Il flop del bus made in Italy: “Lo Stato non è un bancomat”
di Diego LonghinTORINO - Una storia paradossale. C'è l'azienda, c'è il mercato, ci sono le commesse, ma alla fine dalle linee di montaggio non esce il numero di bus previsti dai contratti. Tanto che i Comuni di Roma, Palermo e Bergamo sono pronti a mettere in mora l'Industria Italiana Autobus. Risultato? Le dimissioni di tutto il cda compreso Antonio Liguori, presidente e ad della società controllata dallo Stato attraverso il gruppo Leonardo (28,65%) e Invitalia (42,76%). È successo venerdì scorso dopo l'approvazione del bilancio.
Una scelta obbligata: il ministro dell'Impresa Adolfo Urso aveva chiesto "un cambio di passo" imponendo target precisi. L'azienda avrebbe dovuto realizzare entro fine maggio 151 mezzi. Obiettivo industriale mancato, nonostante i problemi finanziari siano stati superati e l'indotto rifornisce le fabbriche di Flumeri, in provincia di Avellino, e Bologna. L'approvvigionamento non sarebbe stato pe…
TORINO - Una storia paradossale. C'è l'azienda, c'è il mercato, ci sono le commesse, ma alla fine dalle linee di montaggio non esce il numero di bus previsti dai contratti. Tanto che i Comuni di Roma, Palermo e Bergamo sono pronti a mettere in mora l'Industria Italiana Autobus. Risultato? Le dimissioni di tutto il cda compreso Antonio Liguori, presidente e ad della società controllata dallo Stato attraverso il gruppo Leonardo (28,65%) e Invitalia (42,76%). È successo venerdì scorso dopo l'approvazione del bilancio.
Una scelta obbligata: il ministro dell'Impresa Adolfo Urso aveva chiesto "un cambio di passo" imponendo target precisi. L'azienda avrebbe dovuto realizzare entro fine maggio 151 mezzi. Obiettivo industriale mancato, nonostante i problemi finanziari siano stati superati e l'indotto rifornisce le fabbriche di Flumeri, in provincia di Avellino, e Bologna. L'approvvigionamento non sarebbe stato però in linea con le necessità di produzione: ragione per cui abbondano i bus, circa 140, non finiti.
I sindacati dicono basta. A fine maggio, quando la sottosegretaria del Mimit, Fausta Bergamotto, aveva chiesto ai manager "discontinuità" ricordando che "lo Stato non è un bancomat", sono stati dati i numeri: a fronte di commesse per quasi mille autobus, nel 2023 ne sono stati prodotti 120 e consegnati 70. Fim, Fiom e Uilm, che auspicavano un cambio al vertice, ora chiedono a Urso un incontro urgente e che "si volti pagina".
Gianluca Ficco della Uilm dice che "il quadro è kafkiano: è a controllo pubblico, produce per enti pubblici e i mezzi hanno una funzione pubblica. Il ministero metta l'impresa nelle condizioni di lavorare". Cosa che avverrà prima con la nomina dei nuovi vertici, probabilmente in arrivo da Leonardo, a fine giugno. Poi c'è il nodo del nuovo partner privato a cui spetta il ruolo di rimettere in sesto la produzione.
La ricerca del ministero è in corso ed entro l'estate si dovrebbe trovare il nuovo socio che si aggiungerà ai turchi di Karsan (28,59%) che fanno parte della compagine dal 2016. In lizza ci sarebbero, tra gli altri, i gruppi campani Sira e Seri Industrial, oltre alla portoghese Caetano bus che punta sull'idrogeno e la tecnologia fuel cell Toyota. Secondo Stefano Boschini della Fim-Cisl "è necessario fare in fretta, ma bisogna anche fare chiarezza a livello di azionariato, trovando il giusto partner per preservare una produzione che rischiava di sparire dall'Italia".
L'Industria Italiana Autobus nasce nel 2014 da Finmeccanica e dal gruppo Del Rosso per salvare quel che rimaneva dei pullman, Irisbus e Menarinibus, e per costruire un nuovo campione nazionale. Passati nove anni, è uscito Del Rosso ed è entrata Invitalia, ma l'obiettivo non è stato raggiunto. "Bisogna preservare il progetto - dice Simone Marinelli della Fiom-Cgil - sì al privato, ma la presenza del pubblico rimanga centrale".