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Dissesto del territorio: in 12 anni spesi solo 9 miliardi

(fotogramma)
Le amministrazioni pubbliche hanno provato a intervenire. Ma errori, ritardi e omissioni hanno "frenato" l'uso di fondi nazionali ed europei
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ROMA - Dodici anni e nove governi, sia di centrodestra che di centrosinistra, inclusi quelli tecnici. E meno di dieci miliardi spesi per la difesa del suolo. Per la precisione 9,1 miliardi. Nonostante le alluvioni, le frane, i terremoti e le mareggiate che tra il 2010 e il 2022 hanno provocato morti e danni. E nonostante progetti presentati per oltre 66 miliardi: in parte sono stat scartati, altrettanti ammessi ai finanziamenti ma rimasti fermi.

A dare la misura dello stallo sono i dati di Open Cup, la piattaforma sugli investimenti pubblici gestita dal Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della presidenza del Consiglio. Dall'incrocio dei dati emergono ritardi, rinvii, bocciature e omissioni che hanno lasciato sulla carta decine di miliardi tra fondi nazionali, regionali ed europei.

ROMA - Dodici anni e nove governi, sia di centrodestra che di centrosinistra, inclusi quelli tecnici. E meno di dieci miliardi spesi per la difesa del suolo. Per la precisione 9,1 miliardi. Nonostante le alluvioni, le frane, i terremoti e le mareggiate che tra il 2010 e il 2022 hanno provocato morti e danni. E nonostante progetti presentati per oltre 66 miliardi: in parte sono stat scartati, altrettanti ammessi ai finanziamenti ma rimasti fermi.

A dare la misura dello stallo sono i dati di Open Cup, la piattaforma sugli investimenti pubblici gestita dal Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della presidenza del Consiglio. Dall'incrocio dei dati emergono ritardi, rinvii, bocciature e omissioni che hanno lasciato sulla carta decine di miliardi tra fondi nazionali, regionali ed europei.

Eppure il tentativo c'è stato. Perché le amministrazioni, tutte, dallo Stato alle Regioni, inclusi i Comuni, nei dodici anni presi a riferimento, hanno avanzato migliaia di proposte per sistemare un piccolo argine lungo un fiume invece che mettere in sicurezza un costone roccioso. Sono stati quasi 98 mila, infatti, i progetti che hanno ottenuto il codice Cup (Codice unico di progetto), il bollino che identifica un piano di investimento pubblico. Da quel momento in poi, il progetto può essere monitorato passo dopo passo e agganciato alla tracciabilità dei flussi finanziari che lo alimentano.

La maggior parte dei progetti (33.917, pari al 27% del totale) ha a che fare con i corsi d'acqua, mentre il secondo comparto più consistente è quello degli interventi nelle foreste e nei boschi (23%). Poi le abitazioni, con quasi 22 mila progetti, seguite da altre infrastrutture per la difesa del suolo (circa 7.600). Ancora i progetti per la regimazione delle acque, cioè le azioni necessarie per ridurre al minimo il rischio di un'erosione del suolo, e per le spiagge, oltre alle infrastrutture anti sisma. In tutto, appunto, quasi 98 mila interventi, per un valore complessivo di ben 66 miliardi.

Non tutti i progetti, però, sono stati ammessi ai finanziamenti alimentati dalle risorse del bilancio nazionale, oltre che dai fondi regionali e da quelli europei, dal Fondo per lo sviluppo e la coesione al Pnrr. Come funziona il monitoraggio degli investimenti lo spiega a Repubblica l'ex capo del Dipe Marco Leonardi, che ha appena scritto un libro sulle ragioni per cui l'Italia non riesce a spendere: "Non tutti i Cup - dice - sono poi ammessi al finanziamento, la procedura è molto difficile: dei sessantasei miliardi riferiti alla programmazione iniziale, al finanziamento sono stati ammessi solo diciassette".

Ma il blocco è subentrato anche in un secondo momento. Basta guardare a quello che è successo ai progetti che alla fine sono entrati nei piani degli enti locali e delle amministrazioni centrali: quelli in attuazione, insieme a quelli conclusi, hanno ricevuto pagamenti per meno di dieci miliardi. In tutto. La media, nei dodici anni, è stata di appena 800 milioni all'anno.

Il trend, in dettaglio. Tra il 2010 e il 2013, la pianificazione degli interventi ha risentito di un progressivo rallentamento. È ripresa dal 2013-2014, in particolare dal 2017 in poi, con un ritmo di interventi programmati di circa 2 miliardi all'anno. Ma la spesa non ha seguito l'andamento della programmazione: l'impiego delle risorse è cresciuto, seppure lentamente, ma sempre ben al di sotto dell'ammontare programmato.

I problemi non finiscono qui. La Corte dei Conti ha messo in fila "una serie di ragioni che hanno impedito una efficace implementazione dei piani di contrasto al rischio idrogeologico". Tra le tante: la lunghezza e "la laboriosità dei procedimenti, dei tempi di progettazione e approvazione, e la carenza degli organismi tecnici deputati alla realizzazione dei progetti". Ancora, la stessa Corte ha evidenziato una riduzione dell'efficacia delle misure perché i commissari straordinari (che ora coincidono con i presidenti di Regione) hanno delegato l'attuazione degli interventi ai Comuni beneficiari.

Un'altra delle grande questioni della spesa in affanno è la governance. "Sembrerebbe necessario intervenire su una governance della materia", è un altro rilievo della magistratura contabile. E dall'analisi effettuata a partire dal 2019 "non sembra emergere alcuna sostanziale azione correttiva in merito". Un'altra falla dentro una macchina che perde soldi.