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Il governo richiama Pietro Ciucci, grande boiardo di Stato, per costruire il Ponte sullo Stretto

(ansa)
Il governo Renzi lo cacciò da Anas dove cumulava pensione e super stipendi, dopo essersi attribuito pure una buonuscita da sogno. Per 44 anni in Autostrade, Ciucci è già stato ad della Società per il Ponte fino al suo collasso, sommersa di debiti
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ROMA - A volte ritornano. Il governo Meloni richiama Pietro Ciucci, gran boiardo di Stato, alla guida della risorta “Società Stretto di Messina” che dovrà costruire il ponte tra Sicilia e Calabria “con 13,5 miliardi, metà di quanto ci è costato il Reddito di cittadinanza, creando 100 mila posti di lavoro”, secondo i calcoli del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Ciucci sarà di nuovo amministratore delegato della Società come già dal 2002 al 2013, allorquando fu posta in liquidazione con una montagna di debiti e senza aver costruito neanche mezza campata.

Il curriculum di Ciucci, classe 1950, spazia dalla Società Autostrade (1969-1987) all’Iri (1987-2002). E plana su Anas (2006-2015) dove ricopre prima la carica di presidente del consiglio di amministrazione (2006-2011), poi amministratore unico, amministratore delegato, presidente e direttore generale. Insomma un padre padrone dell’…

ROMA - A volte ritornano. Il governo Meloni richiama Pietro Ciucci, gran boiardo di Stato, alla guida della risorta “Società Stretto di Messina” che dovrà costruire il ponte tra Sicilia e Calabria “con 13,5 miliardi, metà di quanto ci è costato il Reddito di cittadinanza, creando 100 mila posti di lavoro”, secondo i calcoli del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Ciucci sarà di nuovo amministratore delegato della Società come già dal 2002 al 2013, allorquando fu posta in liquidazione con una montagna di debiti e senza aver costruito neanche mezza campata.

Il curriculum di Ciucci, classe 1950, spazia dalla Società Autostrade (1969-1987) all’Iri (1987-2002). E plana su Anas (2006-2015) dove ricopre prima la carica di presidente del consiglio di amministrazione (2006-2011), poi amministratore unico, amministratore delegato, presidente e direttore generale. Insomma un padre padrone dell’azienda delle Ferrovie che gestisce le strade e un cumulatore di cariche. 

Riuscendo nel miracolo di dimettersi da direttore generale - ma non da presidente e amministratore delegato - nel 2013 con una buonuscita da 1,8 milioni, autoattribuendosi pure un’indennità di risoluzione senza preavviso da 780 mila euro, come se si fosse licenziato da solo. Dopodiché è andato in pensione (44 anni di lavoro in Autostrade, sin da quando era nell’Iri), restando però presidente e ad di Anas. E così cumulando le poltrone di vertice con la ricca pensione per altri due anni. Fino ad essere accompagnato alla porta dal governo Renzi nel 2015. 

Ora torna sul luogo del ponte - la società in house è ovviamente partecipata anche da Anas, oltre che da Rfi, Regione Sicilia e Calabria, ministero dell’Economia e dei Trasporti - per volontà del governo Meloni e del vicepremier Salvini. Sperando che non finisca di nuovo spiaggiata nel nulla della liquidazione. E senza ponte.