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Effetto inflazione sui contratti: per i rinnovi si parte da +6,6%. Il rincaro del carrello della spesa pesa più dell'energia

Esultano i sindacati. L'indice Ipca al netto della componente energetica supera nel 2023 per la prima volta quello al lordo. "Ma così ci perdono tutti, i rinnovi si bloccheranno o le imprese taglieranno altri bonus", avverte Andrea Garnero, economista Ocse. Il 57% dei contratti è scaduto
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ROMA - Sorpresa inflazione: il carrello della spesa batte le bollette. E i contratti nazionali del settore privato scaduti - il 57% del totale con 7,9 milioni di lavoratori in attesa, di cui 3 milioni nel commercio e nel turismo - dovranno rinnovarsi ad un tasso non solo più alto del previsto, ma superiore a quello dell'inflazione generale: 6,6% contro 5,7% quest'anno, 2,9% contro 2,6% il prossimo. A questi tassi, sarebbero i rinnovi più alti d'Europa dove si viaggia attorno al 4,7% nel 2023, dopo il 4,4% medio del 2022.

Il motivo va ricercato nell'esistenza di due indici dei prezzi al consumo. Il primo indice, alla base dei rinnovi contrattuali, è l'Ipca al netto della componente energetica che esclude dal computo la variazione del prezzi dei beni importati: fino al 2021 solo il petrolio, poi nel 2022 anche il gas e quest'anno pure l'energia elettrica. Il secondo indice, quello generale dei prezzi, include invece tutto: l'inflazio…

ROMA - Sorpresa inflazione: il carrello della spesa batte le bollette. E i contratti nazionali del settore privato scaduti - il 57% del totale con 7,9 milioni di lavoratori in attesa, di cui 3 milioni nel commercio e nel turismo - dovranno rinnovarsi ad un tasso non solo più alto del previsto, ma superiore a quello dell'inflazione generale: 6,6% contro 5,7% quest'anno, 2,9% contro 2,6% il prossimo. A questi tassi, sarebbero i rinnovi più alti d'Europa dove si viaggia attorno al 4,7% nel 2023, dopo il 4,4% medio del 2022.

Il motivo va ricercato nell'esistenza di due indici dei prezzi al consumo. Il primo indice, alla base dei rinnovi contrattuali, è l'Ipca al netto della componente energetica che esclude dal computo la variazione del prezzi dei beni importati: fino al 2021 solo il petrolio, poi nel 2022 anche il gas e quest'anno pure l'energia elettrica. Il secondo indice, quello generale dei prezzi, include invece tutto: l'inflazione come la conosciamo.

Com'è andato l'Ipca negli ultimi due anni

Nel biennio 2021-2022 di alta inflazione, l'Ipca netto è sempre stato sotto quello lordo. E questo perché la febbre dei prezzi era per due terzi legata all'energia, come ha spiegato il governatore Ignazio Visco nelle sue ultime Considerazioni finali. Ma quest'anno no, c'è il controsorpasso. Le bollette si stanno sgonfiando, la spesa è ancora molto cara.

L'Ipca netto viene usato dal 2009 come riferimento del costo della vita quando si rinnovano i contratti collettivi di lavoro. Prima c'era la scala mobile, soppiantata nel 1992 dall'inflazione programmata. Poi è arrivato l'Ipca depurato dai prezzi energetici, confermato nel Patto della Fabbrica, l'accordo firmato dai sindacati con Confindustria nel 2018.

Ogni anno, nel mese di giugno, l'Istat pubblica una previsione dell'Ipca per il triennio e adegua le stime dell'anno prima, di solito abbassandole: anche se nessuna impresa ha mai chiesto indietro soldi ai lavoratori. Solo negli ultimi anni si sono registrati rialzi ex post, ma di pochi decimi. Con l'eccezione, davvero notevole, del 2022: un balzo di due punti. Istat stimava 4,7%, ha rialzato il dato al 6,6%.

 

Cosa succede alle retribuzioni quest'anno e il prossimo

L'impatto sulle retribuzioni di questa revisione sul 2022 non ci sarà o quasi. Perché nessun contratto collettivo italiano, tranne quello dei metalmeccanici, prevede l'adeguamento a posteriori dell'Ipca. Il contratto del legno-arredo si adegua ogni gennaio, ma all'inflazione lorda dell'anno prima, non all'Ipca depurato.

I sindacati dei metalmeccanici esultano, anche se il 6,6% dell'Ipca dell'anno scorso non vale il 6,6% di quest'anno: perché quello era sotto l'inflazione "normale" e solo il 10% dei lavoratori se ne avvantaggerà, questo sopra. Le imprese vorranno negoziare a questi livelli? O rinunceranno ai rinnovi?

Nel 2022 Cgil, Cisl e Uil erano fortemente contrari all'uso nei contratti dell'Ipca senza la componente energetica perché l'inflazione schizzava alle stelle con il gas oltre i 300 euro a megawattora (ora siamo sotto i 30 euro), l'inflazione era all'8,7% e quell'indice ne vedeva solo la metà.

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Il rischio del blocco dei rinnovi contrattuali

Ora lo scenario è cambiato. Rinnovare i contratti con l'Ipca è molto più conveniente. Se venisse applicato a tutti i 558 contratti scaduti, sul totale di 975 contratti registrati al Cnel, ben 7,9 milioni di lavoratori ne trarrebbero beneficio. "Il risultato sarà che i rinnovi si bloccheranno, visto che non sono obbligatori", osserva Andrea Garnero, economista Ocse.

"L'Italia passerebbe da Paese che ha perso di più con l'alta inflazione a Paese che supera tutti gli altri. Legarsi a un indice precostituito per negoziare le retribuzioni ha poco senso ormai. Ci perderanno tutti: lavoratori e anche imprese tentate dal recuperare eventuali automatismi al rialzo tagliando bonus e incentivi alla produttività, ben più importanti". Il blocco dei rinnovi è uno scenario plausibile. Specie nel turismo e commercio, già restii a sedersi al tavolo, nonostante il contratto sia scaduto nel 2019.