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Svizzera, caccia agli infermieri italiani: casting e stipendi d'oro per coprire i buchi della sanità elvetica

La sanità elvetica è sotto stress, soprattutto per gli abbandoni post-Covid. Nel Canton Ticino un camice bianco su sei ha il passaporto tricolore. Il sindacato italiano lamenta il fenomeno, mentre la Regione Lombardia ha le armi spuntate con un aumento di qualche decina di euro degli stipendi
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LUGANO - A Berna arriva il grido di dolore di un rappresentante sindacale degli infermieri italiani. Antonio De Palma, presidente di Nursing Up, afferma che "la Svizzera ha aperto la caccia all'infermiere italiano".

Come si può leggere sul quotidiano Corriere del Ticino, De Palma accusa ospedali e cliniche private elvetiche di operare un vero e proprio saccheggio ai danni della sanità italiana "mettendo sul piatto uno stipendio mensile che prevede almeno il doppio della retribuzione italiana. Questo significa 3 mila euro netti di retribuzione base, per arrivare anche a picchi di 8 mila dopo anni di lavoro sul campo".

Il ragionamento di De Palma non fa una grinza se pensiamo che, delle 26 mila persone impiegate nella sanità del Canton Ticino, "5000 sono frontalieri delle province di Como, Varese, Lecco e Verbano Cusio Ossola". Gente che, quotidianamente, prende la propria auto, spesso si fa lunghe ore di coda, per andare a lavora…

LUGANO - A Berna arriva il grido di dolore di un rappresentante sindacale degli infermieri italiani. Antonio De Palma, presidente di Nursing Up, afferma che "la Svizzera ha aperto la caccia all'infermiere italiano".

Come si può leggere sul quotidiano Corriere del Ticino, De Palma accusa ospedali e cliniche private elvetiche di operare un vero e proprio saccheggio ai danni della sanità italiana "mettendo sul piatto uno stipendio mensile che prevede almeno il doppio della retribuzione italiana. Questo significa 3 mila euro netti di retribuzione base, per arrivare anche a picchi di 8 mila dopo anni di lavoro sul campo".

Il ragionamento di De Palma non fa una grinza se pensiamo che, delle 26 mila persone impiegate nella sanità del Canton Ticino, "5000 sono frontalieri delle province di Como, Varese, Lecco e Verbano Cusio Ossola". Gente che, quotidianamente, prende la propria auto, spesso si fa lunghe ore di coda, per andare a lavorare oltreconfine, guadagnare di più e come ha dichiarato un altro sindacalista, Fabio Fedeli, dell'OPI di Lecco, godere di migliori condizioni contrattuali. "Un infermiere- rileva Fedeli -a parte le maggiorazioni dello stipendio dovute esclusivamente all'anzianità di servizio, non ha possibilità di avere avanzamenti di carriera in Italia, anche se ha una specializzazione o un master. Invece in altri paesi, oltre a godere di una maggiore retribuzione, può approfittare di una crescita professionale".

Fatto sta che, nel solo Canton Ticino, aggiungendo ai frontalieri i residenti con cittadinanza italiana, un infermiere e un medico su 6 hanno il passaporto della penisola. E tutti, compresi gli esponenti della destra sovranista, sono pronti a giurare che senza il contributo degli operatori sanitari italiani, la sanità ticinese si fermerebbe.

Per invertire la tendenza non basterà, di sicuro, l'aumento da 40 a 100 euro mensili, annunciato dal Governatore Attilio Fontana, per il personale infermieristico della Regione Lombardia.

La Svizzera, d'altro canto, dopo la pandemia da Coronavirus, si ritrova con medici ed infermieri stremati, molti dei quali lasciano il posto di lavoro, quando non chiedono il tempo parziale. Essendo l'atout della sanità della Confederazione quello degli stipendi più alti, rispetto ai paesi confinanti, è giocoforza rivolgersi a loro, per riempire buchi di organico preoccupanti. In effetti, in tutta la Svizzera, lo scorso anno mancavano 13.500 tra medici e infermieri.

Così è capitato che l'Ospedale Cantonale di Aarau, nella Svizzera Tedesca, a novembre abbia organizzato un vero e proprio "casting", a Roma, con tanto di annunci sulla stampa locale, alla ricerca di 10 infermieri da impiegare in chirurgia.

Insomma, a prima vista la Svizzera sembrerebbe un paradiso, per medici e infermieri, ma la realtà è spesso diversa. I concorsi negli ospedali rurali, molti dei quali sono costretti a chiudere, vanno deserti, mentre cresce il numero dei medici che chiede aiuto perché vittima di burn out. "Spesso- ha spiegato al settimanale NZZ am Sonntag la psichiatra Mjriam Tanner -si tratta di medici donne, messe in ginocchio dal doppio ruolo di madre e di medico". Fatto sta che, come ha raccontato l'infermiere dell'Ospedale Beata Vergine di Mendrisio Fabio Zin, sulla dedizione del personale che arriva da oltreconfine si può contare sempre. Come è successo la notte in cui la Lombardia ha chiuso per Covid. "Dovendo lavorare dal mattino di domenica 8 marzo- ricorda Zin -un collega è venuto al pronto soccorso a mezzanotte del giorno prima, ha dormito in ospedale per poter iniziare il turno alle 6.50. Per farlo ha lasciato le due figlie di 13 e 16 anni a dormire sole a casa loro nel Comasco. La loro mamma, cioè la moglie del collega, infatti era anche lei al lavoro, per coprire un turno notturno in un reparto dello stesso nosocomio".