BARI - Torna a salire la tensione sul futuro dell’ex Ilva. Alle incertezze di un piano industriale che stenta a prendere forma, si aggiunge la decisione di Arcelor Mittal, la multinazionale che controlla Acciaierie d’Italia, società partecipata al 38 per cento da Invitalia, di aumentare le ore di cassa integrazione e di bloccare le ferie.
Quanto basta per spingere i lavoratori dello stabilimento di Cornigliano a marciare in corteo per le vie di Genova. La manifestazione, cui hanno aderito Fiom Cgil, Fim Cisl, Uil e Usb, punta a chiedere l’intervento del governo per sbloccare la trattativa con Arcelor Mittal. Sul cambio di assetto societario, che dovrebbe portare Invitalia ad acquisire il 60 per cento del capitale di Acciaierie d’Italia, c’è ancora grande incertezza. Di qui, l’ennesimo appello al ministro delle Imprese, Adolfo Urso, a convocare un tavolo per affrontare tutte le criticità della vertenza.
"Un ministro che trascura la più grave crisi industriale italiana per la strategicità del settore e per il numero di lavoratori coinvolti dimostra qual è l'attenzione che questo Governo destina alle politiche industriali del nostro Paese, al di là di tutta la retorica sul Made in Italy - accusa Pino Gesmundo, segretario confederale della Cgil -. Da tempo chiediamo un chiaro piano industriale a fronte dell'aumento esponenziale dei lavoratori in cassa integrazione. Attualmente ci sono 34 i tavoli di crisi aperti al ministero, altri 22 in monitoraggio, che si traducono in decine di migliaia di posti di lavoro in bilico.
Oltre all’incertezza che vivono lavoratori e lavoratrici, c’è il rischio che salti il nostro sistema manifatturiero, che fa i conti con il rafforzamento di paesi emergenti, i quali competono non più e non soltanto sul costo del lavoro. Serve una forte regia pubblica per dare un futuro ad un settore strategico per il Paese”.
La trattativa fra il governo e Arcelor Mittal procede a rilento. Nel frattempo, l’attuale azionista di maggioranza adotta provvedimenti non condivisi con le organizzazioni sindacali. A cominciare proprio dall’aumento delle ore di cig nell’acciaieria di Taranto, poi esteso agli altri stabilimenti. “Quanto accaduto è di una gravità inaudita – denuncia Francesco Brigati, segretario della Fiom Cgil di Taranto -. Prima della ripartenza dell’altoforno 2, a Taranto c’erano 1800 persone in cassa integrazione. Adesso che l’altoforno 2 ha ripreso a funzionare, è aumentato il numero degli addetti in cig, siamo passati a circa 2000”.
Una situazione che crea non soltanto un problema di sicurezza per i lavoratori, ma anche per la manutenzione degli impianti e per le emissioni nocive. “Sono aumentate le concentrazioni di biossido di zolfo e di benzene – dice Brigati -. L’azienda continua a procedere senza alcun confronto con i rappresentanti dei lavoratori. Ci risulta che alcune attività relative alla trasformazione dei semilavorati vengano trasferite in altri stabilimenti di Arcelor Mittal, con ulteriore danno economico all’azienda e ai lavoratori”. In questa situazione cresce il pressing delle organizzazioni sindacali sul governo affinché venga convocato al più presto un tavolo di confronto.
L’ultima riunione ministeriale risale al 19 gennaio scorso. Si sarebbe dovuto discutere dell’attuazione del piano industriale, ma ci si limitò ad un accordo sulla cassa integrazione e sui livelli di produzione. Per Fiom, Fim e Uilm il piano industriale non è più rinviabile. Così come occorre accelerare sul passaggio di Invitalia dal 38 al 60 per cento del capitale sociale di Acciaierie d’Italia. Un’operazione su cui, a quanto pare, Arcelor Mittal starebbe facendo muro. Per i sindacati – è stato ribadito nel corso nella manifestazione – il controllo della società da parte di Arcelor Mittal non dà alcuna garanzia sulla transizione ecologica della fabbrica. La svolta green dell’acciaieria, prevista nel piano industriale, è ferma al palo.
Per questo, si moltiplicano gli appelli al ministro delle Imprese, Adolfo Urso. Una richiesta di chiarezza condivisa anche dalle istituzioni territoriali. Al fianco dei lavoratori si schiera il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti. “Credo che abbiano totalmente ragione – afferma - . C’è un piano industriale che prevedeva una serie di passaggi sia a Taranto sia negli stabilimenti collegati di Genova e Novi. Non è chiaro come il blocco delle ferie estive e l'aumento della cassa integrazione si concilino con quel piano industriale: credo che la direzione debba chiarire dove sta andando l'azienda, se quel piano illustrato da Bernabè e Morselli è effettivo, ha finanziamenti, in quali tempi verrà realizzato. I lavoratori hanno tutto il diritto di sapere. Così come hanno diritto di sapere le istituzioni del territorio che sono piuttosto all'oscuro".