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Allarmismi e lentezze ma la Germania cambia

Il futuro dipende dalla capacità di restare un produttore globale con una qualità tecnologica almeno pari a quella cinese. I problemi ci sono, ma i tedeschi hanno già dimostrato di saper ripensare un modello capace di garantire crescita e stabilità
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L’economia tedesca sta risentendo più di altre dei grandi cambiamenti in corso: forti tensioni geopolitiche, transizione ambientale, inversione del ciclo dei tassi d’interesse e riequilibrio nei commerci con l’Asia. Un tale cambio di segno rispetto alla lunga fase di sviluppo degli ultimi trent’anni (dividendo della pace, import di energia, tassi in discesa o negativi, export verso la Cina), giustifica il fatto che l’economia tedesca si assesti nel 2023 su una crescita stagnante che quindi non va drammatizzata.

Le imprese prima della politica

L’allarmismo è un collaudato meccanismo di difesa della società tedesca, che risalta rispetto all’assenza di analisi in Italia a fronte di problemi identici. Un anno fa, studi promossi da associazioni d’impresa prevedevano un calo del Pil tedesco del 12%. I toni di allerta di oggi ricordano d’altronde que…

L’economia tedesca sta risentendo più di altre dei grandi cambiamenti in corso: forti tensioni geopolitiche, transizione ambientale, inversione del ciclo dei tassi d’interesse e riequilibrio nei commerci con l’Asia. Un tale cambio di segno rispetto alla lunga fase di sviluppo degli ultimi trent’anni (dividendo della pace, import di energia, tassi in discesa o negativi, export verso la Cina), giustifica il fatto che l’economia tedesca si assesti nel 2023 su una crescita stagnante che quindi non va drammatizzata.

Le imprese prima della politica

L’allarmismo è un collaudato meccanismo di difesa della società tedesca, che risalta rispetto all’assenza di analisi in Italia a fronte di problemi identici. Un anno fa, studi promossi da associazioni d’impresa prevedevano un calo del Pil tedesco del 12%. I toni di allerta di oggi ricordano d’altronde quelli del 1994-95. Anche negli anni Novanta erano in corso grandi mutamenti strutturali (globalizzazione e nuove tecnologie) e si paventava la de-industrializzazione tedesca. L’allarme servì a far nascere un nuovo modello economico che ha garantito tre decenni di crescita e stabilità, pur con severi costi sociali e un forte aumento delle diseguaglianze. Anche allora furono le imprese ad anticipare la reazione politica. Tra le altre, Siemens delocalizzò nell’Est Europa e Deutsche Bank minacciò di spostare sede e attività a Londra.

Una certa pubblica brutalità dei manager tedeschi, rispetto all’agire di soppiatto tipico in Italia, è rimasta. Si pensi a Basf, il gruppo chimico che forse più di tutti aveva spinto per la realizzazione di NordStream (il gasdotto che rendeva la Germania dipendente da Mosca), nel 2022 il suo capo aveva previsto la distruzione dell’intera economia e oggi annuncia l’intenzione di spostare investimenti in Cina e negli Stati Uniti. C’è una certa sfacciataggine anche nella denuncia del rischio di de-industrializzazione per colpa degli incentivi americani alle imprese. Quegli incentivi ammontano come è noto a circa 380 miliardi di dollari, più o meno la stessa cifra che le casse federali tedesche hanno stanziato per compensare la spesa energetica di imprese e famiglie nel 2022, in un paese il cui Pil è un quinto di quello americano. L’allarmismo ha effetto sulla politica e non solo: un anno fa, il cancelliere Scholz e il vicecancelliere Habeck condivisero la plausibilità di disoccupazione di massa. La Borsa perse un quarto del valore tra gennaio e settembre. Il 5 maggio scorso, un paper del ministero delle Attività economiche ha ipotizzato la necessità di sovvenzioni all’energia fino al 2045, sollecitando un contro-allarme: volete conservare un “museo industriale” anziché settori innovativi.
Gli allarmi sono parodici, tuttavia i problemi ci sono. Nel breve termine, l’inflazione sembra vischiosa e potrebbe ridurre i redditi reali anche nel 2024. Le politiche di riconversione energetica toccano le famiglie e pesano sui consumi. I riflessi si sentono sulle entrate pubbliche. Il settore immobiliare è frenato da tassi d’interesse non più negativi. Ci sono inoltre segnali di restrizione del credito in un settore bancario che da anni cerca di ripulirsi dai rischi accumulati da molti anni.

Le sfide  a lungo termine

Più impegnative sono le sfide di lungo termine, a cominciare da uno spostamento verso produzioni a maggiore valore aggiunto. I grandi investimenti in microprocessori renderanno la Germania il centro tecnologico europeo solo tra diversi anni. Manca ogni disponibilità di terre rare. Le amministrazioni locali faticano a gestire le risorse e il gap di investimenti pone un problema strutturale per il sistema federalista. L’industria dell’auto è minacciata dalla concorrenza cinese e la dipendenza commerciale da Pechino sta condizionando il ruolo globale dell’Europa. L’incertezza geopolitica è grave per un’economia che dal 1800 si pone l’obiettivo di una crescita trainata dalle esportazioni anche verso sistemi autocratici.

Il super partner Est Europa

Anche qui il dinamismo dell’economia non va sottovalutato. Il crollo del commercio con la Russia è stato più che compensato dalla “diversione” degli scambi con i paesi dell’Est Europa. L’Est Europa è diventata ora in aggregato il primo partner commerciale, più importante di Cina e Usa, e in parte ciò è dovuto alla ricostituzione in Europa di catene di fornitura che prima erano “globali”. L’elasticità si è vista nel 2022 quando il settore dell’auto, dato per defunto, è cresciuto del 16% non appena superata la carenza di chip del 2021. Il futuro dipende dalla capacità di restare un produttore globale con una qualità tecnologica almeno pari a quella cinese, cosa che il settore siderurgico sta già provando a fare.

Da un punto di vista politico, il cambiamento apre sfide rilevanti. Per la prima volta dal dopoguerra la Germania si pone problemi strategici e un ruolo di guida anche militare in Europa. L’autonomia in termini di sicurezza economica, industriale o strategica è però un miraggio. La conversione energetica è in ritardo e comporterà nuovi costi per le famiglie. L’avanguardia tecnologica richiederebbe una capacità “americana” di pensare il futuro che non è mai esistita dal dopoguerra. La carenza di forza lavoro, che Scholz definisce drammatica, richiede accoglienza per gli immigrati a fronte di ovvie resistenze politiche. La Germania cambia con l’allarmismo e la lentezza di sempre, rivivendo quella che un tempo si caratterizzava come la difficoltà di far virare una chiatta lungo il Reno. Ma a chi si compiace della maggior crescita italiana nel 2022, un piccolo monito: in quello stesso anno il numero degli emigranti italiani in Germania è stato pari a quello dei siriani.