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L'Europa vuole bandire Huawei dalla rete 5G

Il commissario Ue al Mercato interno Thierry Breton (reuters)
L'iniziativa del Commissario al Mercato interno Breton, già accennata agli operatori delle telecomunicazioni, nasce dalla lentezza con cui molti Stati stanno adottando misure per ridurre i rischi legati al colosso cinese. Nel mirino soprattutto la Germania. Ma sarà difficile che la misura venga approvata in tempi brevi
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ROMA - Tre anni dopo aver raccomandato ai governi una serie di misure per tutelare le reti 5G dai fornitori “ad alto rischio”, cioè quelli cinesi, la Commissione europea studia un passo oltre. Più duro, destinato a provocare la reazione di Pechino ma anche ad alterare gli equilibri di mercato: un vero e proprio bando obbligatorio dall’infrastruttura mobile di nuova generazione degli apparati di Huawei, il colosso cinese delle telecomunicazioni considerato da alcuni una potenziale “porta sul retro” al servizio delle spie del regime comunista. L’iniziativa nasce dal Commissario al Mercato Interno Thierry Breton, che nei giorni scorsi l’ha accennata in vari incontri con gli operatori del settore. Spiegando che Bruxelles è insoddisfatta dalla lentezza e timidezza con cui diversi Paesi, a cominciare dalla Germania, stanno mettendo in pratica le sue raccomandazioni. Solo un terzo dei 27 Paesi le avrebbe eseguite, scrive la Commi…

ROMA - Tre anni dopo aver raccomandato ai governi una serie di misure per tutelare le reti 5G dai fornitori “ad alto rischio”, cioè quelli cinesi, la Commissione europea studia un passo oltre. Più duro, destinato a provocare la reazione di Pechino ma anche ad alterare gli equilibri di mercato: un vero e proprio bando obbligatorio dall’infrastruttura mobile di nuova generazione degli apparati di Huawei, il colosso cinese delle telecomunicazioni considerato da alcuni una potenziale “porta sul retro” al servizio delle spie del regime comunista. L’iniziativa nasce dal Commissario al Mercato Interno Thierry Breton, che nei giorni scorsi l’ha accennata in vari incontri con gli operatori del settore. Spiegando che Bruxelles è insoddisfatta dalla lentezza e timidezza con cui diversi Paesi, a cominciare dalla Germania, stanno mettendo in pratica le sue raccomandazioni. Solo un terzo dei 27 Paesi le avrebbe eseguite, scrive la Commissione in un rapporto che sarà reso pubblico a breve.

La strategicità del 5G è fuori dubbio, visto che su quella rete mobile, oggi in fase di installazione in tutta Europa, Italia compresa, correranno per anni i dati del nostro mondo connesso. Quello su cui si è discusso e si discute, in un dibattito in cui tecnologia e politica sono indistricabili, è l’effettiva pericolosità dei dispositivi Huawei. Gli Stati Uniti e tutti gli alleati della rete di intelligence Five Eye li hanno banditi. Nel 2020 l’Europa optò per un approccio più misurato, evitando il bando per non privarsi dei componenti all’avanguardia e a buon mercato prodotti dall’ex azienda di interruttori di Shenzhen, ma offrendo agli Stati membri una serie di raccomandazioni – non vincolanti – per mitigare i rischi, tra cui escludere gli apparati cinesi dalla spina dorsale dell’infrastruttura e diversificare il più possibile le forniture. Cosa che, non per inciso, ha dato una spinta ai concorrenti europei del colosso cinese, cioè Nokia ed Ericsson.

Da allora i governi e le aziende delle telecomunicazioni europee hanno proceduto in ordine sparso, bilanciando rischi (politici) e costi. La Svezia per esempio ha deciso per lo stop completo. L’Italia non lo ha fatto, nonostante diversi politici lo invocassero, ma ha stretto sempre di più le maglie della sorveglianza attraverso lo strumento del Golden power. Negli ultimi anni il 5G ha rappresentato una buona fetta degli interventi dell’esecutivo, passando in rassegna tutti i contratti di fornitura e i piani di investimento degli operatori Tlc. In un solo caso si è arrivati a uno stop, ma quasi in tutti sono arrivate prescrizioni dietro cui si legge la volontà – già del governo Draghi e ora ereditata dall’esecutivo Meloni – di ridurre progressivamente la quota di componenti cinesi. Per realizzare la sua rete 5G, Tim si sta rifornendo solo da Ericsson e Nokia. Altri operatori, come Fastweb, Vodafone e Wind, si appoggiano di più a Huawei e la sorellina Zte, anche se non per il nucleo dell’infrastruttura. E componenti Huawei sono prensenti anche nelle reti fisse, sia di Tim che di Open Fiber, che però sarebbero escluse dal bando.

Secondo la Commissione, per cui la nuova parola d’ordine geo-economica è “ridurre il rischio” Cina, la maggioranza dei Paesi non avrebbe fatto però abbastanza. E a scontentarla, come spesso quando si tratta di rapporti con la Cina, è soprattutto la Germania, che con Deutsche Telekom avrebbe addirittura aumentato la propria dipendenza da Huawei, senza alcun intervento di mitigazione da parte del governo. Si tratta di capire se l’ipotesi di bando, fatta filtrare da Breton, è più un tentativo di mettere pressione agli inadempienti o un reale tentativo di “desinicizzare” il 5G europeo, cosa che potrebbe mettere in difficoltà vari Paesi e vari operatori nello sviluppo della rete veloce. In questo secondo caso, sembra imprescindibile l’approvazione dei governi, un iter che difficilmente si concluderebbe entro la fine dell’anno, quando scadrà il mandato di questo esecutivo Ue.