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Così i chip super veloci hanno portato Nvidia nell’élite dei Big Tech

Dopo i tagli e gli stenti dello scorso anno i giganti tecnologici tornano a trainare gli indici di Borsa. La più brillante è l’azienda di Huang, fornitrice quasi monopolista dell’AI
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Per quasi un decennio l'acronimo dorato di Wall Street è stato FAANG. Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google: i fuoriclasse della tecnologia, ciascuno dominante nel proprio settore, capace di aggiornare un trimestre dopo l'altro i record di profitti e capitalizzazione, per la gioia di chi ne possedeva le azioni. Da qualche tempo l'acronimo è stato aggiornato a MAMAA. Semplice forma nei casi di Facebook, ribattezzata Meta, e di Google, diventata Alphabet; sostanza nell'uscita dalla cinquina di Netflix, alle prese con una concorrenza sempre più dura nello streaming, e nell'ingresso al suo posto della rediviva Microsoft.

Ma per trovare il vero acronimo dorato del prossimo decennio, quello in cui dovrebbe essere l'intelligenza artificiale a decretare vincitori e vinti, servirà ancora un po' di tempo e probabilmente uno sforzo creativo in più. Microsoft e Al…

Per quasi un decennio l'acronimo dorato di Wall Street è stato FAANG. Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google: i fuoriclasse della tecnologia, ciascuno dominante nel proprio settore, capace di aggiornare un trimestre dopo l'altro i record di profitti e capitalizzazione, per la gioia di chi ne possedeva le azioni. Da qualche tempo l'acronimo è stato aggiornato a MAMAA. Semplice forma nei casi di Facebook, ribattezzata Meta, e di Google, diventata Alphabet; sostanza nell'uscita dalla cinquina di Netflix, alle prese con una concorrenza sempre più dura nello streaming, e nell'ingresso al suo posto della rediviva Microsoft.

Ma per trovare il vero acronimo dorato del prossimo decennio, quello in cui dovrebbe essere l'intelligenza artificiale a decretare vincitori e vinti, servirà ancora un po' di tempo e probabilmente uno sforzo creativo in più. Microsoft e Alphabet/Google dovrebbero esserci: stanno entrambe investendo forte negli algoritmi intelligenti, la prima con OpenAI e la seconda con Bard. Quanto ad Amazon e Apple, i loro conti paiono in salute, con la Mela che è tornata a sfiorare i 3 mila miliardi di capitalizzazione. Ma la M di Meta sarà del gruppo? L'azienda di Zuckerberg deve ancora ritrovare slancio e visione, dopo il flop del Metaverso. Ed è possibile che da qualche parte vada aggiunta una N. È quella di Nvidia, che oggi produce quasi tutti i chip usati per allenare l'intelligenza artificiale. E che la corsa di Big Tech a potenziare i data center ha spinto a mille miliardi di dollari di capitalizzazione. Quinta azienda nell'esclusivo club: MANAA.

Di certo, se l'anno scorso in Silicon Valley era arrivato l'inverno, e se ne parlava soprattutto per i draconiani tagli di personale, in questo inizio di 2023 la febbre da intelligenza artificiale sembra averci riconsegnato alla normalità degli ultimi anni. Con Big Tech tornata beniamina degli investitori, alla ricerca di sicurezza e rendimenti in una fase di grandi incertezze. Dallo scorso dicembre i titoli delle magnifiche sette, le cinque di cui sopra più Meta e Tesla, hanno guadagnato il 44%. Quando l'S&P 500 nel suo complesso è avanzato del 10%, e le restanti 493 società del listino di un misero 1%.

La riscossa dai videogiochi

In questa riscossa di Big Tech, Nvidia, il cui valore da gennaio è quasi triplicato, merita un discorso a parte. È la società dei chip la grande novità, il primo grande vincitore dell'era dell'AI. Perché rispetto alle altre società trillionarie di lei si è sempre parlato di meno. Perché si tratta del primo produttore di microprocessori a raggiungere una capitalizzazione a 12 zeri. E perché è stata proprio la decisione di puntare sull'intelligenza artificiale che ha segnato il suo trionfo su concorrenti del silicio come Intel, rispetto a cui oggi vale otto volte di più. Pensare che Nvidia partiva da tutt'altro settore dell'universo digitale, quello più frivolo, anche se miliardario, dei videogiochi. I suoi processori grafici, le GPU, erano i migliori in circolazione, un feticcio dei videogiocatori perché in grado di gestire in parallelo le operazioni necessarie a muovere milioni di pixel, animando sugli schermi dei computer mondi sempre più realistici e spettacolari. Sono stati dei ricercatori di Princeton, nel 2006, a scoprire che le GPU potevano fare anche altro: accelerare le operazioni matematiche a velocità che i classici processori, come le CPU prodotte da Intel, non potevano raggiungere. E l'intuizione del fondatore di Nvidia Jensen Huang, americano con sangue di Taiwan, l'isola da cui passa presente e futuro dei chip, è stato cavalcare quella scoperta, rendendo le sue GPU programmabili. Cosa di cui i videogiocatori non sentivano bisogno, ma che ha consegnato agli scienziati dei dati i neuroni con cui sviluppare le loro AI.

Lo strapotere sui chip

Così oggi, stimano gli analisti di CB Insights, Nvidia controlla il 95% del mercato dei chip per i centri dati e i supercomputer a cui si affidano i calcoli più complessi, dalla ricerca scientifica avanzata ai modelli climatici, per arrivare ovviamente a pensieri e parole della cosiddetta AI generativa, in grado di usare linguaggi (quasi) come un uomo. Per allenare ChatGPT, il robot di conversazione che ha aperto gli occhi al mondo e scatenato la corsa all'AI, sono stati usati 10 mila microchip Nvidia. E ognuno di quei processori, di cui ora tutta Big Tech vuole far scorta, costa in media 10 mila dollari, i più avanzati - come la Formula 1 di nome H100 - anche di più. I risultati si sono materializzati tra lo stupore generale nell'ultimo bilancio presentato da Nvidia, che in un giorno l'ha spinta da 755 a oltre 939 miliardi di dollari di capitalizzazione, e poi per qualche giorno sopra i mille. La domanda che ci si pone ora è se Nvidia riuscirà a consolidare il suo posto in questa elite di aziende dorate. E la risposta non è ancora chiara. Qualcuno ipotizza che l'entusiasmo per l'intelligenza artificiale stia gonfiando una bolla, destinata presto o tardi a scoppiare. Altri, come gli analisti di Goldman Sachs, replicano che l'AI è davvero l'innovazione in grado di cambiare tutto. Ma sulla strada di Nvidia c'è anche un'altra incognita, più pesante che per gli altri campionissimi di Big Tech, quella geopolitica: il rischio molto concreto di finire in mezzo alla guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina, visto che i supercomputer, l'intelligenza artificiale e i chip che li fanno funzionare sono uno di quei "moltiplicatori di potenza" che Washington vuole negare a Pechino.

Per aggirare le restrizioni all'export imposte alle aziende americane, Nvidia ha creato per la Cina una versione meno potente dei suoi microprocessori più avanzati. Ma in un clima sempre più teso la possibilità di venderli potrebbe presto o tardi essere negata. Non a caso Jensen Huang è stato tra i capitani d'azienda più espliciti nell'avvertire gli Stati Uniti dei rischi di una guerra totale dei chip, che provocherebbe "un danno enorme" anche all'industria americana. Si vocifera che starebbe addirittura preparando un viaggio in Cina, per incontrare i vertici delle Big Tech locali. Mossa rischiosa, come da suo stile.