Istat, i fondi di coesione funzionano ovunque tranne che in Italia. In 20 anni divari Nord-Sud aumentati
di Rosaria AmatoROMA - Polonia, Italia, Spagna e Romania sono i Paesi che più hanno beneficiato delle politiche di coesione. Che hanno prodotto miglioramenti significativi per tutti tranne che per noi. Anzi, dal 2000 a oggi, al termine dei tre cicli analizzati dall'Istat nello studio "La politica di coesione e il Mezzogiorno: vent'anni di mancata convergenza", si è persino ampliato l'ambito territoriale di applicazione dei fondi Ue. E la popolazione è rimasta la stessa, circa 20 milioni di italiani, concentrati soprattutto nelle regioni meridionali.
La questione non è però che i fondi sono inutili. L'Istat non ha fatto una simulazione per capire cosa sarebbe successo in loro assenza, ma "probabilmente se non fosser…
ROMA - Polonia, Italia, Spagna e Romania sono i Paesi che più hanno beneficiato delle politiche di coesione. Che hanno prodotto miglioramenti significativi per tutti tranne che per noi. Anzi, dal 2000 a oggi, al termine dei tre cicli analizzati dall'Istat nello studio "La politica di coesione e il Mezzogiorno: vent'anni di mancata convergenza", si è persino ampliato l'ambito territoriale di applicazione dei fondi Ue. E la popolazione è rimasta la stessa, circa 20 milioni di italiani, concentrati soprattutto nelle regioni meridionali.
La questione non è però che i fondi sono inutili. L'Istat non ha fatto una simulazione per capire cosa sarebbe successo in loro assenza, ma "probabilmente se non fossero stati erogati la situazione sarebbe peggiorata", ritiene Sandro Cruciani, direttore centrale Istat per le statistiche ambientali e territoriali. Quello che però l'Istituto di statistica ha fatto è "scomporre" i fattori decisivi che hanno tenuto il Pil pro capite delle aree meno sviluppate in Italia costantemente al di sotto del 75% della media Ue, condizione per ottenere i fondi di coesione. E il fattore determinante, spiega Massimo Armenise, ricercatore della direzione centrale per le statistiche ambientali e territoriali, è il tasso di occupazione.
Mentre per il futuro la minaccia che ci potrebbe far arretrare sempre di più è la demografia: "Il declino demografico delle Regioni meno sviluppate produrrà un ridimensionamento della popolazione in età lavorativa e un suo ulteriore invecchiamento - spiega Armenise - che potrebbe condurre ad una crescita sistematica nei differenziali di reddito". A cominciare da Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata e Sicilia che a brevissima, entro il 2030, perderanno oltre il 10% della loro popolazione lavorativa.
Viene da pensare che se sono questi gli effetti delle politiche di coesione, "riprogrammare" i fondi Pnrr spostandoli ai fondi di coesione, come sta per fare il governo, motivando la scelta con le difficoltà di rispettare le scadenze, priverebbe il Mezzogiorno di una leva di sviluppo che forse non si ripresenterà mai più, facendolo piombare in un declino definitivo. In effetti in questi 20 anni ci sono stati tentativi di affrancamento di almeno due Regioni, Molise e Sardegna, che per il ciclo di programmazione 2014-2020 sono uscite dalle beneficiarie dei fondi di coesione. Per poi rientrarci però nel ciclo successivo.
Dall'analisi dell'Istat non emerge solo la "mancata convergenza" delle Regioni economicamente meno sviluppate, ma anche la retromarcia delle Regioni economicamente più avvantaggiate. Nel 2021 fra le prime 50 regioni europee per Pil pro capite a parità di potere d'acquisto solo quattro sono italiane: Provincia autonoma di Bolzano/Bozen, Lombardia, Provincia autonoma di Trento e Valle d'Aosta. Nel 2000 erano dieci. E se si guarda soltanto al tasso di occupazione, fattore decisivo di arretratezza del Mezzogiorno e dell'intero Paese, nel 2021, all'inizio del nuovo ciclo di fondi di coesione Ue, quello che, nel progetto del governo, dovrebbe "dialogare" con il Pnrr, "solo la provincia autonoma di Bolzano e l'Emilia Romagna presentano valori superiori all’Ue27".