Inflazione senza avidità. Bankitalia assolve le imprese sui rincari
di Filippo SantelliROMA - Qualcuno l'ha definita greedflation, inflazione da avidità. L'ipotesi infatti è che negli ultimi mesi le imprese abbiano approfittato dell'aumento di energia e materie prime per alzare i prezzi finali più del dovuto, così da aumentare i margini di profitto, mentre gli stipendi dei dipendenti restavano al palo. Ad avvalorare questa teoria è stata nientemeno che la Banca centrale europea, che lo scorso marzo ha pubblicato un citatissimo post in cui mostrava un'impennata dei profitti delle aziende comunitarie, un tema finito poi anche nelle parole delle governatrice Christine Lagarde, e un argomento in più anche per chi in Italia ha ipotizzato di tassare i cosiddetti "extraprofitti".
Ma ora, colpo di scena, è la Banca d'Italia a mostrare che, almeno nel nostro Paese, quella presunta avidità non c'è stata. I profitti sono cresciuti, in alcuni settori anche di molto. E certamente s…
ROMA - Qualcuno l'ha definita greedflation, inflazione da avidità. L'ipotesi infatti è che negli ultimi mesi le imprese abbiano approfittato dell'aumento di energia e materie prime per alzare i prezzi finali più del dovuto, così da aumentare i margini di profitto, mentre gli stipendi dei dipendenti restavano al palo. Ad avvalorare questa teoria è stata nientemeno che la Banca centrale europea, che lo scorso marzo ha pubblicato un citatissimo post in cui mostrava un'impennata dei profitti delle aziende comunitarie, un tema finito poi anche nelle parole delle governatrice Christine Lagarde, e un argomento in più anche per chi in Italia ha ipotizzato di tassare i cosiddetti "extraprofitti".
Ma ora, colpo di scena, è la Banca d'Italia a mostrare che, almeno nel nostro Paese, quella presunta avidità non c'è stata. I profitti sono cresciuti, in alcuni settori anche di molto. E certamente sono aumentati molto più dei salari, erosi dall'inflazione. Ma questo non è avvenuto perché le imprese hanno aggiunto con opportunismo una quota extra di rincari.
La conclusione è riassunta in un breve paragrafo della Relazione annuale pubblicata mercoledì da Bankitalia, in occasione delle considerazioni finali del Governatore Visco. E riprende i risultati di un più ampio studio sul di tre economisti di Palazzo Koch, Fabrizio Colonna, Roberto Torrini and Eliana Viviano, intitolato The profit share and firm mark-up: how to interpret them?. In sostanza il paper spiega perché nella sua analisi la Bce ha preso un abbaglio statistico: un aumento della quota dei profitti può dipendere per intero dall'aumento dei costi, e non significa che le imprese stiano speculando sui prezzi. Non sembra essere successo in questo caso, almeno fino alla fine del 2022 e almeno in Italia: gli autori calcolano che l'anno scorso il cosiddetto "markup", cioè il margine delle aziende tricolori, è leggermente sceso. Volgarizzando: qualche azienda può avere anche marciato sull'inflazione, ma nel complesso non è avvenuto. A differenza di quanto successo in Germania, dove alcuni settori come costruzioni e commercio hanno mostrato un aumento significativo dei margini.
Lo studio quindi assolve le imprese italiane dall’accusa di avidità, e da quella – rilevante per le scelte dei Banchieri centrali – di avere aggiunto inflazione all’inflazione. Il paper si ferma qui, ma due precisazioni sono importanti. La prima è che, se i margini delle aziende sono rimasti costanti, significa che sono state in grado di scaricare tutta l’impennata dei costi sui clienti finali. “Che le imprese siano riuscite a schermarsi in queste circostanze è un fatto eccezionale, che dipende in parte dall’attitudine dei consumatori ad accettare rincari straordinari, ma indica anche che in alcuni settori la concorrenza può aumentare”, dice Andrea Garnero, economista del Lavoro dell’Ocse. “D’altra parte, mentre questo avveniva i lavoratori non sono riusciti a salvaguardare il loro salario”. La tassa dell’inflazione insomma è stata pagata per intero dai dipendenti. “Si pone ora il problema di come riequilibrare le cose in maniera più equa, e forse la stabilità dei margini delle imprese mostra che ci sono spazi per degli aumenti salariali, che possono essere assorbiti dai profitti”. Senza quindi riversarsi sui prezzi e innescare la famigerata spirale tanto temuta dagli economisti.
Il fatto che le aziende non abbiano agito in maniera opportunistica però – ecco l’altra precisazione – non garantisce che continueranno così nei prossimi critici mesi. Dopo aver trasmesso per intero l’aumento dei costi ai clienti finali, bisogna capire se ora che quei costi si abbasseranno rapidamente e in proporzione i prezzi. Se non lo facessero, contribuirebbero a tenere alta l’inflazione, spingendo le Banche centrali a una stretta ulteriore, più costosa per l’economia di quella ottimale. E’ questo il senso delle parole pronunciate dal governatore Visco nelle sue ultime Considerazioni finali: “Le strategie di prezzo delle imprese giocheranno un ruolo fondamentale: simmetricamente a quanto avvenuto nella fase di rialzo dei costi dell’energia, le recenti riduzioni dovrebbero essere ora trasmesse ai prezzi di beni e servizi”. L’avidità non ha spinto l’inflazione, ora non deve rallentarne la discesa.