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Venture capital con il freno, ma c’è una dote di 1,1 miliardi per le start up

Gli investimenti in startup nel primo trimestre 2023 sono scesi a 201 milioni, anche se i fondi hanno ancora molte risorse disponibili Serve però una strategia nazionale
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Tra i venture capitalist circola una considerazione: la storia che dobbiamo investire su società forever in perdita forse non ci piace più. Houston abbiamo un problema? Oppure è la naturale conseguenza di un mercato che sta maturando? Come spesso accade nei modelli di business, la risposta va ricercata a metà strada. Prima di tutto c'è un tema di contesto, che trova forma nell'evidenza dei numeri. Secondo l'osservatorio dell'advisor Growth Capital, da gennaio a marzo 2023 l'ammontare investito dai fondi di venture capital europei è sceso del 14% rispetto al trimestre precedente. Più contenuto, ma pur sempre in calo, è il dato nazionale, dove nonostante un numero di round in linea con i periodi precedenti, gli investimenti sono scesi a 201 milioni di euro, facendo registrare un meno 5% nel confronto con il giro d'affari ottobre-dicembre 2022 e un meno 48% sulla media dei due anni precedenti, complice l'…

Tra i venture capitalist circola una considerazione: la storia che dobbiamo investire su società forever in perdita forse non ci piace più. Houston abbiamo un problema? Oppure è la naturale conseguenza di un mercato che sta maturando? Come spesso accade nei modelli di business, la risposta va ricercata a metà strada. Prima di tutto c'è un tema di contesto, che trova forma nell'evidenza dei numeri. Secondo l'osservatorio dell'advisor Growth Capital, da gennaio a marzo 2023 l'ammontare investito dai fondi di venture capital europei è sceso del 14% rispetto al trimestre precedente. Più contenuto, ma pur sempre in calo, è il dato nazionale, dove nonostante un numero di round in linea con i periodi precedenti, gli investimenti sono scesi a 201 milioni di euro, facendo registrare un meno 5% nel confronto con il giro d'affari ottobre-dicembre 2022 e un meno 48% sulla media dei due anni precedenti, complice l'assenza di quei megaround che avevano dominato l'anno scorso. Vedi i 320 milioni raccolti dai sistemi di pagamento Satispay e i 300 di Newcleo, specializzata in tecnologie nucleari.

Italia in coda

"Ci sono due aspetti da tenere in considerazione - interviene Fabio Nalucci, founder e chairman dell'innovation factory bolognese Gellify - . Intanto, in un ecosistema che vale all'incirca due miliardi di euro, se mancano i megaround il calo è immediato. Il secondo è che il sistema di venture capital italiano è ancora alquanto immaturo". Un dato su tutti: l'Italia è la terza economia dell'Unione europea e solo la decima per investimenti in pmi innovative. Peccato che la digital innovation vada avanti a passo spedito.
È però un fatto ineludibile che l'odierno quadro economico abbia acceso per tutti la spia della cautela. "Dopo il record storico di ammontare impiegato dai venture in Italia nel 2022 (1,8 miliardi di euro, più 46% rispetto a un anno prima, ndr) - analizza Fabio Mondini de Focatiis, founding partner di Growth Capital - i numeri del primo trimestre del 2023 riflettono una certa prudenza degli operatori di fronte al generale livello di incertezza". La spinta inflativa, per citare un aspetto, è infatti particolarmente rilevante per le startup, che per loro natura tendono a bruciare cassa nel breve e medio periodo. Non è da meno il contesto finanziario e imprenditoriale, con l'ondata di licenziamenti che ha coinvolto le società del tech e la crisi di Credit Suisse che ha innescato l'alert del sistema tradizionale, con un possibile influsso negativo nell'erogazione di finanziamenti.

Le prospettive future

È poi un fatto come la composizione delle 17 mila tra startup e Pmi innovative italiane sia piuttosto diversificata. Per una Satispay che diventa unicorno, vi sono migliaia di iniziative che di fatto sopravvivono. Risultato: il fatturato complessivo di queste imprese è pari a 9,5 miliardi di euro, ma l'incremento medio del giro d'affari 2022 è stato appena del 4,8%. Insomma: saper cogliere l'idea giusta è discriminante.
Come si diceva all'inizio, c'è anche un lato maggiormente ottimistico della medaglia. Mentre la macchina del venture capital europeo e d'Oltreoceano sta scricchiolando, quella italiana, seppur con qualche flessione, sembra avere davanti a sé un futuro interessante. Intanto c'è da sottolineare che le sgr italiane, lo testimonia un documento prodotto da Italian Tech Alliance, hanno ancora a disposizione oltre 1,1 miliardi di euro da investire, vale a dire il 50% di quanto raccolto in questi anni. Lo stesso report mette poi in luce anche un netto margine di miglioramento lato fonte della raccolta. Attualmente la metà esatta delle risorse in mano ai venture nazionali arrivano infatti da parte di investitori sovrani (Cassa depositi e prestiti su tutti), mentre un timido 20% è quanto giunge dal ramo corporate (che sembra preferire iniziative dirette, come nel caso di A2A e Tim, o delle recenti Terna e Angelini) e da quello bancario; e ancora meno sono gli impegni degli investitori istituzionali. Tutti soggetti, questi, che nel resto del mondo sono al contrario molto presenti all'interno dei fondi.

L'Italia terreno di caccia

Ma attenzione, la minor competizione e la maggiore facilità nel trovare una "pepita d'oro" hanno fatto dell'Italia un terreno di caccia fertile per le società internazionali. E la conseguenza è questa: in termini di ammontare investito, l'incidenza dei round con presenza di veicoli esteri è aumentata dal 58% del 2021 al 67% del 2022. "Ciò che servirebbe adesso è una strategia Paese - dice Francesco Cerruti, direttore generale di Italian Tech Alliance - . In Francia il Presidente della Repubblica Emmauel Macron è il primo che si è messo a disposizione delle startup. Da noi questo ancora non si è mai visto". Anzi, ci sono aspetti che sembrano andare proprio nella direzione contraria, come la posizione assunta su Chat GPT, o le difficoltà nel centrare gli obiettivi del Pnrr. Sulla necessità di cominciare ad affrontare in termini di politica economica l'attività del venture ne è convinto anche Nalucci di Gellify, che recentemente ha fondato la società di advisor Fndx, con l'obiettivo di supportare gli investitori nella selezione delle startup sulle quali puntare. A domanda diretta l'imprenditore non accenna a dubbi: "In Italia il mercato è ancora ridotto, quindi meglio puntare sul "business to business". La via deve essere quella di trovare filoni industriali con probabilità di successo, che generino ricavi ricorrenti. Il comparto del consumer è molto rischioso per il nostro apparato, ancora piuttosto fragile rispetto, per esempio, a quello spagnolo. Con questo non voglio dire che sia un business da non prendere in considerazione, ma l'esperienza Glovo, che è riuscita a giocare la partita con Deliveroo, ci racconta una cosa: per emergere in questo campo serve un sistema solido alle spalle".
Secondo il fondatore di Gellify i settori su cui puntare sono soprattutto healthcare, industria 4.0 e fintech. Quest'ultima è la divisione che ha percepito le risorse più elevate nel primo trimestre 2023, tra cui spiccano i 40 milioni investiti da Azimut in Alps Blockchain.