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Sale l’occupazione, record ad aprile. Ma i lavori poveri sono uno su quattro

Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha lanciato l'allarme sul lavoro precario (fotogramma)
Il boom trainato dalle assunzioni di donne. L’allarme di Bankitalia: precari troppo a lungo. Lo studio dell'economista Raitano: "Un quinto dei lavoratori ha solo 10 anni attivi su 20 di carriera. E il 60% salari bassi per decenni"
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ROMA - L'occupazione in Italia conferma il suo ciclo positivo: cresce anche in aprile in scia ad un Pil del primo trimestre più forte del previsto. Ma lo zoccolo duro di lavoro povero, precario, mal pagato, intermittente e quindi pieno di buchi si struttura con modalità quasi endemiche e persistenti.

Un quinto di chi ha iniziato a lavorare tra il 1996 e il 1998 vanta appena 10 anni attivi sui primi 20 di carriera, dice uno studio su dati Inps dell'economista Michele Raitano. Oltre il 60% è stato un working poor, un lavoratore povero con la retribuzione sotto i 12 mila euro lordi annui, per più di 5 anni su 20: il 15% sempre, il 18% per 15 anni, il 13% tra 10 e 14 anni. La coorte più giovane, che ha iniziato a lavorare dopo tra 1998 e 2018, fa ancora peggio.

La persistenza della precarietà è allarmante. Lo ricordava mercoledì Ignazio Visco nelle sue ultim…

ROMA - L'occupazione in Italia conferma il suo ciclo positivo: cresce anche in aprile in scia ad un Pil del primo trimestre più forte del previsto. Ma lo zoccolo duro di lavoro povero, precario, mal pagato, intermittente e quindi pieno di buchi si struttura con modalità quasi endemiche e persistenti.

Un quinto di chi ha iniziato a lavorare tra il 1996 e il 1998 vanta appena 10 anni attivi sui primi 20 di carriera, dice uno studio su dati Inps dell'economista Michele Raitano. Oltre il 60% è stato un working poor, un lavoratore povero con la retribuzione sotto i 12 mila euro lordi annui, per più di 5 anni su 20: il 15% sempre, il 18% per 15 anni, il 13% tra 10 e 14 anni. La coorte più giovane, che ha iniziato a lavorare dopo tra 1998 e 2018, fa ancora peggio.

La persistenza della precarietà è allarmante. Lo ricordava mercoledì Ignazio Visco nelle sue ultime Considerazioni da governatore di Bankitalia: "Troppi, non solo tra i giovani, non hanno un'occupazione regolare o condizioni contrattuali adeguate. In molti casi il lavoro a termine si associa a condizioni di precarietà molto prolungate: la quota di giovani ancora precaria dopo 5 anni resta al 20%".

 

I dati di aprile dell'Istat diffusi ieri sono positivi, ma vanno letti in controluce. L'occupazione sale grazie agli occupati stabili: 48 mila in più rispetto a marzo e 390 mila in più in un anno. Il risultato mensile si deve tutto alla riscossa delle lavoratrici, super penalizzate in pandemia: 52 mila occupate extra, 217 mila nell'anno. Gli occupati a termine calano: dopo il record di un anno fa a 3,1 milioni, sono a 2 milioni e 956 mila, 30 mila in meno su marzo e 149 mila meno del 2022.

Il tasso di occupazione al 61% resta al massimo storico, ma in Europa siamo al 75%. Quello delle donne italiane è al 52%, quasi otto punti in meno degli uomini e sedici punti sotto la media femminile Ue. I giovani Neet italiani, che non studiano, né si formano o lavorano, sono al top continentale. Come pure la diffusione del part-time involontario, imposto soprattutto alle lavoratrici.

Il richiamo del governatore Visco non arriva dunque a caso. La relazione sulla povertà lavorativa, chiesta ad un gruppo di economisti dall'allora ministro pd del Lavoro Andrea Orlando, ne dava già conto più di un anno fa. Un occupato su dieci (l'11,8%) in Italia è povero e un quarto percepisce salari troppo bassi, per via dei contratti precari, delle poche ore lavorate, del part-time forzato.

 

Lo studio di Raitano dimostra poi la persistenza della precarietà nel tempo. Le coorti osservate dall'economista nei primi 20 anni o 10 anni della loro carriera lavorativa non hanno continuità, collezionano molte interruzioni. I buchi e i salari bassi comportano un'anzianità contributiva ridotta: solo il 43% del campione ha accumulato almeno 16 anni di versamenti su 20. Gli altri stanno sotto.

E appena il 27,8% del campione (19% tra le donne e 34% tra gli uomini) nei 20 anni ha cumulato contributi superiori a quelli di un lavoratore povero, sotto i 12 mila euro, ma continuo nei 20 anni. Il 51% ancora meno. E per i più giovani - la coorte che ha iniziato a lavorare tra 1998 e 2018 - questa percentuale sale al 65%. Lavoratori poveri, pensionati poveri.