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Dall'Europa a Wall Street pochi giganti e tanti nanetti nelle Borse internazionali

(reuters)
Nelle piazze finanziarie di tutto il mondo un ristretto numero di "ultra-corporation" determina ormai l’andamento degli indici. Con una polarizzazione delle valutaizoni che taglia fuori le società più piccole e non è priva di rischi
3 minuti di lettura

Un gioco per pochi giganti, con tanti nanetti da giardino a fare da spettatori. Le Borse di questa prima parte dell'anno richiamano un'immagine di questo tipo. Wall Street, il maggiore mercato azionario del mondo? Il titolo principe è Apple, con una capitalizzazione di quasi 2.700 miliardi di dollari, al decimo posto si piazza United Health con 446 miliardi, al cinquantesimo arranca già lontanissima Raytheon Technologies con 139, la ventesima parte della creatura di Steve Jobs. E l'Europa, un mercato di per sé strutturalmente mignon rispetto a quello americano? Anche qui le distanze si sono fatte abissali, seppur in scala. Al top c'è la Lvmh di Bernard Arnault, tycoon stabilmente sul podio degli uomini più ricchi del mondo: in Borsa il colosso francese del lusso vale 438 miliardi di euro, in decima posizione segue Deutsche Telekom con 108 miliardi, in cinquantesima naviga ad anni luce di distanza la compagnia immobiliare Vonovia, tede…

Un gioco per pochi giganti, con tanti nanetti da giardino a fare da spettatori. Le Borse di questa prima parte dell'anno richiamano un'immagine di questo tipo. Wall Street, il maggiore mercato azionario del mondo? Il titolo principe è Apple, con una capitalizzazione di quasi 2.700 miliardi di dollari, al decimo posto si piazza United Health con 446 miliardi, al cinquantesimo arranca già lontanissima Raytheon Technologies con 139, la ventesima parte della creatura di Steve Jobs. E l'Europa, un mercato di per sé strutturalmente mignon rispetto a quello americano? Anche qui le distanze si sono fatte abissali, seppur in scala. Al top c'è la Lvmh di Bernard Arnault, tycoon stabilmente sul podio degli uomini più ricchi del mondo: in Borsa il colosso francese del lusso vale 438 miliardi di euro, in decima posizione segue Deutsche Telekom con 108 miliardi, in cinquantesima naviga ad anni luce di distanza la compagnia immobiliare Vonovia, tedesca pure lei, con 13 miliardi.

La polarizzazione delle valutazioni

Se la globalizzazione e l'era digitale hanno dato vita a corporation che fatturano più di parecchie nazioni messe insieme, le Borse di questi ultimi anni hanno cavalcato il fenomeno aggiungendoci qualcosa in più, la polarizzazione delle valutazioni. La società svizzera di gestione Vontobel ha elaborato una classifica dei titoli che quest'anno hanno contribuito maggiormente alla performance dei mercati, negli Stati Uniti e in Europa. Con i dati aggiornati alla scorsa settimana (al 17 maggio), il rialzo del 7,5% dell'indice americano S&P 500 è spiegato per intero dagli andamenti dei dieci titoli maggiori, mentre ben 475 hanno contribuito in misura irrilevante o addirittura negativa. Se si guarda all'interno del "Dream Team", c'è tantissima tecnologia: oltre a Apple, spiccano Nvidia, Microsoft, Meta-Facebook, Alphabet-Google, Amazon, con la casa farmaceutica Lilly - e un po' Tesla - unica intrusa. Proprio la risalita dell'hi-tech spiega anche il sorpasso operato dal Nasdaq 100 (+25%) tra gli indici più performanti del 2023, ai danni del parigino Cac40 (+15%), che fino ad aprile era stato il più brillante. "Il rallentamento della pressione inflazionistica negli Stati Uniti e la risoluzione della crisi energetica, insieme alla crisi sul credito innescata dal fallimento di Svb Bank e alla maggiore probabilità di assistere a una pausa nel ciclo di inasprimento dei tassi, hanno sostenuto una massiccia rotazione settoriale verso uno stile di investimento di "quality growth", dove la tecnologia rappresenta al meglio questa caratteristica", osserva Mario Montagnani, il senior investment manager di Vontobel che ha elaborato i dati.

I primi 10 titoli dell'indice S&P 500 per contributo alla performance del 2023 (+7,5%, dati al 17 maggio) 

In Europa cambia il colore della performance, non la mancanza di coralità. Pochi titoli di dimensioni enormi hanno sostenuto con i loro rialzi il più 11,6% messo a segno dall'indice Eurostoxx. In testa ci sono appunto Lvmh, Hermès e L'Oreal, un podio da "vive la France" che secondo Montagnani presenta un fattore comune: "Sono società che realizzano una parte massiccia dei loro ricavi e profitti in Asia, in particolare in Cina. Il mercato si è giocato il tema della riapertura in Cina in maniera indiretta, investendo in titoli di mercati sviluppati con una sostanziale esposizione ai consumatori cinesi".

Per molti osservatori la polarizzazione non è priva di rischi. Molti fondi che replicano gli indici sono costretti a puntare sui titoli dei big, anche se le valutazioni sono elevate, mentre rischiano di passare inosservate performance industriali eccellenti di società più piccole, che però pesano poco sull'andamento del mercato. Come nella vita, anche in Borsa cadere dall'alto è più doloroso: basta che una delle ultra-corporation annunci risultati un po' così per amplificare gli scivoloni, del titolo come degli indici. Basta ricordare il 2022, con i crolli di Tesla (meno 65%), Amazon (meno 50), Alphabet-Google (meno 39), che dopo anni di vacche grasse fecero precipitare il Nasdaq (meno 32%).

I primi 10 titoli dell'indice Eurostoxx per contributo alla performance del 2023 (+11,5%, dati al 17 maggio) 

Anche oggi a guardarsi da galassie lontane non sono soltanto i valori assoluti dei titoli, ma anche le valutazioni in termini di multipli di mercato. In Europa i 25 titoli maggiori dell'indice Eurostoxx presentano un rapporto fra prezzi correnti e utili 2024 di 23 volte, quasi il doppio delle 11,9 volte di tutti gli altri. Hermès e Christian Dior si spingono addirittura a 46,5 volte, Ferrari a 37,7. Enel, la maggiore società italiana per capitalizzazione (61 miliardi), si ferma a 9,4 volte, Unicredit -  uno dei migliori titoli dell'indice, con un più 41,8% da inizio anno - anche più in basso, a 5,1 volte. Anche a Wall Street il tema esiste. Anche se le distanze fra il gruppo di testa e la massa sono meno spinte: lo stesso rapporto fra prezzo e utili 2024 per i 25 colossi del mercato è in media pari a 28 volte, mentre per l'intero indice S&P 500 è poco sotto le venti volte. Anche qui ci sono vette himalayane: Nvidia e Alphabet-Google sono a 50 volte, Tesla a 36.

Un rialzo molto parziale


Chi si immagina che il mercato sia inesorabilmente destinato a premiare i sotto-valutati di oggi, rinnegando le ultra-corporation, potrebbe però restare deluso, sostiene Montagnani. In Europa, nota il gestore, il rialzo da inizio anno è stato trainato da soli sei settori su venti, lusso, automobili, tecnologia, industrial, retail e alimentari: "Gli altri presentano quasi sempre un profilo di crescita molto basso, come le utilities, le banche, le assicurazioni, le telecomunicazioni e altri ancora. Le valutazioni basse, in questo caso, possono dunque essere giustificate". Anche negli Stati Uniti non è detto che il mercato sia pronto a cambiare cavalli: "Molte società che presentano multipli elevati hanno un profilo reddituale solido e generano forti flussi di cassa", dice Montagnani, che sottolinea un fattore cruciale, il modo in cui questa cassa viene utilizzata: "Se si guarda l'indice S&P 500 dal 2010, si può calcolare che circa un terzo del ritorno netto è stato determinato dai buy back e che questa componente è adnata via via crescendo dagli anni 2014-2015 in poi, raggiungendo il piccolo proprio negli ultimi anni. Questa forte propensione delle società americane a restituire la liquidità in eccesso agli azionisti tramite i buyback, difficilmente verrà meno".