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Giorgetti vuole trattare sul Mes ma Bruxelles lo gela: già deciso

(reuters)
Roma punta ad ammorbidire le regole del Patto di stabilità escludendo dal deficit gli investimenti green e digitali del Pnrr  
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ROMA - Il tentativo è reiterato, ma non va a segno neppure questa volta. E così Giancarlo Giorgetti si ritrova di nuovo stretto nella morsa del Mes. Perché in terra giapponese, a margine dei lavori del G-7 finanziario, il ministro dell'Economia prova di nuovo ad aprire una trattativa sulla ratifica della riforma del Fondo salva Stati. Questa volta lo fa con il presidente dell'Eurogruppo Paschal Donohoe: il governo italiano, ribadisce, non vuole restare arroccato sul no alla firma, anzi vuole dialogare.

Ma l'interazione - è il senso del ragionamento - ha una contropartita: alcune spese per gli investimenti vanno tenute fuori dal perimetro dei nuovi parametri di bilancio europei, che la riforma del Patto di stabilità …

ROMA - Il tentativo è reiterato, ma non va a segno neppure questa volta. E così Giancarlo Giorgetti si ritrova di nuovo stretto nella morsa del Mes. Perché in terra giapponese, a margine dei lavori del G-7 finanziario, il ministro dell'Economia prova di nuovo ad aprire una trattativa sulla ratifica della riforma del Fondo salva Stati. Questa volta lo fa con il presidente dell'Eurogruppo Paschal Donohoe: il governo italiano, ribadisce, non vuole restare arroccato sul no alla firma, anzi vuole dialogare.

Ma l'interazione - è il senso del ragionamento - ha una contropartita: alcune spese per gli investimenti vanno tenute fuori dal perimetro dei nuovi parametri di bilancio europei, che la riforma del Patto di stabilità sta mettendo in fila. Un'esclusione "temporanea", specifica il titolare del Mef, per provare a non alzare troppo la posta in gioco. Ma che deve coinvolgere necessariamente gli investimenti del Pnrr, in particolare quelli relativi alla transizione digitale e a quella green. Un carico non indifferente, considerando il peso che queste spese hanno all'interno del Piano di ripresa e resilienza. Lo schema è chiaro: portare a casa qualcosa per attutire il contraccolpo della retromarcia sul Mes.

Un segnale per l'Italia, insomma, perché il centrodestra al governo ha fermato la revisione del Meccanismo europeo di stabilità con un voto in Parlamento. E dire sì adesso, senza ottenere nulla in cambio, sconfesserebbe mesi di strategie, centrate sul rinvio e sul tentativo di rilanciare la sfida con l'Europa. Provarci, almeno, fino all'ultimo minuto utile, con la consapevolezza, dentro all'esecutivo, che la linea la detta Giorgia Meloni.

Tornando al tentativo di Giorgetti. Pochi minuti prima di sedersi al tavolo con il ministro dell'Economia, il presidente dell'Eurogruppo si presenta davanti ai microfoni di Rainews24. E stronca lo scambio tra il sì al Mes e le modifiche al Patto di stabilità. "Il Mes - dice - è uno strumento su cui l'opinione pubblica italiana è molto sensibile, e lo rispettiamo, ma resta uno strumento sulla cui introduzione erano d'accordo tutti i Paesi". Tutti. Anche l'Italia, che invece si è sottratta all'impegno, bloccando la revisione del meccanismo e quindi la possibilità, per gli altri Paesi europei, di utilizzarlo. Non a caso Donohoe incalza sulla volontà di "rendere disponibile per il futuro" il Mes, "per qualunque governo ne faccia richiesta". Governo, non Paese. Qualunque governo, eventualmente anche il prossimo esecutivo italiano.

Il faccia a faccia con Giorgetti inizia così. Al termine, il Mef fa sapere che il colloquio è stato "intenso e costruttivo". Ma a Nigata è una nuova fumata nera. Le parole di Donohoe ripropongo il pressing sull'Italia. Che andrà in scena anche lunedì prossimo, all'Eurogruppo. E ancora una volta Giorgetti sarà chiamato a dare una risposta. Ai suoi colleghi europei sempre più spazientiti per l'arroccamento dell'Italia.