La corsa delle società benefit: +54% nel 2022. Ma fra tre anni cambieranno le regole: crollo in vista?
di Maria Sole BettiROMA - Un tasso di crescita del 54% in un anno e 2600 unità nel 2022. È record in Italia per le società benefit, le corporation ammesse dal 2016 che nello statuto hanno inserito accanto allo scopo di lucro uno o più scopi legati al benessere sociale o ambientale, obbligandosi a una comunicazione trasparente nei confronti dei loro stakeholders. Un vero e proprio boom, che secondo gli analisti crescerà ancora. Ma c'è una data che potrebbe cambiare il quadro: il 1° gennaio 2026. Tra tre anni si applicherà infatti alle piccole e medie società quotate la Direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) che introduce vincoli più dettagliati per la comunicazione di sostenibilità, prevedendo in particolare l’obbligo di rendicontazione societaria, riducendo le distanze con il modello benefit.
Secondo i dati diffusi da Assobenefit in collaborazione con la Camera di Co…
ROMA - Un tasso di crescita del 54% in un anno e 2600 unità nel 2022. È record in Italia per le società benefit, le corporation ammesse dal 2016 che nello statuto hanno inserito accanto allo scopo di lucro uno o più scopi legati al benessere sociale o ambientale, obbligandosi a una comunicazione trasparente nei confronti dei loro stakeholders. Un vero e proprio boom, che secondo gli analisti crescerà ancora. Ma c'è una data che potrebbe cambiare il quadro: il 1° gennaio 2026. Tra tre anni si applicherà infatti alle piccole e medie società quotate la Direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) che introduce vincoli più dettagliati per la comunicazione di sostenibilità, prevedendo in particolare l’obbligo di rendicontazione societaria, riducendo le distanze con il modello benefit.
Secondo i dati diffusi da Assobenefit in collaborazione con la Camera di Commercio di Taranto, sarebbe la Lombardia (34,54%) a guidare la classifica delle Regioni più “benefit addicted”, seguita da Lazio (11,12%), Veneto (10,05%), Emilia Romagna (9,29%) e Piemonte 7,62%. Un totale di 138.355 addetti del settore con una media di 52 dipendenti per società, spalmati su settori merceologici come servizi professionali o consulenziali (26,81%), servizi di informazione (19,08%) e attività manifatturiere (13,02%). Che testimonia come le società benefit siano il veicolo societario al momento preferito dalla piccola - talvolta piccolissima - impresa, anche se non mancano esempi tra big dell’industria, anche manufatturiera e farmaceutica.
Un trend di continua espansione dunque innegabile. Ma quali sono le ragioni? Spiega l’avvocato Marco Cristiano Petrassi, partner dello studio legale SZA: “Tra di esse c’è certamente il credito di imposta riconosciuto, alle imprese che si fossero trasformate o costituite in benefit negli anni 2021 e 2022, con riferimento alle spese di consulenza funzionali alla costituzione e alla trasformazione. Tuttavia, il beneficio fiscale incoraggia l’adozione del modello ma non giustifica da solo la scelta che può essere spiegata soltanto con la volontà dell’imprenditore (pubblico o privato) di differenziarsi sul mercato per una proposta di business innovativa e fortemente impegnata nel perseguimento di obiettivi di sostenibilità sociale e ambientale a vantaggio della comunità. Del resto la recente pandemia ha acuito il desiderio di alcuni operatori economici di prendersi anche cura, responsabilmente, del contesto in cui agiscono”.
Eppure, aumentano i timori sulla durata di questo boom. Questo perchè esiste una deadline che incombe come una sorta di “tagliola” sulle prospettive di questa forma societaria: il 1 gennaio del 2026. “Nel 2026 – spega ancora Petrassi - la Corporate Sustainability Reporting Directive (Direttiva CSRD) entrerà a pieno regime applicandosi alle piccole e medie società quotate con importanti ricadute sul piano della disclosure delle informazioni di sostenibilità (anche per le imprese fornitrici). In sostanza, un numero sempre più ampio di imprese sarà obbligato - indipendentemente dalla qualifica di benefit - a tenere in conto la sostenibilità nello svolgimento dell’attività di impresa”.
Tre anni non sono molti per la vita di un’azienda, tanto che molti si chiedono se avrà ancora senso scegliere di costituirsi come società benefit. La risposta di Petrassi è positiva per due ragioni. La prima: “La società benefit si continuerà a distinguere per la finalizzazione dell’attività al perseguimento di uno scopo di beneficio comune. Quest’ultimo può essere descritto come un particolare “effetto” o “impatto” che la società vuole raggiungere: uno scopo speciale, da essa liberamente individuato e tarato sul proprio business model e sulla propria storia. Sotto questo profilo, la benefit garantisce una libertà delle “forme giuridiche” difficilmente pareggiabile da altri modelli societari. Inoltre, la duttilità del modello ne sta facendo apprezzare l’utilità anche in contesti lontani da quelli inizialmente immaginati dal legislatore. Si pensi alle recenti applicazioni nelle società pubbliche e nelle comunità energetiche”.
C’è poi un secondo motivo: “Le benefit non sono un fenomeno italiano bensì il frutto più maturo di un movimento internazionale che si sta espandendo anche in altri Paesi europei (come Spagna e Francia). La circolazione dei capitali e le politiche di finanza sostenibile o di impatto manterranno le benefit quale modello attrattivo anche per gli investitori internazionali. Non sappiamo se il loro boom rallenterà, ma non diventeranno troppo presto roba da boomer”.