L’arte dell’organizzazione per superare l’eredità del Covid
di Anna Zanardi Cappon"Per una larga parte della popolazione mondiale, lavoro e salute mentale sono totalmente interconnessi. La salute mentale è più che l'assenza di problemi conclamati. È piuttosto uno stato di benessere mentale che consente alle persone di far fronte allo stress della vita, di mettere in pratica le proprie capacità, di imparare e lavorare bene e di contribuire alla vita della propria comunità". Con queste poche righe l'Organizzazione mondiale della sanità ha puntato il riflettore su una delle emergenze sanitarie della nostra epoca, resa ancora più urgente da affrontare dal trauma del Covid. Secondo le sue stime il 15% degli adulti in età lavorativa ha dovuto fare i conti almeno una volta nella vita con un disagio psicologico. Con un impatto sull'economia globale di circa mille miliardi di dollari l'anno in mancata produttività, senza calcolare gli ulteriori costi sanitari. Non a caso nell'ultimo…
"Per una larga parte della popolazione mondiale, lavoro e salute mentale sono totalmente interconnessi. La salute mentale è più che l'assenza di problemi conclamati. È piuttosto uno stato di benessere mentale che consente alle persone di far fronte allo stress della vita, di mettere in pratica le proprie capacità, di imparare e lavorare bene e di contribuire alla vita della propria comunità". Con queste poche righe l'Organizzazione mondiale della sanità ha puntato il riflettore su una delle emergenze sanitarie della nostra epoca, resa ancora più urgente da affrontare dal trauma del Covid. Secondo le sue stime il 15% degli adulti in età lavorativa ha dovuto fare i conti almeno una volta nella vita con un disagio psicologico. Con un impatto sull'economia globale di circa mille miliardi di dollari l'anno in mancata produttività, senza calcolare gli ulteriori costi sanitari. Non a caso nell'ultimo periodo si sono moltiplicate le iniziative su questo tema: la stessa Oms ha rilasciato delle "linee guida per la salute mentale al lavoro" e il World Economic Forum ha lanciato un'iniziativa di sensibilizzazione su questi problemi.
L'eredità della pandemia
L'uscita definitiva dalla pandemia, sancita ufficialmente da pochi giorni, ci lascia in realtà un'eredità molto complessa da affrontare nella relazione fra lavoro e investimento professionale e benessere globale dell'individuo. Perché il Covid ha rotto degli argini che non è più possibile ricostruire: nel momento in cui la dimensione lavorativa è entrata nelle nostre case e ha invaso quello che consideravamo il nostro spazio privato, ha di fatto annullato la separazione lavoro-privato, rendendo la qualità della vita una dimensione globale. Se prima potevamo in qualche modo chiudere fuori dal privato lo stress della vita lavorativa, oggi questo non è più possibile. Non solo: la potenza simbolica del Covid ha in qualche modo messo un limite al nostro delirio di onnipotenza, riportando al centro la riflessione sulla transitorietà dell'esistenza, e quindi sulla necessità di dare valore alla vita in ogni sua fase. Se prima era normale dedicare la prima parte del proprio percorso al lavoro e alla famiglia, spostando in avanti la fase meno legata ai doveri e più alla soddisfazione personale, oggi non è più così. Le giovani generazioni stanno portando all'interno dei luoghi di lavoro una richiesta di qualità della vita a cui le organizzazioni spesso non sanno come dare risposte, ma che non potranno rimanere inascoltate.
La salute mentale al lavoro
Perché, come ricorda l'Oms, il lavoro è il contesto in cui la salute mentale può essere messa a rischio. E allo stesso tempo la dimensione che più beneficerebbe dell'equilibrio emotivo delle persone. Un ambiente di lavoro tossico è senza dubbio il contesto in cui stress, ansia, frustrazione, senso di inadeguatezza trovano terreno fertile. Ma paradossalmente anche in quello in cui è relativamente più semplice intervenire per ribaltare questa situazione con strumenti organizzativi adeguati. Creare una situazione di psychological safety, in cui le persone possano sentirsi sicure nell'esprimere le proprie emozioni e i propri problemi è il primo obiettivo da realizzare. Il secondo è eliminare dalla cultura aziendale lo "stigma" del disagio psicologico. In entrambi i casi il ruolo dei manager è fondamentale, sia nel creare le condizioni di sicurezza psicologica che nel promuovere il confronto sul benessere psicologico, anche con la condivisione delle proprie esperienze. Celebrità e sportivi hanno cominciato a fare coming out sui propri disagi, pochi sono i manager (spesso donne) che hanno avuto il coraggio di farlo.
La sensibilità in azienda
Nel più generale ripensamento di priorità e modelli organizzativi indotti dal Covid, una maggiore sensibilità delle aziende su questi temi è comunque emersa. Portando molte organizzazioni a offrire ai propri collaboratori supporti professionali variamente declinati. Un fenomeno senza dubbio positivo, che richiede però di essere maneggiato con cura. Offrire un supporto psicologico di qualsiasi tipo può infatti essere controproducente in un ambiente in cui non c'è ancora una profonda accettazione di questi temi. Nessun collaboratore accetterà di utilizzare il servizio, sapendo di mettere in questo modo "a nudo" le proprie fragilità, con il rischio di vedere compromesse anche le proprie possibilità di crescita professionale. D'altra parte c'è un fattore tempo che non può essere sottovalutato: per avere una qualche efficacia l'intervento di un esperto, che sia uno psicologo o un coach, non può stare al di sotto dei 45 minuti per seduta. Ogni altro tipo di intervento spot non è in grado di produrre risultati per il benessere della persona e neppure di produrre quel necessario investimento nel processo che solo può garantire un effetto positivo. Fare organizzazione oggi è più che in passato un'arte: richiede profonda comprensione dei bisogni umani, creatività e capacità di emozionarsi di fronte agli altri. Bisogna un po' innamorarsi della propria comunità organizzativa per dare il massimo, essere educatamente rispettosi delle diversità altrui e integrarle in un meccanismo complesso e ampio, dove tutto, ma proprio tutto, se ben sviluppato dona potenziale e qualità all'organizzazione. Resta come priorità la necessità di guarire dall'incoerenza, aihmé diffusa, di chi fa dichiarazioni e si comporta in maniera opposta. Ma questo è un male antico dal quale i secoli non ci hanno aiutato ad uscire. Chissà che l'arte dell'organizzazione intesa come superamento della tossicità e del malessere collettivo, non possa aiutare. Rapidamente.