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Welfare, l'Italia spende tanto. Ma spende male

Costa oltre metà del budget pubblico e quasi un terzo del Pil. Eppure la sanità è al collasso, la povertà aumenta e nell'istruzione siamo tra i peggiori d'Europa
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Il welfare italiano è un gigante dai piedi d'argilla. Vale oltre la metà della spesa pubblica, quasi un terzo del Pil e non bastano le entrate tributarie per coprirlo. Numeri che portano l'Italia nei primi dieci Paesi Ue per incidenza della spesa sul Pil, e tra i primi al mondo. Ma quasi agli ultimi posti per efficienza e capacità di arrivare a tutti.

A guardare da vicino i quattro pilastri del welfare - previdenza, sanità, politiche sociali, istruzione - qualcosa non va. Pensioni attuali generose e povere in futuro, ospedali pubblici al collasso, povertà in aumento, scuola dimenticata, universitari in fuga, ricerca definanziata. L'Italia nel 2022 ha speso per questi quattro capitoli 610 miliardi. Ne spenderà 632 quest'anno. Ma la spinta viene soprattutto dalle pensioni, adeguate ad un'inflazione galoppante. Se si tiene conto che tra imposte dirette e indirette lo Stato ha incassato lo scorso anno 569 miliardi e quest'…

Il welfare italiano è un gigante dai piedi d'argilla. Vale oltre la metà della spesa pubblica, quasi un terzo del Pil e non bastano le entrate tributarie per coprirlo. Numeri che portano l'Italia nei primi dieci Paesi Ue per incidenza della spesa sul Pil, e tra i primi al mondo. Ma quasi agli ultimi posti per efficienza e capacità di arrivare a tutti.

A guardare da vicino i quattro pilastri del welfare - previdenza, sanità, politiche sociali, istruzione - qualcosa non va. Pensioni attuali generose e povere in futuro, ospedali pubblici al collasso, povertà in aumento, scuola dimenticata, universitari in fuga, ricerca definanziata. L'Italia nel 2022 ha speso per questi quattro capitoli 610 miliardi. Ne spenderà 632 quest'anno. Ma la spinta viene soprattutto dalle pensioni, adeguate ad un'inflazione galoppante. Se si tiene conto che tra imposte dirette e indirette lo Stato ha incassato lo scorso anno 569 miliardi e quest'anno 600 miliardi, si capisce perché il tema della sostenibilità del welfare si pone con gran forza. Al punto che Bankitalia, in audizione parlamentare sulla delega fiscale, dubiti della flat tax: "Poco realistica per un Paese con un ampio sistema di welfare".

La spesa pubblica per il welfare 

Previdenza sotto stress

In Italia ci sono 16 milioni di pensionati, ma quasi la metà è totalmente o parzialmente assistita perché non ha versato contributi durante la vita lavorativa o ne ha versati in misura insufficiente. La spesa previdenziale galoppa da anni. Nel 2022 era di 297 miliardi. Quest'anno sarà di 318 miliardi. E poi a seguire in un crescendo impressionante, alimentato dall'inflazione e dalle anticipazioni sotto forma di Quote: 341 miliardi nel 2024, 351 miliardi nel 2025, 362 miliardi nel 2026. In termini di Pil, saliamo dal 15,6% dell'anno scorso al 16,1% dal 2024.

Come se non bastasse, negli anni Trenta ci sarà la gobba pensionistica, con la generazione dei baby boom in uscita. Appuntamento da far tremare i polsi ai nostri conti pubblici. Anche perché con l'inverno demografico, ai ritmi attuali, nel 2035 avremo 20,9 milioni di pensionati e 20,5 milioni di lavoratori: meno di uno a uno. Il sistema per ora si autofinanzia con i contributi sociali versati da datori e dipendenti e con l'Irpef girata allo Stato. Ma non sarà sempre così: il lavoro è sempre più precario e i contrattini portano meno Irpef. E il numero dei lavoratori, anche stranieri, tende a calare.

L'incidenza di previdenza, sanità e istruzione sulla spesa pubblica 

Politiche sociali, la stretta sul Reddito

Assegno unico per i figli e Reddito di cittadinanza sono le ultime arrivate, tra le politiche sociali. L'assegno ha fatto ordine tra bonus esistenti, allargando il raggio d'azione ai lavoratori autonomi prima esclusi dalle detrazioni. Nel 2022 sono stati distribuiti 16 miliardi a 5,7 milioni di famiglie e ai loro 9,65 milioni di figli per un importo da 164 euro medio mensile per figlio. Ma molti nuclei, nel passaggio da un sistema a un altro, non hanno fatto domanda e rimane fuori oltre un milione di figli. L'entità dell'assegno, a detta delle associazioni, è insufficiente per rilanciare la natalità.

Il Reddito di cittadinanza è stato smantellato dal governo Meloni. Quest'anno e il prossimo costerà 7 miliardi, uno in meno del 2022. Ma poi i risparmi si impenneranno. Perché l'assegno di inclusione che lo sostituisce è una misura categoriale: esclude chi ha tra 18 e 59 anni, non è disabile né ha figli minori, a prescindere dalla situazione di povertà in cui si trova e che gli impedisce di lavorare. Al massimo potrà chiedere l'indennità da 350 euro che però dura il tempo di un corso di formazione e non è ripetibile. A ben vedere, non c'è una rivoluzione in campo. La riforma delle politiche attive, per incrociare meglio domanda e offerta di lavoro, non c'è. E la povertà rischia di aumentare.

Sanità col fiatone, non c'è la svolta post-Covid

In crescita, ma solo apparente: l'effetto-Covid non c'è stato. La Sanità è la seconda voce di spesa delwelfare italiano, per tre quarti a carico del pubblico. Storico vanto tricolore, il Ssn è oggi in debito d'ossigeno. Fatto 100 quel che si spendeva nel 2009, l'Italia è salita di 11 fino al 2020. La Germania di 60, l'Eurozona di 40. La Manovra per il 2023 ha aggiunto 4 miliardi di finanziamento e da prima della Pandemia ci sono 15 miliardi in più. Ma sono solo "nominali": se si considera l'inflazione, siamo tornati sotto i livelli del 2019. E il fiato corto si fa sentire.

La Fondazione Gimbe calcola la mancanza di 2.400 medici di base. I pediatri hanno da visitare 100 bimbi in più del (teorico) tetto massimo. Lapidario, poi, il commento se si guarda alla prospettiva di un'autonomia differenziata delle Regioni: "Legittimerà normativamente il divario tra Nord e Sud". Un ricostituente può arrivare dai 15,6 miliardi del Pnrr. Nel menu: 1.350 case di comunità, 600 centrali territoriali, 400 ospedali. Il problema, rilevato dall'Upb, è che poi andranno sostenuti con la spesa corrente.

L'indice del welfare, regione per regione 

Dietro la lavagna per spese in istruzione

È il minore dei pilastri dello Stato sociale, e si è ristretto negli ultimi anni. Siamo, in Europa, dietro la lavagna. Nel 2020 spendevamo il 4,3% di Pil per l'Istruzione (70,6 miliardi): ultimi senza appello. La previsione del think tank Welfare, Italia è di salire a 71,4 miliardi nel 2022, non abbastanza per tenere il passo degli altri. Eppure la percentuale di giovani laureati da noi si ferma sotto il 30%, contro il 42 dell'Ue: solo la Romania fa peggio. Ragazze e ragazzi, accampati nelle tende per lamentare il caro-studi, volgono le spalle al Belpaese: nel 2020 abbiamo esportato 18mila laureati, e rimpatriati un terzo. Non va meglio nel supporto alle famiglie nelle prime fasi di vita: l'obiettivo europeo di coprire il 33% di bimbi di 0-2 anni con l'offerta di asili nido (risalente al 2002) resta fallito. Anche in questo caso, il Pnrr potrebbe aiutare. Ma l'inizio non è promettente: l'Italia ha postato 2,4 miliardi per 200mila nuovi posti nei nidi (mentre alla Germania ne servono 0,5 per 90mila posti). Obiettivo già in ritardo, che il governo punta a rimodulare per non perdere i fondi.

Il welfare aziendale guadagna spazio

Piccolo, ma chiamato a fare da alleato dello Stato nel migliorare il benessere dei lavoratori. Quello aziendale (dai buoni pasto alla conciliazione vita-lavoro dei dipendenti) occupa meno del 3% della spesa italiana per il welfare. Ma si diffonde. Di 9.306 contratti, 5.564 lo prevedono. Il canale aziendale è stato strumento per alleviare le difficoltà delle famiglie in tempi di pandemia e iper-inflazione. Dai buoni carburante alla detassazione dei premi di risultato, lo Stato ha chiesto la mediazione delle imprese per contrastare la perdita di potere d'acquisto. Non senza complicazioni, come nel caso dei fringe benefit: defiscalizzati fino a 258 euro, hanno visto i tetti allargarsi e restringersi a fisarmonica. Il governo Meloni li ha estesi fino a 3mila euro, ma solo per i dipendenti con figli a carico. Un rebus gestionale, hanno lamentato le aziende del settore, oltre che discriminatorio, visto che meno di due lavoratori su dieci li incassano. Il nostro tessuto di Pmi, poco strutturate, è un ostacolo alla diffusione del welfare aziendale. Ma questa è necessaria: lo Stato si ritira e le famiglie, da sole, non possono sostituirlo.