✕

Pnrr, nei primi due mesi spesi solo 1,2 miliardi su un totale programmato di 40,9 per il 2023

(fotogramma)
La relazione del governo sull'attuazione del piano svela i ritardi e mette a rischio l'attuazione del programma
3 minuti di lettura
Nelle casse dello Stato sono confluiti quasi 70 miliardi, 66,9 per la precisione. Ma che fine hanno fatto i soldi del Pnrr? È la relazione semestrale sullo stato di attuazione del Piano di ripresa e resilienza, la prima del governo Meloni, a svelare l'affanno della spesa. Che, nel meccanismo del Recovery, non prevede un allineamento perfetto tra le entrate e le uscite: c'è uno sfasamento temporale tra le risorse che arrivano da Bruxelles e l'impiego delle stesse, legate a una programmazione spalmata sull'arco temporale del Piano.
 
 
Ma l'utilizzo dei fondi procede così a rilento che a rischiare è la tabella di marcia fissata dall'esecutivo. Basta guardare i dati relativi ai primi due mesi dell'anno: appena 1,2 miliardi spesi, a fronte di una programmazione, per il 2023, che è pari a 40,9 miliardi. L'asticella si è fermata al 3,1% de…
Nelle casse dello Stato sono confluiti quasi 70 miliardi, 66,9 per la precisione. Ma che fine hanno fatto i soldi del Pnrr? È la relazione semestrale sullo stato di attuazione del Piano di ripresa e resilienza, la prima del governo Meloni, a svelare l'affanno della spesa. Che, nel meccanismo del Recovery, non prevede un allineamento perfetto tra le entrate e le uscite: c'è uno sfasamento temporale tra le risorse che arrivano da Bruxelles e l'impiego delle stesse, legate a una programmazione spalmata sull'arco temporale del Piano.
 
 
Ma l'utilizzo dei fondi procede così a rilento che a rischiare è la tabella di marcia fissata dall'esecutivo. Basta guardare i dati relativi ai primi due mesi dell'anno: appena 1,2 miliardi spesi, a fronte di una programmazione, per il 2023, che è pari a 40,9 miliardi. L'asticella si è fermata al 3,1% delle somme che bisogna utilizzare entro la fine dell'anno. Il ritardo, tra l'altro, non impatta solo sui progetti del Pnrr, che risentono di un minor afflusso delle risorse, ma rischia di generare un effetto negativo anche sulla crescita del Paese. Se non si spenderanno in tempo i 40,9 miliardi programmati verrà a mancare un supporto fondamentale per il Pil. Secondo le stime contenute nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei Conti, infatti, la leva del Pnrr vale circa due terzi della crescita, da qui al 2026. E un tasso medio annuo dell'1,2%. Se il Piano non aggancerà un'accelerazione, allora il tasso scenderà a 0,4%, riproponendo per l'Italia una traccia ben conosciuta: la crescita anemica, che non riesce a incanalarsi su un percorso strutturale. 
 
Ma cosa dicono i dati relativi alle risorse spese? Innanzitutto il dato macro, la spesa cumulata al 28 febbraio: sono circa 25,74 i miliardi spesi dall'Italia da quando è nato il Pnrr. Erano poco di meno, circa 24,48 miliardi al 31 dicembre del 2022. La differenza, circa 1,2 miliardi, mette in evidenza la lenta progressione nel 2023. Fino ad oggi è stato speso il 13,44% dei 191,5 miliardi del Piano che devono essere utilizzati entro giugno del 2026. Dalla tabella sulla spesa, contenuta nella relazione semestrale, emerge innanzitutto la spinta che è arrivata dal rafforzamento dell'ecobonus e del sismabonus per l'efficienza energetica e la messa in sicurezza degli edifici: ben 8,74 miliardi, sui 25,74 spesi in totale, arrivano da questa voce. Il secondo bacino è rappresentato dai crediti d'imposta Transizione 4.0, quelli relativi a beni materiali e immateriali, ma anche all'innovazione tecnologica, ricerca e sviluppo, oltre che alla formazione. In tutto 5,4 miliardi. Se si sommano agli 8,74 miliardi degli incentivi, si arriva a 14,1 miliardi, più della metà della spesa complessiva. Una portata che non è solo quantitativa, ma che ha anche un significato qualitativo: la spesa del Pnrr è stata trainata da impieghi affidati alle imprese o a processi di fatto automatici, che non richiedono un coinvolgimento di peso delle due amministrazioni a cui appartengono (il ministero dell'Ambiente e quello per le Imprese), se non per le attività di coordinamento. 
 
 
I dicasteri, invece, fanno decisamente più fatica. Il livello di spesa media è pari appena al 13 per cento. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti si attesta sotto, al 12%, ma è anche l'amministrazione che gestisce in tutto 39 miliardi del Pnrr, il 20% del totale. Chi è sopra la media è il ministero dell'Ambiente: è responsabile di 34 miliardi del Piano (il 18% del totale) e ha fatto registrare una spesa del 25 per cento, ma il risultato è gonfiato dalla spesa per l'ecobonus e il sismabonus. 
 
Al di là delle performance dei singoli dicasteri, il dato più rilevante è la difficoltà nel portare avanti gli investimenti. Come spiega, in un passaggio emblematico, la stessa relazione: "La maggior parte delle amministrazioni - si legge - ha registrato un livello di spesa inferiore alle previsioni, che denota un ritardo nella fase di definizione e avvio delle misure che potrebbe incidere sulla effettiva realizzazione dell'intero Piano". 
La questione diventa come recuperare il ritardo. E si aggancia qui la decisione del governo di mettere mano ai progetti, con una revisione che si punta a chiudere prima della scadenza, fissata dall'Europa per il 30 agosto. L'inflazione, ma anche una burocrazia che ancora frena i progetti, nonostante le semplificazioni introdotte, sono le ragioni principali che l'esecutivo indica per spiegare la necessità di procedere speditamente con la revisione del Piano. Che, al momento, è a un livello iniziale, con l'indicazione da parte dei ministeri degli investimenti che stanno registrando criticità. In tutto sono 120 le misure che fanno fatica e che perciò potrebbero lasciare il Pnrr, traslocando su altre programmazioni di fondi europei. Se resisteranno, invece, saranno ridimensionati nei passaggi intermedi. Sempre che Bruxelles dica sì.