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Italia, si è svegliato l'export. La classifica delle imprese tricolori che esportano di più

Quest'anno per la prima volta sarà destinato all'estero più del 50% della produzione manifatturiera italiana. Ecco quali sono le aziende che trainano le esportazioni, dai marchi più conosciuti alle Pmi
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L'asticella era lì, a portata di salto perfetto. L'anno scorso l'Italia aveva esportato all'estero il 49% di quanto prodotto nelle fabbriche di casa. Quest'anno supererà per la prima volta quota 50. Non che le esportazioni stiano andando benissimo, in questi primi mesi del 2023, ma il mercato esterno sarà comunque migliore di quello interno e così, a fine anno, il consuntivo dovrebbe pendere a loro favore. Le stime le hanno formulate Intesa Sanpaolo e Prometeia nel rapporto sui settori industriali, diffuso a fine maggio, suscitando reazioni oscillanti fra due estremi. Da un lato grandi pacche sulle spalle, del genere: "Ah come siamo bravi". Dall'altro i mugugni per un'economia interna che ristagna: "Per forza esportiamo, qui nessuno ha soldi da spendere", con il corollario che a soffrire sono soprattutto le piccole e medie imprese. Come spesso accade nelle cose della vita, la realtà è però…

L'asticella era lì, a portata di salto perfetto. L'anno scorso l'Italia aveva esportato all'estero il 49% di quanto prodotto nelle fabbriche di casa. Quest'anno supererà per la prima volta quota 50. Non che le esportazioni stiano andando benissimo, in questi primi mesi del 2023, ma il mercato esterno sarà comunque migliore di quello interno e così, a fine anno, il consuntivo dovrebbe pendere a loro favore. Le stime le hanno formulate Intesa Sanpaolo e Prometeia nel rapporto sui settori industriali, diffuso a fine maggio, suscitando reazioni oscillanti fra due estremi. Da un lato grandi pacche sulle spalle, del genere: "Ah come siamo bravi". Dall'altro i mugugni per un'economia interna che ristagna: "Per forza esportiamo, qui nessuno ha soldi da spendere", con il corollario che a soffrire sono soprattutto le piccole e medie imprese. Come spesso accade nelle cose della vita, la realtà è però molto sfaccettata: occorre dunque scavare un po' per capire se questo predominio delle esportazioni meriti soltanto applausi oppure se, paradossalmente, rappresenti un segno in parte negativo per il futuro della nostra economia.

La scarsa produttività e la speranza degli investimenti

Partiamo da un dato di fatto: in Italia i salari reali si sono ridotti, e questo non aiuta i consumi interni e dunque le aziende che vendono qui. Fedele De Novellis, partner della società di studi economici Ref Ricerche, ha elaborato un confronto ad ampio raggio tra gli indicatori di Germania, Francia e Italia, da prima della pandemia a oggi. Il nostro Pil è cresciuto più degli altri, così come l'export, dunque bene. Se però guardiamo la situazione dal punto di vista dei lavoratori, gli allarmi lampeggiano: i salari reali sono del 5% più bassi rispetto al 2019, mentre in Francia e in Germania hanno tenuto botta grazie agli aumenti strappati in busta paga. "La moderazione salariale ha certamente contribuito a sostenere l'export, migliorando la competitività delle imprese. L'altra faccia della moderazione è però un calo fisiologico dei consumi, che comporta il rischio di una prossima stagnazione", dice l'economista.

Le classifiche dei settori protagonisti delle esportazioni tra il 2017 e il 2022 

Prima di abbandonarsi allo sconforto, occorre considerare altri due indicatori messi a fuoco da De Novellis. Il primo è di nuovo poco brillante e riguarda la produttività: dopo un miglioramento nell'anno pandemico, ha di nuovo smesso di crescere. Per fortuna c'è il secondo, relativo agli investimenti, che invece sono in forte aumento. Rispetto a inizio 2019, sono più alti quasi del 25%, in Francia soltanto del 5, in Germania addirittura fermi. "In parte si tratta di investimenti in case e ristrutturazioni, che poco aiutano lo sviluppo, ma abbiamo visto anche un rafforzamento nei macchinari e un recupero nelle infrastrutture", osserva l'economista. Il nesso tra investimenti e produttività è la nostra speranza di salvezza: se i primi riusciranno a rilanciare la seconda, l'export trarrebbe forza non soltanto dal basso costo del lavoro ma anche dall'innovazione, che è l'unico modo per affermarsi nel mondo tecnologico di oggi e aumentare il valore aggiunto di ciò che produciamo. Si innescherebbe un effetto positivo, che potrebbe far lievitare i salari reali e di lì i consumi, scongiurando il ritorno alla situazione pre-pandemia, quando l'export già correva ma il Pil era da encefalogramma piatto.

Le Top Ten delle imprese grandi e piccole che esportano di più

Un'altra caratteristica che fa sperare emerge dai grafici riportati in queste pagine. Li ha elaborati Cerved, tech company specializzata nell'aiutare le aziende a gestire il rischio di credito. Tra i settori che negli ultimi anni hanno aumentato maggiormente la quota di esportazioni ce ne sono già diversi ad alto valore aggiunto. Spiccano la lavorazione di metalli come l'alluminio, il rame, lo zinco, che hanno tratto slancio dal boom dell'auto elettrica, oppure i macchinari per le acciaierie (avete presente la friulana Danieli, che sta costruendo acciaierie green in mezzo mondo?). Più in alto di tutti per velocità d'espansione c'è però la farmaceutica, dove le esportazioni sfiorano ormai il 100% del fatturato, 20 punti più del 2017 (i dati Cerved incorporano anche una quota di lavorazioni effettuate oltre confine).Il settore ha fatto notizia nelle settimane passate, quando l'Istat ha registrato un enorme balzo delle esportazioni totali dell'Italia verso la Cina (più 92,5% nel primo trimestre 2023, rispetto a un anno prima), interamente dovuto a un farmaco anti-Covid che la multinazionale Pfizer ha iniziato a produrre nel 2022 a Ascoli Piceno. L'episodio, di per sé un po' estemporaneo, non deve però offuscare l'ascesa di molti gruppi italiani del settore. La Chiesi di Parma, ad esempio, nei dati elaborati da Cerved (relativi al 2021, perché alcune società non hanno ancora depositato i bilanci 2022) era il quinto esportatore d'Italia in valore assoluto, superata solo dal terzetto Ferrari, Lamborghini, Maserati e dal Nuovo Pignone di Firenze, eccellenza delle turbine, controllata dall'americana Baker Hughes. E ancora: la milanese Dompé ha debuttato negli Stati Uniti soltanto nel 2018 e oggi vi realizza oltre il 70% del fatturato, che nel frattempo è quasi triplicato, raggiungendo i 776 milioni.

Le imprese italiane, grandi e piccole, che esportano di più 

"Molte aziende italiane sono ben presenti nelle filiere produttive globali, dove occupano posizioni cruciali. Non c'è dubbio che questa sia un'indicazione di grande competitività", dice Andrea Mignanelli, amministratore delegato di Cerved, secondo il quale emerge anche un'altra evidenza: "L'affermazione nell'industria del top di gamma riguarda molti settori del made in Italy, non soltanto le auto sportive ma anche moda, pelletteria e alcuni prodotti alimentari. In questi casi riusciamo a esportare a prezzi di fascia alta, per cui i bassi salari non sono il fattore decisivo. Al contrario è risultato determinante il successo in aree geografiche come gli Stati Uniti e l'Asia, che ci hanno permesso di superare le difficoltà della Germania, nostro principale mercato di destinazione, in particolare per la meccanica". Un esempio viene da un settore tradizionalmente orientato all'export, l'occhialeria: e qui non spicca soltanto il fenomeno Luxottica, ma anche Thélios, la società di Lvmh che dal 2017 produce a Longarone le montature del colosso francese.

La carica delle piccole

È chiaro che i grandi gruppi in un'Italia dove le Pmi sono in larghissima maggioranza non sono sempre indicativi di tendenze generali. Anche qui, però, i numeri fanno giustizia di qualche stereotipo. È vero che molte piccole sono condannate al mercato domestico e che questo si ripercuote sulla competitività del sistema complessivo. Per altre, però, non è così: ci sono tantissimi casi di piccole capaci di esportare l'intera produzione e alcune, come mostrano ancora le classifiche elaborate da Cerved in queste pagine, ci riescono anche in settori a basso livello di export. Stefania Trenti, responsabile Industry research di Intesa Sanpaolo, osserva che le imprese con oltre 250 addetti coprono soltanto il 48,8% dell'export italiano, mentre in Francia e Germania superano l'85%. Una bella fetta del 34,1% è invece da attribuire a quelle comprese fra 50 e 249 addetti e una quota non irrilevante, il 14,3, a quelle fra 10 e 49 addetti. "Questo significa che molte Pmi sono certamente competitive e in grado di giocare un ruolo di primo piano, un buon segno se si pensa alle loro prospettive di crescita", dice Trenti.

Le imprese capaci di esportare, attive in settori a bassa vocazione di export 

Legato a questo fenomeno ce n'è un secondo, che è la varietà: analizzando un vasto insieme di voci doganali, circa 5.000, l'ufficio studi di Intesa Sanpaolo è arrivato a calcolare che la diversificazione della produzione italiana è quasi doppia rispetto a quella tedesca e circa quattro volte la francese. "Questo significa che siamo meno dominanti in alcuni settori, come sono ad esempio l'automotive o la chimica in Germania. Allo stesso tempo, con le problematiche che si sono viste in questi anni nelle catene di approvvigionamento, la diversificazione si è rivelata un pregio. Solo la Cina, tra i grandi Paesi manifatturieri, ha conservato filiere produttive complete, così come abbiamo fatto noi", osserva Trenti. Una carta da giocare, oggi che il mondo si sta riorganizzando per ridurre il rischio di dover nuovamente fermare le fabbriche.