie italiane, il valore più basso nella Ue dopo la Slovacchia. E si tenga presente che l’assegno dura un massimo di due anni e mezzo.
Lo SdA riguarda tutti gli altri poveri, quelli “occupabili”, cioè tutti coloro che non vivono con minori, disabili o anziani, e che abbiano un Isee inferiore a 6.000 euro. Si tratta essenzialmente di una indennità di frequenza di corsi di formazione, che dura al massimo 12 mesi non rinnovabili. Per ottenerla bisogna registrarsi presso tre diverse agenzie del lavoro e frequentare corsi di formazione. Quindi per garantire l’accesso a queste famiglie da gennaio 2024 (tra 7 mesi!) bisognerà mettere in piedi corsi di formazione per circa mezzo milione di persone, la platea degli aventi diritto allo SdA. Si noti che il Pnrr impone già di creare 800.000 posti in corsi di formazione nell’arco di tre anni, eppure questo obiettivo viene ritenuto dalle Regioni proibitivo. Si rischia perciò di scatenare la gara a istituire corsi fittizi tanto per erogare sussidi.
In definitiva, la riforma mantiene solo la pensione di cittadinanza e uno strumento per le famiglie con minori e disabili, e toglie prestazioni a tutti gli altri poveri perché considerati “occupabili”: una definizione che non solo non trova corrispettivo in nessun altro paese al mondo, ma che è smentita dal fatto che oggi circa la metà di queste persone è ai servizi sociali in quanto non in grado di lavorare. Il risparmio di spesa (il vero scopo di questi interventi, per alcuni dei quali è semplicemente impossibile trovare una ratio) è notevole: dagli 8 miliardi di spesa attuali si passa a circa 5,5 miliardi.
Infine, in materia di contratti viene estesa la durata massima dei contratti a tempo determinato con lo stesso datore di lavoro da due a tre anni. Ma già oggi sono pochissimi i contratti che vengono rinnovati fino a due anni: la carenza di personale delle aziende sta spingendo verso un aumento delle stabilizzazioni. Quindi questa misura avrà effetti pratici limitati.
Una misura che invece irrigidirà il mercato del lavoro è il ritorno ai “causaloni” (motivazioni per il rinnovo dei contratti a tempo determinato) che richiederanno certificazioni, quindi burocrazia. L’opposizione si è scagliata contro la norma che estende l’utilizzo dei voucher nel turismo. I voucher in vigore attualmente, introdotti dal governo Gentiloni, sono però uno strumento molto diverso dai voucher di un tempo. Per utilizzarli bisogna che datore di lavoro e prestatore d’opera si registrino sul sito dell’Inps e richiedano il pagamento di remunerazione e contributi in anticipo, oltre comunicare il luogo e la durata del lavoro.
Se si vuole davvero lottare contro il precariato, invece di demonizzare i voucher o anche i contratti a tempo determinato, sarebbe più opportuno preoccuparsi dei lavori a tempo pieno spacciati per lavori part-time, del lavoro intermittente, del praticantato, dei tirocini, delle finte partite Iva, e di altre stratagemmi fantasiosi per smussare i confini fra il lavoro autonomo e il lavoro alle dipendenze.