Paul De Grauwe “La crisi tedesca indebolisce l’Europa nella sfida globale”
di Eugenio Occorsio"Sulla Germania si è abbattuta una tempesta perfetta, fra crisi energetica, rallentamento mondiale, riposizionamento della Cina. Il problema è che essendo la Germania la prima economia europea tutto questo sta avendo conseguenze profondissime sulla crescita dell'Europa e dell'intero Occidente. E sempre più ne avrà". Paul De Grauwe, belga di nascita, PhD alla Johns Hopkins University nel 1973, nella sua lunga esperienza ha occupato posizioni di rilievo al Fmi, è stato parlamentare nel suo Paese per il partito liberal-democratico fiammingo, e oggi insegna Politica economica europea alla London School of Economics dove dirige anche l'European Institute. "La Germania - dice - ha stravinto nella partita della globalizzazione ma sta faticando ad adattarsi al "new normal" dell'economia globale".
In effetti, Berlino è ultima nel G7 quanto …
"Sulla Germania si è abbattuta una tempesta perfetta, fra crisi energetica, rallentamento mondiale, riposizionamento della Cina. Il problema è che essendo la Germania la prima economia europea tutto questo sta avendo conseguenze profondissime sulla crescita dell'Europa e dell'intero Occidente. E sempre più ne avrà". Paul De Grauwe, belga di nascita, PhD alla Johns Hopkins University nel 1973, nella sua lunga esperienza ha occupato posizioni di rilievo al Fmi, è stato parlamentare nel suo Paese per il partito liberal-democratico fiammingo, e oggi insegna Politica economica europea alla London School of Economics dove dirige anche l'European Institute. "La Germania - dice - ha stravinto nella partita della globalizzazione ma sta faticando ad adattarsi al "new normal" dell'economia globale".
In effetti, Berlino è ultima nel G7 quanto a prospettive di crescita. Poteva evitarlo e soprattutto può rimediare?
"Alcuni fattori sono oggettivi: la crisi energetica che ha l'epicentro nel gas, il raffreddamento dei rapporti con la Cina, lo stesso rallentamento mondiale. Diciamo però che le scelte politiche ed economiche di Berlino, con la spalla della Bundesbank, hanno fatto del loro. E sono proprio questi ulteriori elementi di incertezza che si riflettono sulla struttura economica dell'intera Europa indebolendola nella concorrenza mondiale".
Quali errori sono stati commessi?
"Un primo errore è storico: l'ossessione per l'attivo di bilancio ha privato il Paese, e quindi l'intera Europa con tutti i riflessi del caso, di una mole notevole di investimenti pubblici. Il risultato è che la dotazione infrastrutturale, e con essa lo stock di capitale pubblico investito, è deficitaria. Il Paese si trova in arretrato quanto a strade, ferrovie, aeroporti. Ma parlo anche di infrastrutture civili come le residenze per anziani, visto che la Germania soffre dell'invecchiamento della popolazione".
Tutti elementi che deprimono l'economia?
"Ne soffre l'economia e con essa quella dei Paesi che ruotano intorno al gigante tedesco. E ciò per tenere i conti in ordine, quando già erano in perfetto ordine da tempo. E quando è arrivata l'inflazione non ha risparmiato nessuno".
Quali altri sbagli vede?
"Soprattutto un altro, anch'esso sorprendente per la mancanza di lungimiranza. L'economia industriale tedesca era tremendamente dipendente dalle forniture di gas russo. Tutti conosciamo le disavventure che hanno compromesso prima l'inaugurazione del gasdotto Nord Stream 2 e poi la funzionalità anche del Nord Stream 1. La Germania si è trovata esposta quant'altri mai al tragico shortage del gas russo. E in tutto questo cos'ha fatto? Ha chiuso le ultime due centrali nucleari".
Ma non è un altro discorso, connesso con il rispetto degli impegni già presi in termini di sostenibilità ambientale?
"Che i tedeschi mantengano rigorosamente gli impegni presi gli fa onore. Però, siamo realisti: in un momento come questo, oltretutto con gli impianti già totalmente ammortizzati, privarsi di una fonte integrativa a basso costo come quella nucleare le sembra una scelta intelligente? Certo, sul medio termine l'energia nucleare sarà meglio abolirla, ma ora bisogna considerare l'eccezionalità del momento. Ancora una volta: anche le altre economie europee potrebbero aver bisogno dell'energia tedesca esportata, escludere questa possibilità mi sembra incosciente ed egoistico".
Però la Germania si sta muovendo bene sul gas, allestendo in tempi record una batteria di rigassificatori invidiabile...
"Sì, certo, però bisogna vedere i costi di tutto questo. Sono costi che ricadono anche su un apparato industriale che viceversa avrebbe bisogno in fretta di importanti investimenti per rilanciarsi e per facilitare il riposizionamento del Paese nel nuovo frammentato quadro geopolitico mondiale. Invece anche lì ci sono ritardi".
Ancora?
"Prendiamo l'auto, punta di diamante dell'industria tedesca con una fortissima vocazione all'export. Bene, è totalmente spiazzata, tranne forse la Bmw, sul fronte dell'elettrico, settore sempre più dominato dai cinesi. Tra l'altro, questo riguarda da vicinissimo proprio l'Italia, perché il primo fornitore di semilavorati e componenti per il settore auto è il vostro Paese. Rischiate di essere travolti dai ritardi e dalle mancate occasioni dei tedeschi. Servirebbero grossi incentivi e finanziamenti anche pubblici, ennesimo aspetto dove non tutto va per il verso giusto".
In che senso?
"Il problema è sempre lo stesso, la ritrosia a impegnare soldi pubblici tipica della Germania. Invece è proprio quello che servirebbe: una forte spinta all'incentivazione pubblica. Lo ha fatto perfino l'America con l'Inflation reduction act".
Però, professore, anche la Germania ha annunciato importanti programmi di spesa. Non bastano?
"Sì, ma fra mille incertezze, distinguo, ambiguità. Le stesse che, essendo l'economia più importante d'Europa, ha portato a Bruxelles. Invece ora più che mai occorre abbandonare le pregiudiziali ideologiche. La Francia, l'altro Paese-guida dell'Europa, è molto più avanzata, decisa e assertiva sul tema degli incentivi. Infatti in tanti non guardano più al modello tedesco, in crisi per i motivi che stiamo elencando, bensì a quello francese. Tra l'altro, "coltivando" la propria debolezza la Germania perde influenza in Europa, dove tradizionalmente imponeva facilmente le proprie dottrine, basta guardare alla Bce e al Trattato di Maastricht".
Quindi lei non è d'accordo con il vicepresidente della Commissione Dombrovskis, che dice che ogni dossier va esaminato indipendentemente senza fare confusione?
"In parte no. Per esempio, nelle trattative in corso per il rinnovo del patto di stabilità, la Germania non vince più a mani basse come un tempo. Verrà abbandonato lo schema fisso della riduzione del debito caro a Berlino, in favore di misure "personalizzate" Paese per Paese. E non è un caso".