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L’economia dell'Europa riporta a casa le produzione e riparte dal Mediterraneo

Le aziende del Vecchio Continente, dopo il Covid e la guerra, accorciano le filiere: dalla delocalizzazione in Estremo Oriente al reshoring in Africa e Medioriente
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È stato per secoli il “mercato comune” dei tre continenti che si affacciano sulle sue sponde. Lo è stato fino a quando l’Inghilterra ha intrapreso il controllo dei mari e i commerci hanno iniziato il loro cammino verso la globalizzazione. Ma può tornare a esserlo e in parte lo sta già diventando. Perché la crisi energetica prima e la guerra in Ucraina poi hanno riportato l’Unione europea e il suo sistema economico a guardare con sempre maggiore interesse all’altra sponda del Mediterraneo. A Sud verso l’Africa da cui si rifornisce di gas naturale per soddisfare il suo fabbisogno energetico, ma anche verso Turchia e Balcani dove ha delocalizzato una parte delle produzioni, rientrate dai lontani mercati dell’Estremo Oriente, a causa dei costi crescenti (trasporti e manodopera) e per la politica di Pechino sempre meno disponibile a dipendere da investimenti esteri e sempre più ambiziosa nel suo disegno di …

È stato per secoli il “mercato comune” dei tre continenti che si affacciano sulle sue sponde. Lo è stato fino a quando l’Inghilterra ha intrapreso il controllo dei mari e i commerci hanno iniziato il loro cammino verso la globalizzazione. Ma può tornare a esserlo e in parte lo sta già diventando. Perché la crisi energetica prima e la guerra in Ucraina poi hanno riportato l’Unione europea e il suo sistema economico a guardare con sempre maggiore interesse all’altra sponda del Mediterraneo. A Sud verso l’Africa da cui si rifornisce di gas naturale per soddisfare il suo fabbisogno energetico, ma anche verso Turchia e Balcani dove ha delocalizzato una parte delle produzioni, rientrate dai lontani mercati dell’Estremo Oriente, a causa dei costi crescenti (trasporti e manodopera) e per la politica di Pechino sempre meno disponibile a dipendere da investimenti esteri e sempre più ambiziosa nel suo disegno di mostrarsi una potenza industriale in grado di competere con gli Stati Uniti.

Il fenomeno del reshoring

Risultato: l’inevitabile riduzione delle catene logistiche da parte delle aziende europee nonché «il ripensamento da parte dell’Occidente delle dipendenze estere» e la relativa «reindustrializzazione puntando su partner geopoliticamente affidabili».

È il fenomeno del reshoring – così come è stato spiegato in un report del centro studi di Cassa Depositi Prestiti – che ha trovato terreno fertile proprio nell’area del Mediterraneo. Una scelta logica, a pensarci bene, essendo tornata a essere regina degli scambi economici: da qui passa il 30% del commercio mondiale di petrolio e gas e si concentra il 27% del traffico marittimo di container.

L'ITALIA E' AL PRIMO POSTO NEGLI SPOSTAMENTI BREVI VIA NAVE IN AREA UE

Del resto, «l’area gioca già un ruolo di prim’ordine all’interno delle relazioni commerciali europee e, in particolare, in quelle delle grandi economie Ue che si affacciano sulle coste, inclusa l’Italia», si legge ancora nello studio della Cdp. La regione rappresenta il 9% dell’interscambio esterno alle Ue, con una crescita iniziata già a partire dalla fine degli anni ‘90. Ma quali sono i vantaggi competitivi del fenomeno reshoring? Il primo riguarda la presenza di ambiti industriali che si sono sviluppati negli anni: dall’abbigliamento e calzature (Albania e Tunisia), alla metallurgia (Bosnia e Serbia), ai fertilizzanti (Egitto e Marocco), alla componentistica per aerospazio e automotive (Marocco e Tunisia).

Il nodo dei salari

C’è poi il tema salari. Fino alla fine del secolo scorso, la Cina poteva contare su stipendi medi nelle sue fabbriche nettamente favorevoli rispetto al costo del lavoro dei Paesi mediterranei, la metà di quanto pagato in Serbia ed Egitto, per esempio. Negli ultimi vent’anni il rapporto si è capovolto: il costo del lavoro cinese ha raggiunto i livelli della Turchia ed è superiore a tutti gli altri Paesi dove stanno delocalizzando le maggiori aziende della Ue.

Riassumendo, il reshoring è un fenomeno partito in sordina 10-15 anni fa e che è ormai in via di consolidamento. A partire dal nostro Paese: secondo i dati presentati dall’ufficio studi di Intesa Sanpaolo al recente Festival dell’Economia a Trento «il 70% delle imprese italiane sta ripensando le proprie catene del valore». Non solo per una questione di costi, ma perché «gli imprenditori vogliono tornare ad avere il controllo delle filiere produttive e quindi guardano a Paesi più vicini».

Così come spiega più nel dettaglio Gregorio De Felice, che di Intesa Sanpaolo è il chief economist: «Il Mediterraneo può tornare al centro delle politiche economiche europee. Si è partiti dai legami energetici, che ora riguardano le forniture di gas e petrolio, ma che poi potranno diventare le rinnovabili e l’idrogeno verde. Da qui il discorso si allarga alla logistica e ai porti. Per arrivare a nuove delocalizzazioni che accorciano le filiere della produzione e riducono il peso del Sud Est asiatico. Come disse Mario Draghi, con l’Africa l’Europa è stata distratta, ma ora sta tornando al centro degli interessi non solo geopolitici. Alle aziende costerà qualcosa in più, ma gli imprenditori vogliono la sicurezza di quelle componenti, e quindi guardano a Paesi più vicini, tornando verso l’Europa e verso il Mediterraneo».

De Felice ritiene che l’Italia possa giocare un ruolo importante. Non solo per la posizione geografica che la favorisce e perché qui approdano i gasdotti che la collegano alla sponda Sud del Mediterraneo, nonché gli elettrodotti dalla Grecia e dal Montenegro e un domani dalla Tunisia. «Anche i suoi porti possono giocare un ruolo fondamentale – ricorda l’economista – a partire dagli scali meridionali, che hanno sicuramente più spazio per espandersi rispetto a quelli del Nord Italia. Ma occorrono scelte politiche precise e che facilitino gli scambi. Mi riferisco in particolare alla semplificazione delle procedure doganali: non è possibile che ci siano compagnie che preferiscano far arrivare le loro navi, dopo aver passato il canale di Suez, fino ai porto del Nord Europa, con un viaggio di tre-quattro giorni in più, perché comunque risparmiano sui tempi della burocrazia».

L'area del Mediterraneo

Il fatto che dai porti passi il futuro di tutta l’area del Mediterraneo lo dimostrano anche la grandi manovre che hanno portato il gruppo cinese Casco a entrare direttamente nella società che gestisce il Pireo e la società turca Medkon Lines ad allearsi con lo scalo di Taranto. Una volta organizzati i porti e la logistica, spostare sempre di più le produzioni sarà un passaggio quasi naturale. E viceversa: non a caso il primo porto per movimentazione dei cargo di tutto il Mediterraneo è diventato Tangeri, anche grazie ai 9 miliardi di investimento stanziati dal governo del Marocco.
Il “rinnovato” mercato comune del Mediterraneo è già realtà.