✕

La guerra dei chip tra Usa e Cina costringe gli altri Stati e le aziende a schierarsi

Il presidente Joe Biden in visita nel cantiere della nuova fabbrica della Tsmc a Phoenix, in Arizona 
Lo scontro fra le due superpotenze sul controllo della catena di fornitura dei semiconduttori è appena iniziato e avrà conseguenze per tutti 
3 minuti di lettura
Una cosa è chiara, almeno per chi vive al pericoloso incrocio fra geopolitica e tecnologia: i microchip sono il nuovo petrolio. Un business da quasi 600 miliardi di dollari all'anno, destinato a salire a 1,45 trilioni nel 2030, che tocca tutto, dallo sviluppo dell'intelligenza artificiale alla conquista di Marte. E se consideriamo quante guerre sono state combattute per l'oro nero, si capisce perché il risiko globale in cui si stanno sfidando Stati Uniti e Cina per il controllo di questa risorsa essenziale disturbi i sonni di chi teme che possa trasformarsi in conflitto aperto. Uno scontro da cui nessuno è escluso, governi, aziende pubbliche e private, perché ognuno di noi interpreta un ruolo, come produttori o consumatori.
 
La guerra dei chip è stata raccontata e analizzata da Chris Miller con il bestseller "Chip War". Il professore della Fletcher School of Law and Diplomacy alla Tufts University ha ricostruito la stori…
Una cosa è chiara, almeno per chi vive al pericoloso incrocio fra geopolitica e tecnologia: i microchip sono il nuovo petrolio. Un business da quasi 600 miliardi di dollari all'anno, destinato a salire a 1,45 trilioni nel 2030, che tocca tutto, dallo sviluppo dell'intelligenza artificiale alla conquista di Marte. E se consideriamo quante guerre sono state combattute per l'oro nero, si capisce perché il risiko globale in cui si stanno sfidando Stati Uniti e Cina per il controllo di questa risorsa essenziale disturbi i sonni di chi teme che possa trasformarsi in conflitto aperto. Uno scontro da cui nessuno è escluso, governi, aziende pubbliche e private, perché ognuno di noi interpreta un ruolo, come produttori o consumatori.
 
La guerra dei chip è stata raccontata e analizzata da Chris Miller con il bestseller "Chip War". Il professore della Fletcher School of Law and Diplomacy alla Tufts University ha ricostruito la storia dagli anni '50, quando il Nobel per la fisica William Shockley aveva coinventato il transistor e fondato la Shockley Semiconductor a Mountain View, scegliendo quella che poi sarebbe diventata la Silicon Valley principalmente per stare vicino alla madre anziana. Poi divenne anche un razzista sostenitore dell'eugenetica, ma questa è un'altra storia. La svolta che ci interessa era invece accaduta nel 1957, quando otto ingegneri guidati da Bob Noyce e Gordon Moore, passati poi alla storia come i "traitorous eight", avevano abbandonato l'insopportabile Shockley per fondare Fairchild Semiconductor. Moore era l'autore dell'omonima legge, secondo cui il numero dei transistor in un chip di silicone sarebbe raddoppiato ogni due anni. Ma soprattutto nel 1968 aveva cofondato Intel con Noyce, da cui si deduce perché i due sono l'epicentro del terremoto.
 
La catena di fornitura globale dell'industria dei semiconduttori, secondo le elaborazioni di Bcg 
 
All'epoca la capacità inventiva del settore tecnologico americano, aiutato dal capitale privato e dalle sovvenzioni del Pentagono, metteva gli Usa in posizione di vantaggio. Al punto che i sovietici erano costretti a ricorrere allo spionaggio, come dimostra il fatto che nel gruppo di talpe messo insieme da Julius Rosenberg c'erano gli ingegneri comunisti Alfred Sarant e Joel Barr, fuggiti poi a Mosca per aiutarla a costruire la sua industria informatica. All'epoca Krusciov costringeva i suoi scienziati a copiare i circuiti integrati Texas Instruments, perché non si sognava neppure che potessero raggiungere da soli le vette tecnologiche dei colleghi americani. Questo aiuta a capire come la guerra di oggi non sia una novità, ma solo l'evoluzione di una sfida globale in corso da settant'anni, aggravata dall'accelerazione verso le molte applicazioni dell'intelligenza artificiale (AI) e dal passaggio del testimone dall'Urss alla Cina come principale rivale degli Usa.
 
Gli europei erano entrati in gioco solo negli anni '60, quando gli olandesi avevano inventato la tecnologia "extreme ultraviolet" Euv per i semiconduttori, mentre i giapponesi avevano dovuto aspettare il fondatore della Sony Akio Morita per diventare protagonisti. Un errore imperdonabile lo aveva poi commesso proprio Texas Instruments, quando negli anni '80 decise di non nominare ceo Morris Chang, spingendolo a tornare in Asia per fondare la Taiwan Semiconductor Manufacturing (Tsmc), oggi leader mondiale. Intel poi aveva optato per non fornire i suoi semiconduttori a Apple per l'iPhone, perché il ceo di allora Paul Otellini non ne aveva "visto l'utilità". Così si era aperta la porta al dominio asiatico, favorito anche dal Washington Consensus, la "dottrina economica neoliberista promossa dagli anni '80, che ha favorito la creazione di filiere globali tramite investimenti nei Paesi in via di sviluppo da parte di organizzazioni come la Banca Mondiale, il Fmi e il Dipartimento del Tesoro Americano", come ha spiegato su questo giornale Roberto Baldoni. L'idea era che il mondo globalizzato poteva permettersi di delegare queste attività manifatturiere ai Paesi con costi di manodopera più bassi, favorendone insieme lo sviluppo e la trasformazione verso la democrazia e l'economia di mercato. Fino a quando il Covid e l'aggressivo espansionismo cinese non ci hanno fatto comprendere il madornale errore commesso, trasferendo le catene di fornitura in Paesi non necessariamente amici.
 
Così la fetta appartenente agli Usa nella produzione commerciale mondiale dei semiconduttori è scesa dal 37% del 1990 al 12% di oggi. Nvidia ha tolto la leadership a Intel, raggiungendo il valore di mercato di un trilione, ma resta indietro. Il Giappone ha il 17% e la Cina il 15%, con aziende come Changxin Memory Technologies e Yangtze Memory Tchnologies. La Corea del Sud è in crescita con Samsung e SK Hynix, mentre l'Olanda domina il mercato EVU con Asml. La parte del leone però la fa Taiwan, con il 41% della produzione globale, e questo aggiunge un motivo molto forte alle ambizioni di riconquistarla da parte della Cina.
Il rischio di un nuovo per le varie tipologie di chip, secondo l'analisi di Porsche Consulting 
Perciò l'amministrazione Biden è intervenuta con due mosse. Primo, nell'agosto scorso ha varato il Chips Act, stanziando 52 miliardi di dollari per riportare la produzione dei semiconduttori negli Usa e offrendo crediti fiscali del 25% ai privati che investono. Secondo, a partire da ottobre ha adottato tre provvedimenti per vietare l'esportazione dei chip americani ad aziende cinesi ritenute ostili. Quindi ha chiesto a Giappone e Olanda di non colmare con le loro forniture il vuoto creato dal blocco di quelle americane. Il discorso è simile per la Corea del Sud. 
 
La Repubblica popolare ha risposto vietando l'importazione dei chip fatti dall'azienda americana Micron, per dimostrare che può fare male a chi la boicotta, chiudendo le porte di un mercato assai ricco. Quindi sta investendo per potenziare la produzione domestica, allo scopo di diventare autonoma. A breve si aspetta la replica di Washington, che sta meditando se reagire al bando di Micron con nuove sanzioni contro Pechino. Apple ha capito il messaggio, promettendo di investire 430 miliardi nello sviluppo dell'economia americana durante i prossimi cinque anni. Quindi ha firmato un accordo miliardario per aumentare le forniture tecnologiche ricevute dalla Broadcom, e si è impegnata a privilegiare l'uso dei semiconduttori costruiti da Tsmc nella nuova fabbrica in Arizona.
 
Tutto questo dimostra come la guerra dei chip, appena iniziata, sia destinata a toccare tutti. I governi dovranno decidere da quale parte schierarsi, e le aziende saranno obbligate a trovare un difficile equilibrio tra i propri legittimi interessi e i doveri geopolitici. Perché quello tecnologico è un tassello centrale della sfida epocale lanciata dalle autocrazie contro le democrazie, e nessuno può sperare di poterla osservare dall'esterno come spettatore.