Le frenate sul “fit for 55” e il rischio di testa-coda delle politiche energetiche
di Maurizio RicciSiamo lì lì per il Grande Balzo all'Indietro? I costi dell'emergenza clima stanno salendo vertiginosamente. Gli economisti di una grande banca, la Barclays, hanno calcolato che, nello scorso decennio, il costo globale degli eventi meteo estremi abbia superato i 1.300 miliardi di dollari, inghiottendo una cifra che vale quanto l'intera economia di un grande paese come la Spagna. Oggi, con sotto gli occhi la tragedia della Romagna, che arriva a ridosso di un drammatico alternarsi di alluvioni e siccità, dalla Spagna, al Pakistan, all'America, si può scommettere che quel costo si sia drasticamente impennato. Eppure, politici ed economisti, dopo una serie roboante di proclami ed impegni contro il riscaldamento globale, hanno cominciato a strascicare i piedi, anche in quel paragone mondiale di virtù climatica che è l'Unione europea.
Sfidando il paradosso, gli ambientalisti dovrebbero esserne contenti. Perché dimostra che…
Siamo lì lì per il Grande Balzo all'Indietro? I costi dell'emergenza clima stanno salendo vertiginosamente. Gli economisti di una grande banca, la Barclays, hanno calcolato che, nello scorso decennio, il costo globale degli eventi meteo estremi abbia superato i 1.300 miliardi di dollari, inghiottendo una cifra che vale quanto l'intera economia di un grande paese come la Spagna. Oggi, con sotto gli occhi la tragedia della Romagna, che arriva a ridosso di un drammatico alternarsi di alluvioni e siccità, dalla Spagna, al Pakistan, all'America, si può scommettere che quel costo si sia drasticamente impennato. Eppure, politici ed economisti, dopo una serie roboante di proclami ed impegni contro il riscaldamento globale, hanno cominciato a strascicare i piedi, anche in quel paragone mondiale di virtù climatica che è l'Unione europea.
Sfidando il paradosso, gli ambientalisti dovrebbero esserne contenti. Perché dimostra che le politiche attuate ed annunciate a Bruxelles cominciano a mordere davvero i problemi. Ma, in realtà, le incertezze e le esitazioni che si avvertono indicano che siamo arrivati alla stretta, senza aver compiuto la scelta fondamentale fra costi immediati e costi futuri.
I dubbi vengono anche da protagonisti impensati. Nessuno si è sorpreso quando i popolari tedeschi si sono levati, al Parlamento europeo, contro le misure antipesticidi e antidegrado dei suoli, che fanno infuriare i loro numerosi elettori contadini, gli stessi che hanno messo in crisi, sugli stessi temi, il sistema politico olandese. Ma più di un sopracciglio si è levato, quando la decisione di estendere la tassa sulle emissioni degli autoveicoli e delle caldaie a gas è passata, nello stesso Parlamento, ma con il voto contrario di molti verdi e di molti deputati di sinistra. Qui la paura è che gli inevitabili rincari di benzina e metano scatenino un'altra rivolta di "giubbotti gialli", che poi si riverserebbe su tutta la politica ambientale. Nelle stesse settimane, dall'Italia arrivava l'allarme, abbastanza trasversale, sulla ristrutturazione, a tappe forzate, in chiave di sostenibilità, degli edifici. Dalla Germania, quello sui motori a combustione interna. E poi le contestazioni sulle emissioni di metano, sugli imballaggi, sul riciclo.
Questa raffica di preoccupazioni - da destra e da sinistra - ha rapidamente raggiunto i vertici. Senza rinunciare alle loro credenziali ambientaliste, leader di peso si sono trovati ad invocare momenti di riflessione, di respiro nel percorso già disegnato verso una tappa così vicina, come il taglio del 55 per cento delle emissioni nel 2030. Emmanuel Macron ha chiesto pubblicamente una "pausa regolatoria", ovvero uno stop al continuo accumularsi di nuove norme e direttive, legate al "Pronti per il 55 per cento", in modo di dare tempo e modo alle aziende di adeguarsi a quelle già emanate. Da Bruxelles, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, si è messa sulla stessa lunghezza d'onda, ammettendo l'opportunità di valutare quanto l'Europa sia "capace di assorbire il gran numero di nuove leggi in arrivo per il clima".
Una sorta di "Calma, compagni", che, però, non risolve il problema di fondo: immaginare e disegnare il percorso di transizione dalla vecchia alla nuova energia, che non può essere un salto da un giorno all'altro. Lo segnala, in una recente intervista a Politico, anche uno dei vicegovernatori della Banca d'Italia, Paolo Angelini, sottolineando che "non si può disinvestire, tutti insieme e subito, dai settori ad alte emissioni". Gli stress test che la Bce sta per avviare sull'esposizione delle singole banche alle politiche climatiche - ragiona Angelini - rischiano di spingere gli istituti a mollare in fretta gli inquinatori, pur di presentare risultati. Ma, se si vuol avere la sicurezza delle forniture di energia a breve termine, i settori ad alte emissioni "devono essere parte della transizione e della soluzione".
Lo segnalava una recente ricerca della Columbia University. Rischiamo un testa-coda: troppo poco petrolio o gas, quando ancora non ci sono abbastanza rinnovabili. L'industria petrolifera sta investendo neanche la metà di quanto servirebbe a compensare l'esaurimento dei pozzi in esercizio. E qui si apre una sorta di Comma 22: quella metà è troppo, data la vita media dei nuovi pozzi, per arrivare a zero emissioni nel 2050, ma troppo poco per avere abbastanza energia nel 2030. Intanto, questo non impedisce a Big Oil di registrare profitti record, guardandosi bene dall'investirli nelle rinnovabili. In un recentissimo sondaggio, le aziende spiegano perché: non ci si guadagna abbastanza.
Anche per questo, forse, Angelini sostiene che, più che concentrarsi su grandi scadenze del 2030 o 2050, bisognerebbe favorire gli investimenti "in aziende con piani di transizione credibili e strategici". Un articolo appena uscito su Nature va nella stessa direzione: in fondo, se tutti i paesi rispettassero gli impegni già presi, riusciremmo ad evitare di sfondare il limite dei 2 gradi in più nel 2100. Macron e von der Leyen possono essere letti anche in questo modo. Il grosso "se" è il rispetto effettivo di quegli impegni.