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La classifica degli studi legali, al comando Bonelli Erede Pappalardo

Generano un fatturato di 2,3 miliardi di euro, al top si conferma BonelliErede, con ricavi per 243 milioni, seguito da EY Law e PwC Tls
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Sono soltanto 20 rispetto alle decine di migliaia di studi legali operanti in Italia, ma generano un giro d'affari di 2,3 miliardi di euro, quasi un sesto dei 14 miliardi totali. Si tratta dei più grandi studi legali d'affari censiti da TopLegal, nel report annuale che Affari & Finanza ha potuto consultare in anteprima. Realtà composte ciascuna da oltre cento professionisti, fino a sfiorare i mille, che operano e sono organizzate come vere e proprie aziende, anche se dal legislatore italiano non sono considerate come tali. O, meglio, solo in pochissimi hanno aderito alla forma di società tra professionisti. Tra i primi venti, solo Deloitte, "come tappa di un percorso adottato due anni fa dal network per allinearsi agli obiettivi dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite", spiega Massimo Morici, analista di TopLegal.

Gli studi sul podio

Al primo posto c'è BonelliEre…

Sono soltanto 20 rispetto alle decine di migliaia di studi legali operanti in Italia, ma generano un giro d'affari di 2,3 miliardi di euro, quasi un sesto dei 14 miliardi totali. Si tratta dei più grandi studi legali d'affari censiti da TopLegal, nel report annuale che Affari & Finanza ha potuto consultare in anteprima. Realtà composte ciascuna da oltre cento professionisti, fino a sfiorare i mille, che operano e sono organizzate come vere e proprie aziende, anche se dal legislatore italiano non sono considerate come tali. O, meglio, solo in pochissimi hanno aderito alla forma di società tra professionisti. Tra i primi venti, solo Deloitte, "come tappa di un percorso adottato due anni fa dal network per allinearsi agli obiettivi dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite", spiega Massimo Morici, analista di TopLegal.

Gli studi sul podio

Al primo posto c'è BonelliErede con ricavi 2022 per 243 milioni di euro, che ha come dominus Sergio Erede, 81 anni, regista di alcune delle fusioni e acquisizioni più importanti nella Penisola (tra le altre l'opa Generali/Ina e Seat/Buffetti), e consulente di capitani d'industria quali Leonardo Del Vecchio, Gilberto Benetton, Violetta Caprotti e Urbano Cairo. Per lo studio milanese si tratta di una conferma al vertice rispetto al ranking 2021, con un incremento di fatturato nell'ordine di 14 milioni di euro. La piazza d'onore spetta a EY Law (235 milioni), davanti a PwC Tls (222 milioni), con Sts Deloitte - Deloitte Legal (221 milioni) ai piedi del podio. Proprio l'avanzata delle branch legali create all'interno dei colossi della revisione contabile è una delle tendenze più rilevanti degli ultimi anni, con queste strutture particolarmente forti in campo fiscale, che per altro è tra i settori del diritto maggiormente impattato dalle innovazioni legislative nel corso delle ultime due decadi.

Tornando alla classifica, al quinto posto si trova Chiomenti (166 milioni), storico studio di riferimento del gruppo Mediaset, e al sesto Gianni & Origoni (160 milioni), fondato e guidato da Francesco Gianni, 72 anni, l'unico tra quelli fin qui citati con sede principale a Roma e non a caso consulente di alcune delle principali industrie pubbliche, chiamato dai governi a gestire complesse vicende, quali l'ex Ilva e il ritorno di Autostrade allo Stato. Al settimo posto si trova un altro studio a forte vocazione fiscalista come Pirola Pennuto Zei (151 milioni), fondato da Giuseppe Pirola, per anni confidente di Bernardo Caprotti, e all'ottavo Legance (126 milioni), protagonista della fusione tra Fca e Psa, e unica realtà relativamente nuova, essendo stata fondata nel 2007 da un gruppo di professionisti usciti da Gianni Origoni, se si escludono le già citate derivazioni dalle big della revisione. A chiudere la top ten sono Kpmg e Dla Piper, rispettivamente con 123 e 111 milioni di euro.

Numeri in crescita per i fatturati

Se si esclude Chiomenti, che ha confermato i livelli dell'anno precedente, tutti gli altri hanno visto crescere (e in alcuni casi anche sensibilmente) il proprio fatturato, per una quota complessiva del 21%, sensibilmente inferiore all'inflazione (8,1%) e anche alla dinamica del Pil (+3,7%). Il che va ulteriormente a polarizzare la situazione del mercato italiano. Da una parte ci sono i top 20 analizzati da TopLegal che danno lavoro a 7.800 tra avvocati e commercialisti e fatturano in media 115 milioni di euro, cioè circa 296 mila euro per professionista; dall'altro un mercato nazionale che vede il reddito medio dei 240 mila avvocati italiani attestarsi a 42.386 euro all'anno, secondo le stime contenute in uno studio di Censis e Cassa Forense. "I grandi studi d'affari giocano un'altra competizione", racconta Morici. "Si rivolgono quasi esclusivamente ad aziende di medie e di grandi dimensioni, spesso globalizzate e in ogni caso con budget per le pratiche legali inimmaginabili per le realtà più piccole". Una tendenza destinata a rafforzarsi, con gli investimenti necessari per tenere il passo della tecnologia che - secondo diversi studi - produrranno una forte selezione dal lato dell'offerta, andando a penalizzare soprattutto le strutture più piccole. Con l'eccezione delle boutique con forti specializzazioni, anch'esse però più orientate verso la clientela aziendale.

Il giro d'affari

La stragrande maggioranza del giro d'affari è generato dalla consulenza nei settori banking & finance, corporate/merger&acquisition, capital markets e real estate, mentre una quota minore è sviluppata nel contenzioso. Quest'ultima, infatti, costituisce una soluzione marginale per i grandi operatori di business, che non hanno alcun interesse a fare i conti con i tempi biblici dei tribunali italiani e piuttosto preferiscono - laddove possibile - transare. Un altro elemento che emerge con forza da questo studio è la prevalenza degli studi italiani ai vertici (sempre escludendo le branch legali dei big della consulenza). Tra gli stranieri vi è stata una serie di aperture soprattutto a partire dagli anni 90, quelli delle grandi privatizzazioni, poi in tanti hanno chiuso o si sono ridimensionati. "Tra i limiti principali emersi, c'è la politica tariffaria rigida, con i prezzari decisi a livello globale, mentre da sempre l'economia italiana è improntata alla flessibilità e anche chi fa consulenza non può sottrarsi a questo approccio", sottolinea l'analista.