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Arabia e Cina sempre più vicine: "Riad entrerà nella Banca dei Brics"

La presidentessa della New development bank Dilma Rousseff in un recente incontro con il primo ministro russo Mishustin a Shanghai (reuters)

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Secondo il Financial Times sarebbero in corso le trattative per l'ingresso della petromonarchia nella New development bank, l'istituto per lo sviluppo con cui i Paesi emergenti, trainati da Pechino, provano a sfidare le istituzioni occidentali. Tra Stati Uniti e Cina è sfida per portare le potenze non allineate dalla propria parte
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ROMA - Si chiama New development bank (Ndb), ma è più conosciuta come la “Banca dei Brics”. E’ l’istituto di finanza per lo sviluppo con cui le grandi potenze emergenti – trainate dalla Cina – stanno cercando di costruire un’alternativa alle grandi istituzioni multilaterali a guida americana come la Banca mondiale. La guerra in Ucraina ha fatto tremare uno dei suoi pilastri visto che Mosca, socio fondatore con il 19% del capitale, è diventata all’improvviso intoccabile per colpa delle sanzioni. Ma a rilanciare un progetto mai pienamente decollato, e rimpinguare la liquidità nelle sue casse, potrebbe presto arrivare un nuovo socio di peso e molto ricco: l’Arabia Saudita. Secondo il Financial Times il negoziato per l’ingresso della petromonarchia tra i partner della Ndb sarebbe in corso e a uno stadio piuttosto avanzato.

ROMA - Si chiama New development bank (Ndb), ma è più conosciuta come la “Banca dei Brics”. E’ l’istituto di finanza per lo sviluppo con cui le grandi potenze emergenti – trainate dalla Cina – stanno cercando di costruire un’alternativa alle grandi istituzioni multilaterali a guida americana come la Banca mondiale. La guerra in Ucraina ha fatto tremare uno dei suoi pilastri visto che Mosca, socio fondatore con il 19% del capitale, è diventata all’improvviso intoccabile per colpa delle sanzioni. Ma a rilanciare un progetto mai pienamente decollato, e rimpinguare la liquidità nelle sue casse, potrebbe presto arrivare un nuovo socio di peso e molto ricco: l’Arabia Saudita. Secondo il Financial Times il negoziato per l’ingresso della petromonarchia tra i partner della Ndb sarebbe in corso e a uno stadio piuttosto avanzato.

Creata nel 2015 da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, i cinque Brics, la Ndb si è nel frattempo allargata ad altri tre Paesi, Emirati, Egitto e Bangladesh. Ha stanziato 33 miliardi di dollari di prestiti per 96 progetti negli Stati membri, che vanno dalle strade alle infrastrutture digitali alla lotta alla povertà. La distanza rispetto ai 67 miliardi sborsati dalla Banca mondiale nel solo 2022 spiega bene la differenza di peso economico e politico. E le difficoltà sono cresciute non poco dopo il necessario congelamento della posizione di Mosca. Ma nelle ultime settimane i movimenti attorno all’istituto di Shanghai sono aumentati, e sono significativi soprattutto alla luce del rimescolamento degli equilibri globali generato dalla sfida tra Stati Uniti e Cina.

Stati Uniti e Cina, lotta per l'influenza

Mentre si sfidano a colpi di investimenti e boicottaggi, le due superpotenze stanno cercando di portare dalla loro parte – o almeno di evitare di ritrovare dalla parte opposta – il mondo “terzo”. E anche grazie alla Ndb Pechino è riuscita a siglare alcune vittorie simboliche. Un mese fa il bis-presidente brasiliano Lula è stato in visita in Cina per assistere alla cerimonia con cui la ex numero uno del Paese sudamericano e compagna di partito, Dilma Rousseff, è stata nominata alla presidenza dell’istituto. In quell’occasione Lula ha tenuto un discorso per promuovere la “de-dollarizzazione” degli scambi tra i Paesi del Sud globale, un antico pallino di Xi Jinping preoccupato per il potere che l'egemonia del dollaro garantisce agli Usa. Nei prossimi anni la Nbd verserà un terzo dei suoi prestiti in valuta locale, anziché in biglietti verdi, mentre proseguono le discussioni per la creazione di una ipotetica, e per la verità quasi utopica, valuta dei Brics. Le trattative per l’ingresso dell’Arabia Saudita sono un altro elemento importante per Pechino, perché confermano il rapidissimo avvicinamento tra la monarchia, sempre più distante dagli Usa, e il regime comunista. Qualche settimana fa, tra lo stupore generale, è stata proprio la Cina a fare da mediatore per l’accordo che ha riaperto le relazioni tra Arabia e Iran.   

Il mondo "terzo"

I Paesi del Sud Globale sono stati tra i grandi beneficiari dell’era della globalizzazione. E guardano con timore alla prospettiva di una nuova frammentazione dell’economia mondiale. Soprattutto, non vogliono essere costretti a scegliere tra i rapporti con gli Stati Uniti, che ovviamente restano fondamentali, e quelli con la Cina, diventata altrettanto importante come partner commerciale e fonte di investimenti lungo la Via della seta. Pechino sta cercando di “cavalcare” questi timori, ponendosi (con ipocrisia) come grande difensore della globalizzazione contro la logica “dei blocchi” americana.

Ma gli Stati Uniti sembrano avere capito il rischio e non a caso all’ultimo G7, con la mediazione del padrone di casa giapponese, la retorica rispetto alla Cina è stata modificata – non decoupling, divorzio completo, bensì derisking, riduzione dei rischi – e alcuni Paesi in via di sviluppo, come India, Brasile, Indonesia e Vietnam sono stati invitati ai lavori. Per loro la sfida tra Cina e Stati Uniti è l’occasione di “alzare il prezzo” con i due sfidanti. Ma da qui a costruire un sistema davvero alternativo a quello americano, come auspicherebbe Pechino, il passo è lungo e per nulla scontato. Del resto proprio la Ndb mostra quanto sia al momento impensabile: nonostante la Russia sia uno dei suoi membri fondatori, la banca con sede a Shanghai ha interrotto tutti i progetti con Mosca per non rischiare di incorrere in sanzioni. Senza i fondi russi e con la difficoltà a reperire risorse alternative sul mercato, la trattativa per portare a bordo Riad sembra una necessità, piuttosto che una prova di forza.