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L'ultimo rilancio di Portovesme: una giga factory per il recupero delle terre rare

(afp)

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L’obiettivo della multinazionale Glencore e della partner canadese Li-Cycle è mettere in piedi in Sardegna il più grande polo per la produzione di litio riciclato per batterie. Un piano che potrebbe sbloccare posti di lavoro e la produzione dello stabilimento simbolo del Sulcis
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Nella testa degli operai di Portovesme da qualche settimana continua a risuonare una parola: Rochester. Cittadina di 200 mila abitanti dello Stato di New York, a due passi dal confine con il Canada. Già. Perché Portovesme, nel giro di tre-quattro anni, si trasformerà nella Rochester d’Europa secondo i piani della Glencore, multinazionale del settore, e soprattutto della Li-Cycle, partner canadese che entro la fine del 2023 metterà in funzione l’hub in costruzione sulle rive del Lago di Ontario. E che sta realizzando un altro sito in Arizona.

L’obiettivo è mettere in piedi in Sardegna il più grande polo per la produzione di litio riciclato per batterie, senza tralasciare il nichel e il cobalto. Il tutto lavorando la massa nera, grazie al recupero delle batterie esauste delle auto elettriche che, triturate, convergerebbero verso il comune di Portoscuso da ogni angolo del vecchio continente per avere una seconda vita. “C…

Nella testa degli operai di Portovesme da qualche settimana continua a risuonare una parola: Rochester. Cittadina di 200 mila abitanti dello Stato di New York, a due passi dal confine con il Canada. Già. Perché Portovesme, nel giro di tre-quattro anni, si trasformerà nella Rochester d’Europa secondo i piani della Glencore, multinazionale del settore, e soprattutto della Li-Cycle, partner canadese che entro la fine del 2023 metterà in funzione l’hub in costruzione sulle rive del Lago di Ontario. E che sta realizzando un altro sito in Arizona.

L’obiettivo è mettere in piedi in Sardegna il più grande polo per la produzione di litio riciclato per batterie, senza tralasciare il nichel e il cobalto. Il tutto lavorando la massa nera, grazie al recupero delle batterie esauste delle auto elettriche che, triturate, convergerebbero verso il comune di Portoscuso da ogni angolo del vecchio continente per avere una seconda vita. “Con Glencore intendiamo studiare congiuntamente la fattibilità di un Hub europeo. Studio che inizierà quest’anno e terminerà nel 2024. L’obiettivo è realizzare un impianto per lavorare fino a 50.000-70.000 tonnellate di massa nera all'anno, pari a un massimo di 600.000 veicoli elettrici", dice l’ad di Li-Cycle, Tim Johnston.

Piani che aprirebbero scenari nuovi ed inediti per l’area del Sulcis, dove la Portovesme Srl, che fa parte della Glencore, occupa circa 1.500 persone tra diretti e indiretti. Nella testa degli operai girano anche dei numeri. Uno tutto sommato ridotto, attorno ai 5 milioni, per la realizzazione della linea pilota che dovrebbe nascere nel giro di pochi mesi, occupando poco più di 20 persone. E poi una cifra importante, più di 500 milioni, per trasformare alcune parti del comprensorio, dove oggi si produce piombo, zinco, rame, oro e argento, nel nuovo Hub.

Peccato che oggi le linee di produzione siano ferme e che la storia recente, e meno, del complesso sia segnata da lavoratori costretti a salire in cima alle ciminiere per difendere i propri posti di lavori, quelli dei colleghi e ciò che rimane dell’industria mineraria della zona. “Senza Portovesme il Sulcis sarebbe finito, non ci sarebbe più nulla”, concordano i rappresentanti dei lavoratori. E l’annuncio del piano di riconversione portato avanti dal tandem Glencore Ly-Cicle è stato accolto con freddezza, quasi fosse l’ennesima chimera per distogliere l’attenzione dagli impianti fermi da mesi, causa costi energetici troppo alti, e dallo stop alla fonderia di San Gavino. I lavoratori aspettano con ansia la nuova riunione del tavolo tecnico, guidato dalla sottosegretaria al ministero dell’Impresa e del Made in Italy, Fausta Bergamotto, per capire se i progetti sono seri.

E soprattutto se tra azienda e governo si è raggiunta qualche intesa sui costi calmierati della bolletta per i prossimi anni e su eventuali sostegni per la riconversione. L’appuntamento è per mercoledì prossimo, il 31 maggio, quando l’ad di Portovesme, Davide Garofalo, dovrebbe annunciare il riavvio della linea di produzione dello zinco, quella che dà lavoro al 90% degli addetti.

Primo segnale positivo da parte della società, elemento che fa pensare che la trattativa tra le due multinazionali, che gestiranno i futuri impianti con una joint-venture al 50%, e l’esecutivo stia dando frutti sia sul fronte prezzo calmierato dell’energia sia sul sostegno ai piani di riconversione. “Noi siamo pronti a ragionare di futuro e di nuovi progetti – dicono Francesco Garau, segretario della Filctem-Cgil della Sardegna, e Nino D’Orso, numero uno della Femca-Cisl – ma inizieremo a parlarne quando l’azienda ci dirà che le persone torneranno dentro a lavorare”. E il numero uno della Uiltec, Pierluigi Loi, aggiunge: “Siamo moderatamente cauti”. Tradotto dal sindacalese vorrebbe dire: “Navighiamo a vista”.

A livello italiano né a livello europeo - ma a Bruxelles se ne sta ragionando - non esistono norme e procedure per il trattamento della massa nera. La politica sarda osserva ciò che accade senza farsi prendere dall’entusiasmo. La Regione, guidata da Christian Solinas, in cerca di una riconferma nel 2024, si è sempre mostrata tiepida, anche se ha sempre dichiarato di essere pronta ad accompagnare la riconversione.

Condizione essenziale: mantenere le attività e i posti di lavoro attuali. E dopo mesi di incertezza, il 18 maggio, durante un incontro organizzato con il territorio, la Glencore ha dato qualche elemento in più. Esistono già accordi per ritirare le batterie a fine vite da diverse case automobilistiche in Francia, Germania e Norvegia. L’azienda è pronta a partire subito con il progetto pilota e tra il 2026 e il 2027, quando la riconversione sarà terminata “il numero di posti di lavoro potrebbe essere superiore”.