Johann Rupert, dal tabacco ai gioielli: il figlio del fondatore ha moltiplicato il valore di Richemont
di Giovanni PonsIl valore creato da Johann Rupert con 35 anni di gestione di Richemont è spiegato con due numeri. Il primo, 2,6 miliardi di franchi svizzeri, è il valore della società nel 1988, quando le attività internazionali del gruppo Rembrandt vennero concentrate nella Richemont e quotate alla Borsa di Zurigo. Il secondo è il valore raggiunto oggi sulla stessa piazza elvetica, 75 miliardi di franchi. In mezzo, tutti i dividendi distribuiti in 35 anni. Questo plusvalore Rupert l’ha creato non solo per sé e la sua famiglia, ma soprattutto per gli investitori terzi, il mercato. Perché la partecipazione diretta della Compagnie Financière Rupert, l’accomandita che racchiude gli interessi della famiglia sudafricana, è solo del 9,1%. Una quota che permette però di controllare il 50% dei voti della Richemont quotata, in base agli accordi che vennero presi proprio quando Johann e il padre Anton, che aveva creato dal nulla i…
Il valore creato da Johann Rupert con 35 anni di gestione di Richemont è spiegato con due numeri. Il primo, 2,6 miliardi di franchi svizzeri, è il valore della società nel 1988, quando le attività internazionali del gruppo Rembrandt vennero concentrate nella Richemont e quotate alla Borsa di Zurigo. Il secondo è il valore raggiunto oggi sulla stessa piazza elvetica, 75 miliardi di franchi. In mezzo, tutti i dividendi distribuiti in 35 anni. Questo plusvalore Rupert l’ha creato non solo per sé e la sua famiglia, ma soprattutto per gli investitori terzi, il mercato. Perché la partecipazione diretta della Compagnie Financière Rupert, l’accomandita che racchiude gli interessi della famiglia sudafricana, è solo del 9,1%. Una quota che permette però di controllare il 50% dei voti della Richemont quotata, in base agli accordi che vennero presi proprio quando Johann e il padre Anton, che aveva creato dal nulla il gruppo, decisero che era il momento di separare le attività internazionali che potevano essere boicottate dal movimento anti apartheid degli anni 80.
Nella pancia di Richemont confluì, in quel momento, un patrimonio di attività valutate 820 milioni che producevano 79 milioni di utile netto. Un terzo di questi utili arrivava dalle attività nel tabacco, un terzo da aziende del lusso e il terzo rimanente da Sevizi finanziari con base in Nord America. Nel lusso, già allora, spiccavano marchi di prestigio, come Dunhill, Montblanc e Chloè, c’era già Cartier Monde che oltre a gioielleria e orologi di lusso, pelletteria e fragranze aveva anche le licenze per gli accessori di Yves Saint Laurent e Ferrari Formula. E poi le aziende di orologi svizzeri Piaget e Baume et Mercier. Johann prese in mano le redini della società a 38 anni, dopo tre anni a New York prima alla Chase Manhattan e poi alla Lazard, e dopo essere tornato in Sudafrica acquistando una piccola banca d’affari.
L'eredità di Anton dal tabacco al lusso
Ma è Anton Rupert, il padre di Johann, ad aver posto solide basi di un gruppo dalle mille articolazioni. Anton aveva studiato e insegnato agrochimica e per questo era soprannominato “The Doctor”. Boero, cioè discendente dei coloni olandesi che nel Seicento migrarono nella parte Sud dell’Africa dove si era installata la Compagnia delle Indie, mentre in America si abbatteva la Grande Depressione si inventò i silos per conservare il tabacco appena raccolto, che così poteva essere venduto a un prezzo più alto. Capì che anche se erano anni difficili la gente avrebbe continuato a fumare e a bere. Comprando un macchinario a prestito cominciò a produrre sigarette in un garage: la Voorbrand Tobacco nel 1948 diventò Rembrandt e dopo soli sette anni di attività si era già estesa al vino e ai liquori, alle miniere e al banking. Con la nascita di Johann, la famiglia si trasferisce nella ricca città di Stellenbosch, nelle regioni dei vigneti a ovest del Capo. E negli anni 50 fa un salto di qualità acquistando la Rothmans (che aveva in portafoglio i marchi Rothmans, Player’s, Dunhill) che permette ai Rupert di entrare nel business internazionale del tabacco. Dal tabacco al lusso il passo non è stato lungo: Anton, con grande sensibilità di marketing, chiese la licenza per produrre sigarette con il marchio Cartier, che ebbe grande successo presso il pubblico femminile. E quando il boss di Cartier morì, nel 1979, i Rupert acquistarono la quota di maggioranza di Cartier Monde.
Dall'esordio all'incontro con Berlusconi
La prima incursione di Johann negli affari di famiglia avviene nel 1981, quando Reynolds stava per comprare da suo padre la partecipazione del 44% nella Rothmans. Johann a New York aveva conosciuto Ruggero Magnoni, che stava muovendo i primi passi alla Lehman Brothers, nel cui consiglio siedeva Mario D’Urso. I due gli chiesero se fosse possibile far cambiare idea al padre preferendo Philip Morris alla Reynolds. E Johann ci riuscì: nel giro di pochi giorni il 22% della Rothmans passò alla multinazionale delle Marlboro per 350 milioni di dollari. Quota che Richemont successivamente si ricomprò e fece confluire nella Bat. Sotto la guida di Johann, armato di spirito calvinista e leadership, il gruppo basato in Svizzera si specializza sempre più nel cosiddetto hard luxury. Dopo Cartier compra Van Cleef & Arpels dalla famiglia toscana Fratini, si inventa il marchio di orologi Panerai, si assicura i marchi che Vodafone rivende dopo l’Opa ostile su Mannesmann, compra Buccellati. Oggi dei 19,5 miliardi di fatturato totale i due terzi (13,5) arrivano dalla gioielleria. In pochi lo ricordano ma negli anni 90 la storia imprenditoriale di Johann Rupert si incrocia per ben due volte con quella di Silvio Berlusconi. Il trait d’union è Magnoni, che nel frattempo ha lanciato con successo la filiale italiana di Lehman Brothers. Il patron di Fininvest nel 1991 aveva lanciato Telepiù ma per via della legge Mammì non poteva detenere più del 10% e così aveva collocato pacchetti di azioni in mani amiche. Rupert nel 1995 si offrì di rilevare il 45% togliendo una grana al Cavaliere. Dopo un solo anno rivendette la quota alla francese Canal Plus. E negli stessi anni Rupert insieme al tycoon tedesco Leo Kirch e al principe saudita Al Waleed sottoscrissero un aumento di capitale Mediaset da 1.800 miliardi di lire che permise alla società di abbattere i debiti e quotarsi in Borsa. Due incursioni che fruttarono a Rupert circa mille miliardi di plusvalenza.
Lo scivolone e commerce
Meno felice il terzo incrocio con l’Italia, che nell’ultimo bilancio ha portato a registrare una perdita di 3,6 miliardi. La fusione tra le piattaforme online Net a Porter e Yoox non ha prodotto i risultati sperati e Richemont, dopo un’Opa molto costosa, è corsa ai ripari facendo confluire il tutto dentro un’altra piattaforma, Farfetch. Lo scivolone nell’e-commerce della moda è costato a Rupert una performance inferiore a Lvmh e Hermès e l’incursione del fondo attivista Bluebell, che l’ha invitato a concentrarsi sui marchi di lusso e a non comportarsi come un padre padrone. Ma il mercato gli ha dato fiducia. Attendendo al varco il passaggio di testimone al figlio Anton jr, già cooptato nell’accomandita di famiglia.