✕

Romanzo sindacale

Da Reggio Emilia ad Avola, da Torino alla Calabria. Le lotte, le tragedie e le conquiste dei lavoratori degli anni ‘60 e ‘70. Un viaggio nella coscienza sociale italiana attraverso le voci dei protagonisti del movimento operaio
19 minuti di lettura

Questo approfondimento è nato da "Ruvide, storie di lotta e lavoro", l'archivio audiovisivo sul movimento operaio italiano tra la fine degli anni '50 e gli inizi degli anni '80, realizzato dal Centro di giornalismo permanente (Cgp), un'associazione di giovani giornalisti, videomaker e fotografi indipendenti, e dallo Spi-Cgil, il sindacato dei pensionati. Per oltre due anni, Maurizio Franco, Marco Mastrandrea, Giovanni Culmone, Filippo Poltronieri, Margherita Simionati e Ludovico Tallarita hanno percorso in lungo e in largo lo Stivale, intervistando ex operai, impiegati, braccianti, delegati di fabbrica, funzionari e dirigenti sindacali, intellettuali, donne e uomini che hanno lottato faticosamente per rendere il Paese un posto migliore. Dalle testimonianze raccolte, il Cgp ha intelaiato i fili di una storia tutta italiana piena di imprevisti, di svolte inaspettate, di vicende tortuose dove la lenta impazienza dei protagonisti, le lavoratrici e i lavora…

Questo approfondimento è nato da "Ruvide, storie di lotta e lavoro", l'archivio audiovisivo sul movimento operaio italiano tra la fine degli anni '50 e gli inizi degli anni '80, realizzato dal Centro di giornalismo permanente (Cgp), un'associazione di giovani giornalisti, videomaker e fotografi indipendenti, e dallo Spi-Cgil, il sindacato dei pensionati. Per oltre due anni, Maurizio Franco, Marco Mastrandrea, Giovanni Culmone, Filippo Poltronieri, Margherita Simionati e Ludovico Tallarita hanno percorso in lungo e in largo lo Stivale, intervistando ex operai, impiegati, braccianti, delegati di fabbrica, funzionari e dirigenti sindacali, intellettuali, donne e uomini che hanno lottato faticosamente per rendere il Paese un posto migliore. Dalle testimonianze raccolte, il Cgp ha intelaiato i fili di una storia tutta italiana piena di imprevisti, di svolte inaspettate, di vicende tortuose dove la lenta impazienza dei protagonisti, le lavoratrici e i lavoratori, si amalgama al precipitare degli eventi. Il sangue versato sui cortili e le porte - parafrasando Contessa, canzone di Paolo Pietrangeli - per strappare quanti più diritti possibili e condurre una vita dignitosa. E felice. Qui su Repubblica, il racconto collettivo di un'epopea del Novecento.

ASCOLTA IL PODCAST

Tanto tempo fa, in un'Italia lontana, lontana, estremamente diversa da quella che conosciamo oggi - perlomeno agli occhi di un gruppo di trentenni precari dell'informazione venuti al mondo mentre il muro di Berlino cadeva per i colpi di piccone e gli scranni di Montecitorio cedevano sotto il peso di Mani pulite -, milioni di persone iniziarono ad alzare la testa. All'unisono, gonfi di speranze sedimentate dal trionfo esistenziale della Resistenza ma frustrate da un potere che per oltre dieci anni aveva ripetuto un canovaccio di privazioni e discriminazioni. Gli anni '50 erano agli sgoccioli e i meravigliosi '60 avrebbero portato il boom economico, il consumo di massa, lo sviluppo industriale. E la lotta di classe. Tra le tante parole d'ordine che emersero nel corso del tempo, "conflitto", "autodeterminazione" e "dignità" furono le più suggestive: erano scambiate con un filo di voce durante il turno in fabbrica, dette nelle risaie mentre il caporale distoglieva lo sguardo dai fazzoletti delle mondine, chine sotto il sole accecante. E urlate poi nelle piazze, nelle manifestazioni, lungo i cortei che scorrevano quotidianamente per le vie delle città. Il Partito comunista italiano (Pci) fu il primo incubatore di quella coscienza unificante che aggregò milioni di quelle teste che si erano alzate contemporaneamente. Dogmatico e monolitico. E c'erano le tre grandi organizzazioni sindacali con la Cgil a fare da  grimaldello delle vertenze.

Roma 29 maggio 1974 , manifestazione e sciopero generale di 4 ore indetto dai sindacati per protestare contro la strage di Brescia del 28 maggio. Enrico Berlinguer sfila in testa al corteo di manifestanti. Fonte: Archivio Storico CGIL 

Intanto pullulavano nuove organizzazioni politiche, collettivi informali, comitati di base, avanguardie artistiche e culturali. Lc, Potop, Mls, Psiup, Pdup sono alcune di queste. Le sigle erano acronimi che racchiudevano le diverse sfumature di rosso marxiano, il colore del pensiero critico che aveva ritrovato nuova linfa nella società italiana. Occupazioni, serrate, braccia incrociate, blocchi stradali, scioperi bianchi, scioperi alla rovescia, a singhiozzo e a scacchiera: l'immaginazione fu un tratto peculiare di un movimento che voleva tutto e subito. Voleva le case popolari, le pensioni, l'università pubblica, i salari aumentati e i diritti civili.

Le conquiste non tardarono ad arrivare. Il 20 maggio 1970 lo Statuto dei lavoratori fu uno spartiacque. Secondo le testimonianze raccolte, ci fu un "prima" e un "dopo" la legge 300. Promossa dal Ministro Giacomo Brodolini, esponente di spicco della compagine socialista al governo, la norma regolarizzò le relazioni sindacali nei luoghi di lavoro, mettendo nero su bianco le tutele di cui avrebbe goduto la classe lavoratrice. La democrazia entra in fabbrica fu lo slogan che all'epoca andava per la maggiore.

Folla di manifestanti assiste ad un comizio nel 1969. Striscioni e cartelli di protesta. Tra le scritte: "Edili statuto dei diritti dei lavoratori". Fonte: Archivio Storico CGIL   

"Quando il sindacato fece il suo ingresso per rappresentare i lavoratori agricoli, la nostra vita cambiò: invece di lavorare 12 ore al giorno ne lavoravamo otto. Invece di percepire la metà del salario, prendevamo il doppio". Adele Cacciotti abitava in una tenuta agricola nella provincia di Roma. Lavorava come bracciante e in tenera età aveva sacrificato la scuola per aiutare la famiglia a comporre un reddito sufficiente alla sopravvivenza. Ripercorre con le parole il suo passato, materia viva, porosa all'ascolto. E si sofferma su un punto della storia. Il rinnovo contrattuale del 1973 per i metalmeccanici aveva portato in dote le 150 ore per il diritto allo studio. Un congedo retribuito da parte delle aziende per la formazione dei lavoratori: persiste ancora tra le pieghe degli attuali contratti ma cinquant'anni fa venne salutato come uno strumento di emancipazione collettiva che apriva le porte della conoscenza a chiunque scegliesse di farlo. Così Cacciotti riuscì a conseguire il diploma delle scuole medie inferiori. Lo dice tenendo stretto tra le mani il pezzo di carta come fosse una reliquia. "Andavamo casa per casa a spiegare questa opportunità. Gli operai ci chiedevano: è mai possibile tutto questo?", dice sorridendo.

Niente era dato per scontato, soprattutto per il movimento. Che rivendicava il pane e le rose. Mentre la reazione alle sue pretese fu violenta, apparentemente scomposta e terribile. Il cambiamento non fu un pranzo di gala, sottolineano gli intervistati.

7 luglio 1960: i fatti di Reggio Emilia

Reggio Emilia, 7 luglio 1960

Son morti sui vent'anni per il nostro domani.

Son morti come vecchi partigiani.

Fausto Amodei scrisse la canzone Per i morti di Reggio Emilia per immortalare la strage perpetrata dalle forze dell'ordine. Che spararono contro gli operai scesi in strada per opporsi al nuovo governo presieduto dal democristiano Fernando Tambroni. L'esecutivo aveva incassato la fiducia grazie ai voti del Movimento sociale italiano (Msi), il partito post-fascista in cui militeranno alcuni degli attuali vertici di Fratelli d'Italia. Il sostegno del Msi alla maggioranza aveva turbato gli animi. Anche nella Democrazia cristiana. "Il sindacato ci aveva chiamato a manifestare proprio contro questo fatto: perché il Governo Tambroni era un governo di destra. Noi sapevamo, anche attraverso i racconti dei nostri genitori, cosa volesse dire vivere sotto il fascismo. E quindi partecipammo con più entusiasmo. Ma non avremmo mai immaginato che ci arrivasse addosso la celere con tutte le camionette". Umberto Tondelli era lì, in piazza della Libertà, il 7 luglio 1960. Era un giovane operaio alle fonderie delle Officine meccaniche reggiane. Famiglia comunista, il padre era stato perseguitato dalle brigate nere e, nell'immediato Dopoguerra, sorvegliato dalla "polizia di Scelba" che teneva d'occhio la sua casa. Tondelli aveva terminato il turno di lavoro, aveva inforcato la bicicletta e si era diretto insieme ai suoi compagni verso il teatro Ariosto, dove si sarebbe tenuto il comizio del Pci. I sindacati avevano chiamato per il pomeriggio quattro ore di sciopero generale per la ferocia securitaria di Tambroni. A Licata, in provincia di Agrigento, il 5 luglio, un corteo contro il carovita era stato represso nel sangue: Vincenzo Napoli, 25 anni, era stato ammazzato da un proiettile. Il giorno dopo, a Roma, i carabinieri avevano sfondato a Porta San Paolo con la cavalleria per disperdere la folla riunita alla commemorazione dei martiri della Resistenza. "L'ordine? Fermare le contestazioni e le manifestazioni. A tutti i costi", sostiene Tondelli. Perché i fatti di Genova avevano allarmato i palazzi della politica tricolore. Il 30 giugno, una marea umana composta da circa 100mila persone si era riversata nel capoluogo ligure per impedire il VI congresso del Msi. Le parole di Sandro Pertini, dirigente socialista, figura iconica della guerra di Liberazione e futuro Presidente della Repubblica, avevano intasato, ancora una volta, le frequenze radio. "Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta? Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra generosità nei confronti degli avversari", fu uno stralcio del discorso che Pertini fece alla manifestazione del 28 giugno per chiamare all'adunata generale. L'ondata di proteste venne battezzata come Nuova resistenza per il legame emotivo che le nuove generazioni avevano costruito con la memoria partigiana. I ragazzi con le magliette a strisce ne erano gli artefici. "Quel giorno noi eravamo vestiti soltanto con camicia, maglietta e pantaloni e non avevamo bastoni o armi, come scrissero poi alcuni giornali", chiosa Tondelli. 

Il corteo della manifestazione dei lavoratori del settore chimico a Milano, radunato a piazza del Duomo. In primo piano, il cartello "Il diritto di sciopero non si tocca". Fonte: Archivio Storico CGIL  

La piazza era gremita. La gente intonava canti di lotta o discuteva della fase politica in cui l'Italia era piombata. All'improvviso, alle 16:40, la polizia irruppe nel budello di cemento manganellando i dimostranti. Utilizzò gli idranti, il gas lacrimogeno per stordire, confondere e sfilacciare il presidio. Le persone impaurite scappavano in ogni dove. Urlando ai corpi che si accasciavano. Le uniche vie di fuga erano chiuse dai cordoni della celere. "Era la mia prima vera manifestazione. Respiravo a fatica. Mi sono accorto degli spari da arma da fuoco vedendo in mezzo a noi le persone ferite", racconta Silvano Franchi, che aveva 18 anni quando la sua vita cambiò per sempre.

Ventinove furono i feriti. E cinque i morti sul selciato di Piazza della Libertà: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Operai comunisti. Franchi li elenca uno per uno, scandendo ogni sillaba e stringendo le braccia attorno al busto. "Il terzo a cadere fu mio fratello Ovidio: aveva 19 anni, si era diplomato quattro giorni prima all'istituto tecnico industriale. Ovidio - ripeto perché ne sono orgoglioso - era un faro per me, aveva una predisposizione straordinaria alla politica. Io gli riconoscevo questo ruolo, lo seguivo e lo aiutavo", dice, andando a ritroso. "Cercammo riparo dentro la chiesa di San Francesco: il portone era chiuso, poco cristianamente. Costeggiammo così la Banca d'Italia, tentando di arrivare al porticato dell'isolato San Rocco. E mentre scappavamo, Ovidio fu colpito una prima volta. Poi tentò di rifugiarsi dietro ad una colonna ma fu finito con un secondo colpo". 

Ai funerali parteciparono decine di migliaia di persone. "C'era tutto il mondo politico antifascista", sottolinea Franchi. "La solidarietà espressa dalla città fu ossigeno per il nostro cordoglio. Reggio Emilia riconobbe il sacrificio di quei cinque giovani per difendere la democrazia. Io e la mia famiglia non ci siamo mai sentiti soli". L'8 luglio, la Cgil proclamò lo sciopero generale. A Palermo, quel giorno, vennero stroncate quattro vite. A Catania, ci fu un ulteriore morto.

Nel 1963 partì il processo per il massacro di Reggio Emilia. Gli imputati furono tutti assolti. "Io mi sono sempre domandato: perché? Sono state scattate foto, ci sono tantissimi filmati dove si vede tutto, la polizia, gli idranti, le camionette. Anche il cecchino, davanti alla Camera di commercio, che sparò a uno dei nostri mentre scappava", si chiede Umberto Tondelli, sconcertato.
Il 19 luglio, il Governo Tambroni capitolò.

Avola, 1968: l'eccidio dei braccianti

Avola, 2 dicembre 1968

Luigi Caldarella è seduto davanti alle nostre telecamere. Lo intervistiamo nella Camera del lavoro di Avola, un poligono di calce e mattoni di pochi metri quadrati, tappezzato di manifesti, in una traversa di Piazza Umberto I, il cuore architettonico e urbanistico della rocca siciliana sulle coste del Mar Ionio. È circondato dai suoi compagni ottuagenari che dovrebbero rispettare un religioso silenzio. Ciak 1, azione! Ma non riescono a tenere a freno la lingua, gesticolano, puntualizzano e ammiccano rumorosamente quando la ricostruzione degli eventi che sconvolsero Avola si scontra con le loro interpretazioni. Silenzio. Ripartiamo. "Nel '68 eravamo un po' arrabbiati, diciamo così, perché non avevamo ancora il contratto. Decidemmo di incrociare le braccia: prima per 24 ore, poi per 48 ore. E alla fine ad oltranza", esordisce. Da metà novembre, la protesta aveva infiammato il lembo della provincia di Siracusa, fulcro di un modello agricolo fondato unicamente sullo sfruttamento dei lavoratori. Povertà e salari da fame. Eppure le arance, i limoni e le mandorle erano venduti a peso d'oro. Il 90 per cento della popolazione di Avola campava con il lavoro nei campi. "Il caporale veniva in piazza a reclutare i braccianti e li smistava poi nelle aziende: sette o otto di qua, altri da un'altra parte fino ad un massimo di 15 lavoratori per impresa. Durante il turno, appena uno si alzava per sgranchirsi la schiena indolenzita, il caporale gli urlava addosso "abbassati!"", spiega Caldarella, scimmiottando il grido vessatorio di un sistema che ancora oggi tiene aggiogato il settore primario.

Lo sciopero unitario di Cgil, Cisl e Uil fu indetto per rompere le gabbie salariali, ovvero le differenze retributive calcolate attraverso una serie di parametri, tra cui la collocazione geografica. Gli operai agricoli rivendicano un aumento del 10 per cento sulle paghe, da 3.110 lire a 3.480 lire. E chiedevano un orario di lavoro concordato che avesse un inizio e una fine. Quando i datoriali fecero muro alle richieste, la rabbia dei braccianti divampò. Il 2 dicembre, dalle prime ore del mattino, centinaia di operai agricoli occuparono in vari punti la Statale 115, l'arteria che prosegue verso Noto, il gioiello del Barocco siciliano conficcato nell'entroterra provinciale. Una strada spoglia, assolata, fiancheggiata da muretti a secco tirati su per dividere le proprietà che ancora oggi si susseguono una dopo l'altra. "Il blocco dove successe quello che successe era all'altezza dell'ospedale in Contrada Chiusa di Carlo. C'erano venti braccianti seduti a terra e gli altri sopra i muretti", dice Caldarella muovendo le mani quasi a modellare la levigatura dei ciottoli e la tensione che impregnava l'aria. 

Alle 08:45, gli scudi dei poliziotti si palesarono sul rettilineo di terra e asfalto, fermandosi a 150 metri dal presidio. Salvatore Candido si presentò agli uomini in divisa. "Li vedete quei cristiani lassù", avrebbe detto indicando lo stuolo di nervi e muscoli che assediava la Statale: quel nugolo di corpi sarebbe stato immobile e impassibile. Candido era capolega della Federbraccianti, l'organizzazione antesignana della moderna Flai-Cgil. Oggi è un pensionato arzillo con circa novanta compleanni sulle spalle. La sua voce è squillante, è impastata al dialetto. E ciò che ne viene fuori è il suono onomatopeico della storia che racconta. "Avevo dato l'ordine ai campagnoli di non muoversi. Loro mi ascoltavano. Ora vi dico quando smisero di farlo. Perché se la fame insiste, si perde facilmente la bussola. E noi, nel '68, facemmo più di un mese di sciopero. Nessuno lavorava e nessuno sarebbe passato da lì". 

I braccianti lanciarono delle pietre. La carica della polizia fu violenta. I braccianti stettero ai loro posti. Raccolsero le granate lacrimogene, sbuffanti di gas, e le scaraventarono contro le forze dell'ordine. Avanzavano. Due camionette presero fuoco. Il fumo anneriva l'aria, appesantita dall'odore di gomma bruciata. I poliziotti sbandarono e qualcuno imbracciò le armi. Erano "disseminati e privi di collegamento tra loro", secondo la ricostruzione del cronista Mauro De Mauro. Il fragore degli spari ruppe il trambusto degli scontri. Stando alle parole degli intervistati, il terrore si fece largo tra gli operai mentre i fucili delle forze dell'ordine miravano ad altezza d'uomo. Candido si salvò gettandosi in una "vanella", un viottolo di campagna, strisciando dalla parte opposta alla carneficina. Qualche bracciante, invece, si infilò dentro i fossi scavati per il trapianto dei mandorli. Angelo Sigona, 29 anni, e Giuseppe Scibilia, 47 anni, braccianti di due generazioni troppo lontane ma accomunate dallo stesso desiderio di riscatto sociale, rimasero uccisi. Quarantotto furono i feriti. Le effigi di una guerra: chiazze di sangue rappreso, gli scheletri inceneriti dei due automezzi dati alle fiamme e due chili di bossoli sul campo di battaglia, come riportò De Mauro, osservando la desolazione pochi giorni dopo l'eccidio nel piccolo comune siciliano. "Da oggi non si potrà più nominare (Avola ndr) senza venir colti da un senso di sgomento e di profonda amarezza", scrisse il giornalista sulle colonne de L'Espresso.

Un coro di indignazione echeggiò in tutta Italia. I morti di Avola divennero le stimmate di un movimento che di lì a poco avrebbe sfogato tutto il suo potenziale emancipatorio, surriscaldando i mesi autunnali del 1969 e intrecciandoli alla grande cavalcata del '68 che dal maggio francese era culminata tra le guglie del borgo siciliano. "Grazie allo sciopero dei braccianti di Avola fu conquistato lo Statuto dei lavoratori. Avemmo la solidarietà degli operai del Nord e degli studenti che buttarono le uova sulle signore vestite bene alla Prima della Scala", commenta Caldarella. Che forza il tono della voce su quel punto cardinale, il "nord", addentando la "d", alzando leggermente la braccia per aggrapparsi a quelle fredde latitudini dove lo scontro di classe era realtà quotidiana. Come a dire: qui da noi accadde veramente qualcosa di importante se quelli delle fabbriche avevano fermato la produzione.

Torino, benvenuti al Nord: una storia operaia lunga un secolo

Migranti economici

"Abitavamo in una stanza che era l'appendice di una stalla, molto piccola, senza riscaldamenti. Dormivamo in quattro su un letto. Non avevamo il bagno. Andavamo al fiume a sciacquarci e nel campo accanto a fare i bisogni. Al posto della cucina, avevamo un fornelletto a gas appoggiato su una cassetta della frutta". Fedele Mandarano aveva 3 anni nel 1963 quando la madre decise di infagottare i figli e raggiungere il marito a Torino. La famiglia si stabilì a Carmagnola, a circa 30 chilometri dal capoluogo piemontese. In casa dominava il dialetto calabrese. "Dopo aver concluso le scuole medie, andai a lavorare subito in una boita, una piccola officina. Ero un apprendista e facevo tutto ciò che gli altri operai non volevano fare. Vivevo una condizione di totale emarginazione che mi procurava sofferenza. Ero deriso perché ero meridionale". Napuli 'mpestà (napoletano appestato), mangia carubi, giargianéjs (barbaro), falabràc (fannullone). E mangia galine sensa piuméje erano gli epiteti affibbiati a Mandarano, il bòcia (garzone) che ogni mattina, all'alba, doveva aprire i cancelli della bottega, pulendo gli escrementi del cane del padrone.

Scheisse - letteralmente "merda" - era il nomignolo che alcuni tedeschi davano ai migranti italiani. Pasquale Dalete, muratore in pensione, pronuncia il termine perfettamente. Nel 1960 aveva lasciato Larino, un comune molisano, in provincia di Campobasso, per espatriare in Germania. Aveva 23 anni. "Lavoravo 10 ore al giorno e vivevo in una baracca in legno", racconta. "Lo stesso anno in cui sono salito, sono partiti 250 operai edili soltanto dal Molise. Larino ne contava una sessantina".

Corteo dei lavoratori nel 1969 della Pirelli Sapsa di Sesto San Giovanni, in lotta da tre mesi per la contrattazione integrativa. Fonte: Archivio Storico CGIL   

Tra il 1958 e il 1960 e tra il 1966 e 1970, milioni di italiani emigrarono verso le ciminiere del triangolo industriale e i Paesi del Nord Europa. Torino e Milano furono le mete preferenziali di una forza lavoro sradicata dalla terra di origine e catapultata tra le frese e le presse delle fabbriche. L'esodo che svuotò le campagne del Sud gonfiò le metropoli industriali che non seppero accogliere adeguatamente l'esercito di riserva che premeva ai loro confini. "Io avevo avuto la fortuna di condividere una stanza con un mio amico in una pensione. Vedevo persone che dormivano alla stazione. Altra gente continuava ad arrivare con le valigie di cartone", racconta Felice Celestini, ex operaio Fiat, partito nel 1967 da Canino, nell'hinterland viterbese alla volta dell'eldorado industriale del secolo scorso. "Mi visitarono come facevano a tutti quelli che dovevano assumere. Una visita medica molto oculata. Poi nel tempo ho capito anche il motivo. Chi arrivava dai posti di campagna era assegnato ai lavori fortemente pesanti, ripetitivi e dequalificati". Il popolo degli sfruttati parlava campano, molisano calabrese e siciliano. La lingua nei laminatoi e negli altiforni, invece, era quella del fordismo maturo, dove la ripetitività claustrofobica della catena di montaggio - parcellizzate, segmentate e alienanti - fermentava nevrosi e rabbia tra i cadetti della classe operaia. "Se la prima ondata migratoria fu un evento traumatico e fondò sui bassi salari il miracolo economico, la seconda ondata, alla fine degli anni '60, rese evidenti le contraddizioni della nostra società, anche in seno alla classe operaia", spiega Francesco Palaia, storico e sindacalista dello Spi-Cgil che ha seguito la genesi dell'archivio audiovisivo Ruvide. "Tale situazione permise però che le marginalità si saldassero. Il sindacato fu in grado di interpretare questo slancio". I metalmezzadri, i contadini della valli disarcionati dai processi di industrializzazione e costretti negli ingranaggi della fabbrica. I giovani del Sud che non avevano nulla da perdere. Gli operai specializzati, consci del ruolo storico attribuitogli. E gli studenti. Fu questa convergenza di interessi e disperazioni il motore di una conflittualità permanente. Che aprì alla stagione dell'Autunno caldo, di una mobilitazione senza precedenti. E irripetibile nonostante gli sforzi delle sinistre negli anni a seguire. "Proprio perché emarginati e sfruttati, i meridionali erano più incisivi, laddove vedevano la possibilità di riscattarsi. La voglia di affermarsi, di non sentirsi subalterni ai piemontesi, fu la molla che cambiò il movimento e il sindacato", dice Mandarano interpellando il suo passato.
Il risultato più esplicito dei rivolgimenti in corso fu la metamorfosi delle forme di rappresentanza sindacale. La nascita dei consigli di fabbrica. Strumenti di autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici che oltrepassavano gli steccati delle singole confederazioni, imponendosi democraticamente in ogni reparto. Che eleggeva il proprio delegato. 

Lavoratrici metalmeccaniche sfilano in corteo vicino al Colosseo, durante la manifestazione nazionale a Roma del 1979, mostrando lo striscione " Coordinamento donne Flm". Fonte: Archivio Storico CGIL   

Le fabbriche delle donne

"Chi non è mai entrato in una fabbrica non si rende conto di che cosa succede dentro. Mi sembrava un luogo senza personalità, un non luogo dopo aver varcato un tunnel particolarmente buio. Qui le persone non potevano parlare perché venivano sgridate, dovevano stare zitte e lavorare. Il rumore era frastornante. Quando domandavo del perché avrei dovuto eseguire un determinato compito, mi rispondevano: non pensarci, fallo! E io pensavo: ci deve essere un altro modo per poter lavorare in fabbrica? Ci deve essere qualcosa di diverso". In una delle sale del Centro di documentazione sindacale della Camera del lavoro di Biella, un caveau della memoria che custodisce oltre 200 anni di lotte operaie e contadine, Rosangela Fontanella si prepara all'intervista. Microfono, posizione delle luci e le riprese su sfondo nero per omogeneizzare stilisticamente le testimonianze in video. Fontanella non ha mai smesso di porsi gli interrogativi che 53 anni fa avevano tormentato i suoi primi giorni di lavoro. I libri accatastati sugli scaffali fluidificano i pensieri. Ha 71 anni, è nata in Belgio ed è cresciuta nel distretto che ha fatto la storia dell'industria tessile italiana. Un comparto tenuto in piedi dalle operaie donne che sfacchinavano tra le bobine e i telai, impossibilitate a fare carriera, mentre gli uomini sedevano ai piani alti delle gerarchie aziendali, ricoprendo incarichi dirigenziali o di semplici impiegati. I colletti bianchi del patriarcato. "Noi avevamo molte più capacità degli assistenti, che erano quasi sempre dei cani da guardia. Noi sapevamo davvero come far funzionare le macchine e come risolvere i problemi. Ma il merito lo prendevano loro". Fontanella si iscrisse al sindacato Cgil per sciogliere i dubbi che la attanagliavano e a cui i superiori (maschi) non avevano dato riscontri. Entrò nel consiglio di fabbrica per avanzare ulteriori richieste. "Facemmo un'assemblea per spiegare cosa capitasse al nostro filato, in quale settore sarebbe stato trasformato, perché fosse importante attaccare un codino con un bollino". La conoscenza è potere. E quando lo scontro si acuiva, era un'arma micidiale da contrapporre all'indifferenza di chi sedeva dietro una scrivania. Con il solito guizzo immaginativo. "Incominciammo a parlare dei carichi estenuanti di lavoro durante il rinnovo del contratto integrativo territoriale. Lì successe di tutto", dice Fontanella. "Scioperavamo spegnendo le macchine, aspettavamo un'ora e le riaccendevamo. Poi, la volta dopo, le fermavamo per 2 ore. Il datore di lavoro era un prepotente che voleva sempre avere ragione. Impazzì. E cosa fece? Ci tolse la corrente. Noi andammo a lavorare per tre giorni, al buio e al freddo. Fino a quando il pretore lo condannò per comportamento antisindacale".

Interni di una fabbrica tessile nel 1971, operaia al telaio elettronico. Fonte: Archivio Storico CGIL 

Il potere della conoscenza. Aida Brusaporco ne è consapevole. Fu impiegata in un'azienda di Vicenza che produceva materiali per l'illuminazione. Erano in 750, le donne erano la maggioranza.

Brusaporco propose alle compagne di lavoro un questionario sulla sessualità. Era il 1968. Una delle domande: quanto incide il lavoro sulla relazione di coppia? "Il sesso era relegato al sabato o alla domenica. Durante la settimana ci rifiutavamo di farlo perché eravamo troppo stanche, visto che lavoravamo dalle sei del mattino alle due del pomeriggio". Il sondaggio scavava ancora più a fondo nell'intimità delle operaie. "Alcune non sapevano cosa fosse un orgasmo: lo avevano confuso con l'origami", dice Brusaporco. Il test ebbe un successo strepitoso "perché fu il pretesto per confrontarci, per parlare di noi. Uscirono svariati temi, tra cui quello delle nostre libertà violate. Il risultato della discussione? Nessuno doveva decidere sui nostri corpi". Un preludio delle battaglie che avrebbero destabilizzato il predominio maschile, introducendo la normativa sul divorzio e la legge 194 sull'aborto. E le tutele, dentro e fuori le fabbriche, per socializzare le incombenze imposte del lavoro di cura: mense, congedi, malattie e indennità.


"Nulla ci è stato regalato". Brusaporco investì tutto il tempo che aveva nel movimento femminista. Nel 1981 aveva battuto ogni anfratto della provincia di Vicenza per difendere la facoltà di interrompere volontariamente la gravidanza. A 24 anni aveva abortito clandestinamente e aveva sperimentato l'assenza di un diritto. "L'azienda mi avrebbe licenziato se avesse scoperto che ero incinta. Non potevo perdere il lavoro". Giunta in un paesotto sulle colline, puntò il piazzale della chiesa, straripante di persone. Chiese gentilmente il megafono al parroco. Di cosa vuoi parlare? Le chiese il prete. Di salute avrebbe detto lei. E intervenne. "Talmente tanta era l'adrenalina che se quella gente mi avesse infilzato con un forcone, sarei ugualmente rimasta lì con il megafono. Dovevamo vincere a tutti i costi". 

Reggio Calabria, 22 ottobre 1972 : manifestazione operaia antifascista organizzata dalle confederazioni sindacali. Una veduta dall'alto della folla di manifestanti nella piazza antistante la ferrovia e il mare. Fonte: Archivio Storico CGIL   

Reggio Calabria, 22 ottobre 1972

Il 21 ottobre 1972 Giuseppe Fugnanesi era tornato a casa poco prima che facesse buio. Il cielo su Roma era sgombro di nuvole e una brezza fredda avvolgeva la Capitale. La cena era già pronta sulla tavola, un piatto di fettuccine. Fugnanesi era di fretta e quando il clacson di un motorino strombazzò sotto la finestra della cucina, non seppe fare altro che guardare l'orologio. Le 19:30. "Era un compagno di partito. Mi disse che eravamo in ritardo, dovevamo andare alla stazione Ostiense. Il treno non ci avrebbe aspettato". Indossò la giacca, salì sulla vespa e alle 21 in punto era seduto sul vagone del treno che lo avrebbe portato a Reggio Calabria. Fugnanesi - detto "Perugino" per le sue origini umbre - era il segretario della sezione del Pci di Montespaccato, una borgata popolare nella periferia nord di Roma. Aveva pianificato da tempo la discesa. Come lui, migliaia di persone da tutta la penisola avrebbero preso treni, aerei e automobili per raggiungere una delle città simbolo della questione meridionale.

Reggio Calabria, 22 ottobre 1972: manifestazione operaia antifascista organizzata dalle confederazioni sindacali. Manifestanti in corteo dietro lo striscione "Uniti si vince". Fonte: Archivio Storico CGIL  

Nel 1970 Reggio Calabria era stato il teatro di una sommossa. Otto mesi di rivolta e di guerriglia urbana. Il motivo scatenante era stata la scelta di Catanzaro come capoluogo regionale. L'estrema destra aveva cavalcato il malcontento, capitalizzando le aspirazioni di chi si era sentito umiliato dallo "scippo" amministrativo. "Ognuno si sentiva defraudato. Un detto circolava: Reggio parla, Cosenza pensa e Catanzaro fa. Perché la Calabria fa parte del Mezzogiorno e il Mezzogiorno è destinato ad offrire braccia per il Nord. Il capoluogo diventò tutto quello che ognuno voleva per se stesso, per i propri figli, per la propria famiglia", commenta Antonia Lanucara, ai vertici del partito comunista calabrese, tra gli organizzatori della lunga marcia.

Ciccio Franco, sindacalista Cisnal, era alla testa delle proteste. Boia chi molla fu il marchio che il futuro senatore del Msi, che alle elezioni del 1972 raggiunse il 36 per cento delle preferenze, appiccicò ai moti di una città in fibrillazione. Le realtà extraparlamentari, soprattutto Lotta Continua, avevano tentato di intervenire tra le pieghe del dissenso per spostare il baricentro della rivolta su posizioni di sinistra, intuendo il portato popolare dei tumulti. Il 23 febbraio 1971, il governo sedò le proteste con i carri armati. Aveva promesso il rilancio industriale della città: un centro siderurgico a Gioia Tauro e un complesso chimico a Saline Joniche. Tutto rimase incompiuto. E le piaghe economiche per cui erano state erette le barricate continuavano a macerare. Così metalmeccanici, gli edili e i braccianti della triade sindacale annunciarono per il 22 ottobre 1972 una manifestazione nazionale a Reggio Calabria. Nord e Sud uniti nella lotta era il motto che avrebbe traghettato 50mila persone oltre lo Stretto di Sicilia provenienti da tutta Italia. Il corteo fu preceduto dalla Conferenza sul Mezzogiorno, un convegno di due giorni sulle sorti di un'Italia spaccata a metà.

Reggio Calabria, 22 ottobre 1972 : manifestazione operaia antifascista organizzata dalle confederazioni sindacali. Manifestanti in corteo. Fonte: Archivio Storico CGIL   

Il treno con Perugino e gli altri attivisti capitolini era partito alle 21:30 di sabato 20 ottobre. Macinò pochi chilometri e si fermò. "Qualcuno aveva portato con sé una radiolina e ascoltava le notizie: la linea ferroviaria Roma-Napoli era interrotta. La causa? Le bombe sulle rotaie". Gli squadristi erano in azione e avrebbero ostacolato in ogni modo. Il manipolo di romani giunse a Valmontone alle 2 di notte: aveva percorso circa 45 chilometri in 5 ore. Rallentamenti, frenate brusche e attese interminabili. La stazione di Napoli apparve alle 12:30 di domenica 22 ottobre. Il treno rimase inchiodato davanti alle banchine. Non doveva riprendere la corsa. "Gli edili avevano dentro gli zaini delle mazzette di ferro. I portuali di Civitavecchia avevano nascosto mattoni sotto il sedile. Altri avevano gli stalin, i manici di piccone. Scendemmo dal treno e iniziammo a battere tutto ciò che avevamo tra le mani, urlando e facendo un baccano che non finiva più. Alla fine decisero di farci continuare". Imboccarono la prima galleria e poi l'ennesimo stop: allarme bomba su quel tratto. Il cibo intanto scarseggiava, il sindacato aveva distribuito due panini con la frittata e il formaggio e una bottiglietta di acqua minerale. Approdarono a Reggio Calabria alle 18. La manifestazione era finita. Ma i capitolini non si persero d'animo. "Noi eravamo in mille e facemmo un corteo attorno alla piazza. Si aggiunsero molti studenti e giovani della città. Urlavamo Nord e Sud uniti nella lotta". Tre giri dell'isolato, una sbornia durata una manciata di minuti, quando gli altoparlanti dei sindacati comunicarono che i treni sarebbero presto ripartiti.
Andata e ritorno, senza che la città si mostrasse ai loro occhi. Tornarono a Roma lunedì 23 ottobre. Stremati, affamati e infreddoliti. "La mia più grande soddisfazione fu quando, in prossimità di Reggio, attraversando le campagne, tirammo fuori le bandiere rosse. E dai campi vedemmo alcuni braccianti che ci salutavano con il pugno chiuso", dice Perugino. Lanucara serba un ricordo diverso. Gli operai dell'Omeca, l'unica fabbrica di Reggio Calabria, avevano guidato il corteo. Il comizio dei leader sindacali si era svolto a Piazza Garibaldi. Nelle vie laterali, i fascisti avevano tirato sassi, provocando e aizzando la folla. La manifestazione era proseguita senza tentennamenti. "Fu un fatto straordinario, davvero. A Reggio Calabria, migliaia di compagni per invertire la rotta. Chi riteneva che le nostre terre potessero essere una sacca da cui attingere per un governo antidemocratico e contro la classe lavoratrice, fu sconfessato dalla storia".

Brescia 28 maggio 1974, la bomba in piazza Della Loggia

Trame occulte

Un boato si diffuse in città. Le finestre degli uffici del provveditorato di Milano, a Piazza Missori, tremarono. Giovanna Tedesco rimase perplessa. Le sirene delle ambulanze affiorarono poco dopo. L'impiegata, di solito, staccava da lavoro nel tardo pomeriggio. Decise però di uscire prima. Il caos regnava sovrano per le strade e l'autobus su cui viaggiava deviò all'incrocio con Piazza Fontana. A casa, i fotogrammi in bianco e nero della televisione le mostrarono la devastazione che aveva centrato la metropoli meneghina. "Cominciarono poi ad arrivare le prime voci, e capimmo subito".

Il 12 dicembre 1969, nel salone centrale della Banca nazionale dell'agricoltura, a piazza Fontana, esplose una bomba. 17 morti e 88 feriti. Fascisti e apparati deviati dello Stato avevano inaugurato la strategia della tensione. "Rompere il ciclo delle lotte che aveva caratterizzato tutto il decennio. Ridurre la contestazione e le sue manifestazioni a un problema di ordine pubblico. Inasprire lo scontro per una svolta autoritaria. Questo fu il progetto messo in campo dagli strati più conservatori e reazionari del potere italiano contro il movimento operaio", spiega lo storico Palaia. Il tintinnar di sciabole evocato da Pietro Nenni, segretario del Partito socialista, dopo la scoperta del Piano Solo, ordito nel 1964 da Giovanni de Lorenzo, generale dei Carabinieri, per sovvertire la Repubblica, aveva sgonfiato lo spirito riformista del centro-sinistra "organico". Il Pci in primis e il sindacato avevano introiettato il rischio di un colpo di Stato e avevano aguzzato la vista, monitorando l'estrema destra. Nel 1967, il putsch dei Colonnelli in Grecia, fu un segnale drammatico. Che spronò le due organizzazioni a vigilare con più intensità. Perché le bombe avevano un target preciso: i lavoratori e le lavoratrici. Che alle esequie per le vittime di Milano si presentarono indossando le tute da lavoro. "Ricordo il silenzio irreale, quasi tombale di Piazza Duomo che era piena all'inverosimile. Si poteva sentire addirittura il fruscio delle foglie. E questa cosa mi fece riflettere: il silenzio celava rabbia", dice Tedesco. Un gesto simbolico: gli operai si riappropriarono dello spazio pubblico e lo restituirono alla collettività scossa dallo strazio della bomba.

Brescia 31 maggio 1974 , manifestazione in occasione funerali delle vittime della strage di Brescia del 28 maggio. Il corteo di manifestanti sfila per le vie della città. Fonte: Archivio Storico CGIL  

Ivan Pedretti, metalmeccanico in pensione e attuale segretario dello Spi-Cgil, vide con i suoi occhi le macerie della deflagrazione. A Brescia il 28 maggio 1974, pioveva quando a Piazza della Loggia, lo scoppio di un ordigno, nascosto in un cestino, sbaragliò un presidio antifascista: 8 morti e 102 feriti. "Da quel giorno, ognuno di noi aveva il compito di presidiare il territorio, di fare argine al terrore, di gestire la protesta, evitando reazioni violente da parte dei lavoratori. Il sindacato fu uno dei soggetti che garantì la tenuta del Paese". Gli operai scioperarono, occuparono le fabbriche, tennero assemblee per incanalare l'indignazione.

Bologna, 2 agosto 1980: l'attentato alla stazione

Non riuscirono però a mitigare il dolore. A lenire gli spasmi di una tragedia ripetuta più e più volte nell'arco di vent'anni. "Lo shock fu totale. Non c'erano più feriti, solo rovine. Vidi soltanto ciò che era rimasto della stazione di Bologna". Edgarda Degli Esposti è nata a Sibano di Marzabotto, alle pendici del monte Sole. I racconti delle donne più anziane dell'eccidio nazi-fascista dell'autunno del 1944 avevano consumato la sua infanzia. Operaia a 15 anni, laureata in Economia, sindacalista a tempo pieno. Un'altra strage segnò l'esistenza di una lavoratrice che non aveva mai piegato la testa. Il 2 agosto 1980, una bomba distrusse la stazione di Bologna: 85 morti e 100 feriti. L'intera città si mobilitò per salvare quel poco di umanità sopravvissuta. Gli autobus e i taxi portavano via i corpi dilaniati, i volontari scavano tra i calcinacci inceneriti. Il sindacato coordinò una mobilitazione che fu di massa, spontanea e disperata. "Non è facile tenersi dentro una cosa del genere perché è talmente scioccante che fatica a star dentro nella sua interezza. Mi squarciò l'anima. E questo squarcio rimane lì chissà quanto tempo ancora e riesce a farti piangere dopo quarant'anni".

 

Ruvide, storie di lotte e lavoro verrà presentato durante la seconda edizione di FIRE, il festival di inchiesta e reportage giornalistico, il prossimo 23 giugno, dalle 21:30, a Roma, ai Giardini Galafati, fermata Pigneto della metro C.
Info su: www.centrodigiornalismopermanente.com/fire23