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Perché l’aumento dei tassi non ha frenato l'inflazione

(afp)
Servirà probabilmente ancora qualche mese, e forse una piccola recessione, affinché il fenomeno torni sotto controllo I rischi della spirale tra carovita e salari
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Fino a due anni fa eravamo convinti che l’inflazione alta e persistente fosse un ricordo del passato, perché le banche centrali, tra gli anni 80 e 90, con la loro acquisita indipendenza e la fissazione esplicita degli obiettivi di crescita dei prezzi, erano finalmente riuscite ad ancorare le aspettative di inflazione di lavoratori e imprese a un valore non lontano dal 2% scelto come riferimento.

Per questo a fine pandemia abbiamo inizialmente attribuito la ripresa dell’inflazione a un fenomeno limitato e transitorio, salvo poi registrare, durante il 2022, la cumulazione degli shock generatisi nelle catene globali del valore e sulle materie prime a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, che hanno reso il fenomeno inflattivo più intenso e persistente.

Fino a due anni fa eravamo convinti che l’inflazione alta e persistente fosse un ricordo del passato, perché le banche centrali, tra gli anni 80 e 90, con la loro acquisita indipendenza e la fissazione esplicita degli obiettivi di crescita dei prezzi, erano finalmente riuscite ad ancorare le aspettative di inflazione di lavoratori e imprese a un valore non lontano dal 2% scelto come riferimento.

Per questo a fine pandemia abbiamo inizialmente attribuito la ripresa dell’inflazione a un fenomeno limitato e transitorio, salvo poi registrare, durante il 2022, la cumulazione degli shock generatisi nelle catene globali del valore e sulle materie prime a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, che hanno reso il fenomeno inflattivo più intenso e persistente.



A questo punto abbiamo iniziato ad argomentare, dati alla mano, che sì, l’inflazione aveva in effetti continuato a salire per diversi mesi arrivando a doppia cifra (oltre il 10 per cento in Europa, poco sotto negli Usa, a cavallo dell’estate), dunque non era limitata e transitoria; ma in fondo gran parte dell’effetto, soprattutto in Europa, era appunto un tema di costi, slegato dalle dinamiche del ciclo economico e dalla interazione tra prezzi e salari. Eppure, i dati ci dicono che oggi, nonostante i prezzi dell’energia e delle materie prime siano in deciso calo, l’inflazione “core” (la misura depurata da energia e beni alimentari) continua, anche se lievemente, a crescere sia in Europa che negli Usa, attestandosi intorno al 5,5 per cento, dunque ben lontana dagli obiettivi delle due banche centrali. E questo nonostante una delle più repentine salite dei tassi di interesse mai registrata nella storia delle politiche monetarie, che tecnicamente proprio l’inflazione “core” dovrebbero ridurre.


Cosa non ha funzionato  

Cosa ci sta sfuggendo in questa situazione, e perché è importante riportare l’inflazione sotto controllo? Tre spiegazioni possibili. La prima è che occorra più tempo affinché la politica monetaria dispieghi i suoi effetti. A ben guardare, i tassi di interesse reali, ossia i tassi nominali meno l’inflazione attesa in futuro, stanno entrando solo adesso in territorio positivo, man mano che i tassi salgono e le aspettative di inflazione scendono. Servirà dunque ancora qualche mese, e probabilmente una piccola recessione, affinché il fenomeno ritorni sotto controllo.

La seconda spiegazione fa notare come dietro alle dinamiche dell’inflazione “core” il bilancio tra aumento dei prezzi alla produzione e aumento dei salari sia stato, almeno negli ultimi mesi, a vantaggio dei primi (per circa due terzi, contro un terzo sui salari), percui il fenomeno inflattivo si è accompagnato a una crescita dei profitti, che oggi persistono dato il significativo potere di mercato acquisito da alcune aziende all’interno delle catene del valore. Non a caso da qualche settimana si parla di “greedflation”, dal termine inglese “greed”, avidità.



La terza spiegazione è legata alla progressiva frammentazione del quadro di produzione globale che ha avuto luogo con la pandemia prima, e poi con la crisi geopolitica in atto. Il riportare a casa (reshoring) di parti della produzione rende per definizione l’offerta mondiale meno flessibile (meno elastica, con termine tecnico), e fa dunque aumentare i costi in presenza di shock. I modelli stimati dalla Bce ci dicono che questo effetto vale fino al 5% di inflazione in più nel breve periodo, dunque compatibile con i dati di oggi, e fino a un punto percentuale in più nel medio periodo, il che implicherebbe una revisione al rialzo dell’obbiettivo del 2%.

Quale che sia la spiegazione della persistenza del fenomeno inflazionistico, che probabilmente deriva da una combinazione delle tre argomentazioni di cui sopra, è tuttavia importante adoperarsi affinché lo stesso venga velocemente riportato sotto controllo attraverso i tassi di interesse, un adeguato monitoraggio dei prezzi, e la preservazione dei flussi di commercio internazionale. Questo non solo per evitare la redistribuzione avversa associata al fenomeno inflazionistico, per cui se i salari salgono meno dei prezzi i costi sono scaricati maggiormente sui lavoratori, ma anche per una questione di ancoraggio delle aspettative. Se l’inflazione dovesse persistere i salari, che fino adesso sono aumentati in linea con l’inflazione attesa, saranno adeguati al rialzo, attivando una spirale di nuovo aumento dei prezzi che rischia di portarci indietro di qualche decennio nella gestione dell’inflazione, a detrimento di tutti.