Per incentivare la natalità meglio qualche asilo nido in più dello sconto sulle tasse
di Alessandro SantoroIl problema della bassa crescita demografica è sicuramente al centro del dibattito di politica economica per la semplice ragione che un Paese la cui popolazione non cresce è destinato al declino economico e alla crisi del welfare. È quindi ragionevole che il governo si interroghi su come intervenire per aumentare la crescita demografica. La questione diviene quindi quella dello strumento di politica economica adatto a perseguire lo scopo. In Italia, come in altri Paesi, c’è la forte tentazione di pensare sempre e comunque al fisco. Annunciare uno sconto fiscale garantisce l’attenzione mediatica e il lancio d’agenzia. Ma vi sono diverse ragioni per dubitare che il fisco sia il modo migliore per incentivare determinati comportamenti.
Gli incentivi fiscali
…Il problema della bassa crescita demografica è sicuramente al centro del dibattito di politica economica per la semplice ragione che un Paese la cui popolazione non cresce è destinato al declino economico e alla crisi del welfare. È quindi ragionevole che il governo si interroghi su come intervenire per aumentare la crescita demografica. La questione diviene quindi quella dello strumento di politica economica adatto a perseguire lo scopo. In Italia, come in altri Paesi, c’è la forte tentazione di pensare sempre e comunque al fisco. Annunciare uno sconto fiscale garantisce l’attenzione mediatica e il lancio d’agenzia. Ma vi sono diverse ragioni per dubitare che il fisco sia il modo migliore per incentivare determinati comportamenti.
Gli incentivi fiscali
Un primo problema degli incentivi fiscali è che valgono per tutti i contribuenti, sia per coloro il cui comportamento si vuole incentivare sia per coloro che quel comportamento “socialmente virtuoso” lo avrebbero adottato comunque, anche senza incentivo. Ogni incentivo fiscale, quindi, determina degli sprechi, ossia funziona in parte non da incentivo ex-ante, ma da sussidio ex-post. Ovviamente, si può ritenere che il sussidio sia comunque giustificato, perché il comportamento virtuoso va premiato a prescindere, per il suo intrinseco valore, ma allora bisogna dirlo e sapere che questa parte della spesa non servirà ad aumentare la tendenza naturale ad adottare quel comportamento socialmente virtuoso.
10 mila euro a neonato
Un secondo problema riguarda la dimensione dell’effetto incentivante. Anche quando il fisco riesce a produrre questo effetto i dati dicono che questa è spesso molto meno ampio di quanto si immagini. Ad esempio, spesso i politici si illudono che i tagli fiscali si autofinanzino, e citano la famigerata curva di Laffer (secondo cui esiste un livello critico di pressione fiscale oltre il quale è possibile ridurre le tasse e contemporaneamente aumentare il gettito), senza rendersi conto che questo effetto teorico non si è mai verificato nella realtà, per la semplice ragione che i contribuenti, di norma, reagiscono alle variazioni di imposizione fiscale in proporzione contenuta (in media dichiarando lo 0,2% di reddito in più ogni punto percentuale di aliquota in meno). Queste problematiche sono presenti anche nel caso in cui si pensi di utilizzare il fisco per “incentivare” la natalità. Immaginiamo che tale incentivo consista, come è stato da taluno ventilato, in 10mila euro per ogni neonato, e prescindiamo dalla forma tecnica della sua erogazione (con deduzione o detrazione oppure attraverso un incremento dell’assegno unico), che pure andrebbe considerata. Supponendo che, in assenza di questo incentivo, vi sarebbero comunque circa 400mila nascite come accaduto nel 2022 quando questo incentivo non c’era. Il sussidio a nascite che si sarebbero comunque verificate costerebbe 4 miliardi di euro. E questi 4 miliardi non contribuirebbero a cambiare in alcun modo la tendenza demografica.
L'effetto incentivante
Ovviamente, vi sarebbe anche un effetto incentivante, perché 10mila euro rappresenta una riduzione importante del costo di un figlio. Tuttavia, la letteratura economica e sociologica ci avverte del fatto che le determinanti della scelta di avere un figlio sono molte, non solo il costo del figlio. In una ricerca pubblicata nel 2019 sulla Rivista internazionale di scienze sociali, su dati italiani, il numero di figli è risultato dipendente in misura statisticamente significativa da diverse variabili, tra cui la tipologia di composizione familiare, la zona geografica di residenza, l’età della coppia e anche, ma in misura davvero contenuto, il costo del mantenimento dei figli. Da un’altra ricerca su dati israeliani emerge che la riduzione dell’1% di tale costo determina in media un aumento dello 0,05% della fertilità, mentre negli Usa l’incremento dell’earned income tax credit ha avuto un effetto negativo sulla fertilità.
In sintesi, nella migliore delle ipotesi si può ritenere che un provvedimento fiscale di incentivo alle nascite costerebbe molto per produrre effetti minimi. Se vi sono delle risorse a disposizione, sarebbe decisamente preferibile usarle per potenziare i servizi di welfare. Le difficoltà di raggiungimento degli obiettivi del Pnrr sull’incremento dei posti negli asili nido, ad esempio, sono legate al fatto che i fondi europei coprono solo gli investimenti ma non le spese correnti, e, in primis, quelle del personale. In queste condizioni, i Comuni, specie al Sud, sono restii a chiedere i fondi per costruire nidi che poi non saprebbero come gestire. Perché, allora, non utilizzare le risorse (che evidentemente sono disponibili) per consentire l’aumento dell’offerta dei posti negli asili nido pubblici, aiutando così concretamente le famiglie dove entrambi i coniugi lavorano? La risposta è forse che questo tipo di misura, sicuramente più efficace del taglio fiscale, non avrebbe sui media l’attenzione che viene invece dedicata a qualsiasi ipotesi di riduzione delle tasse.