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Confcommercio-Censis, l'inflazione impoverisce le famiglie: reddito disponibile più basso di 150 euro rispetto a 30 anni fa

Il dato pro capite in termini reali è inferiore a quello del 1995. Sangalli: "Il risparmio sta esaurendo il sostegno ai consumi, l'incertezza comprime le intenzioni di acquisto"
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MILANO - Prezzi in crescita e salari fermi. Il risultato è che le famiglie italiane di oggi sono più povere di quelle di 30 anni fa. Sono i numeri messi in evidenza dal rapporto Confcommercio-Censis, che sottolinea come rispetto al 1995 il reddito disponibile procapite sia sceso dai 21.325 euro di allora ai 21.081 del 2022.

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"Il risparmio sta esaurendo il sostegno ai consumi e l'incertezza per l'inflazione e il rialzo dei tassi di interesse comprimono le intenzioni di acquisto", ha sottolineato il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, presentando il rapporto. "Si rischia di rallentare la ripresa, nonostante la fiducia delle famiglie sia alta. È fondamentale accelerare le riforme, in particolare quella fiscale, e utilizzare al meglio le risorse del Pnrr", ha aggiunto. A spiegare quanto emerge dal rapporto è stato il direttore dell'ufficio studi, Mariano Bella: "Nel 2022, a prezzi costanti, non abbiamo recuperato né il reddito disponibile pro capite del 2019 né, tantomeno, quello del 2007, cioè il massimo. Siamo addirittura sotto di 150 euro in termini reali rispetto al 1995, cioè quasi trent'anni fa". Trent'anni di bassa crescita - viene evidenziato, "si sentono nelle nostre tasche e nei temi di disagio sociale e crescita della povertà assoluta". E collegato al tema sicurezza del posto del lavoro, l'impoverimento del reddito reale determina anche "un atteggiamento di scarsa propensione a fare figli".

La caduta dei salari reali

L'impoverimento degli italiani negli ultimi decenni non è certo fenomeno che si scopre oggi, quando pure è acuito dall'ondata inflattiva registrata dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Di questi tempi un anno fa facevano discutere i dati dell'Ocse che mostravano in modo impietoso come l'Italia fosse l'unico Paese Ocse in cui i salari sono diminuiti negli ultimi trent'anni, dal 1990 in avanti, complice la stagnazione di Pil e produttività: -3%, mentre la Germania segna +34%, la Francia +31% e la Spagna +6%. Dati che sono stati poi alla base di una ulteriore elaborazione dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani, che all'andamento salariale ha affiancato quello della dinamica dei profitti delle imprese. Ne ha tratto - considerando entrambe le variabili in termini reali e scontando quindi l'effetto dell'inflazione - che tra il 1997 e il 2019 (per evitare l'effetto della crisi pandemica) la retribuzione reale media è diminuita del 6 per cento in Italia, meglio della sola Grecia (-18 per cento). Nello stesso periodo, i profitti (per dipendente, in termini reali) in Italia sono stati fermi. Considerando le dinamiche degli altri Paesi, l'Osservatorio concludeva che "in sostanza, dal 1997 al 2019, al contrario di Germania e Francia, in Italia non si è creata ricchezza da distribuire tra imprese e dei lavoratori". Un tema, dunque, di produttività.

Sale la fiducia, consumi deboli

Il rapporto Confcommercio-Censis mette in luce poi due dati apparentemente in controtendenza. Da una parte la fiducia delle famiglie che - ha evidenziato Bella - è ai "massimi storici", dall'altro "le contraddizioni, che emergono nelle intenzioni di acquisto: in aprile 2023 sono inferiori di quelle di aprile 2022 ma anche di marzo 2019", ciò non è un bene "per i consumi perché potrebbe tradursi in un rallentamento del Pil". "Le famiglie - ha osservato Bella - sentono che le cose potevano andare molto peggio con la pandemia e abbiamo tirato sospiro di sollievo con l'occupazione che tiene e il turismo, compreso il settore della cultura, sta trainando il resto dell'economia. D'altra parte l'inone è ancora elevata, sebbene decrescente, e gli aiuti pubblici si riducono, ad esempio ad aprile abbiamo visto che la crescita dell'inflazione è stata dovuta in larga parte alla rimozione di alcuni sconti in bolletta". A questo punto, "visto che il potere d'acquisto di redditi e risparmi si riduce, le famiglie percepiscono la necessità, se le cose non dovessero migliorare rapidamente, di ricostituire un adeguato stock di risparmio per fare fronte al contesto ancora caratterizzato dall'incertezza; maggiore risparmio vuole dire minori prospettive e intenzioni di spesa", rileva.