ROMA – L’obiettivo era riportare i prezzi del petrolio sopra gli 80 dollari al barile. Ma l’Opec+ l’ha clamorosamente fallito. Anzi, ha ottenuto l’effetto contrario: il crollo del prezzo del greggio, sceso sotto i 70 dollari. Per la seconda volta in pochi mesi, lo storico cartello dei maggiori produttori di greggio è stato “ignorato” dal mercato. O meglio: l’Opec+ va in una direzione (taglio alla produzione per far salire i prezzi) e gli investitori vanno nell’altra, scommettendo su ulteriori ribassi.
Era già successo ad aprile, quando la manovra per lo meno aveva funzionato per una settimana, con il greggio che aveva toccato il massimo dell’anno sopra gli 83 dollari al barile. Pochi giorni fa un secondo tentativo, con l’Arabia Saudita che ha aggiunto di suo un milione di barili al taglio di 1,4 milioni deciso dall’associazione dei produttori. In questo caso il rimbalzo è durato solo un giorno, prima di riprendere la discesa che si è arrestata solo ieri, con un primo tentativo di rimbalzo e con i prezzi comunque sempre sotto i 70 dollari.
Ma come è possibile che l’Arabia Saudita, primo paese al mondo per riserve di petrolio, abbia perso il polso del mercato e come mai i prezzi continuano a scendere? Le ragioni – leggendo i report degli operatori degli ultimi giorni – sono sostanzialmente due: l’andamento negativo dell’economia in Cina e l’effetto boomerang delle sanzioni del mondo occidentale contro la Russia.
Pechino è alle prese con una ripresa che stenta a decollare, in parte causata anche dal braccio di ferro con gli Stati Uniti che sta limitando l’apparato industriale cinese. Lo dimostra il crollo delle importazioni di petrolio: secondo i dati di S&P’s Golbal Commodity Insight, ad aprile sono scese del 16% rispetto a marzo ma anche dell’1,4% rispetto all’anno prima. Non solo: le scorte sono ai massimi da due anni e anche questo limita gli acquisti.
C’è poi la questione Russia. L’embargo al greggio e ai prodotti raffinati ha funzionato per qualche mese (con un calo fino a 1,5 milioni di barili venduti al giorno), poi le imprese controllate dal Cremlino si sono riorganizzate e sono tornate a esportare ai livelli precedenti l’inizio del conflitto. Anzi, la banca d’affari Goldman Sachs prevede addirittura un aumento dell’offerta da parte della Russia e di altri paesi sotto embargo per il 2024 per quasi 800mila barili: vendite favorite dal fatto che pur di alimentare le casse statali applicano prezzi al di sotto delle quotazioni di mercato. Giusto per fare un esempio: la Russia – per asostenere finanziariamente le spese di guerra - vende a prezzi ribassati soprattutto alle raffinerie indiane, le quali stanno invadendo l’Europa con i loro prodotti lavorati, sfruttando il vantaggio competitivo ottenuto dalla politica di acquisti sottocosto.
La stessa Goldman Sachs, opinione tra le più ascoltate nel settore degli idrocarburi, ha gelato le attese dell’Opec con un report appena pubblicato in cui ha rivisto al ribasso le sue previsioni di prezzo, sceso da 95 a 86 dollari, ma individuando in 74-75 dollari l’obiettivo di medio periodo.
Non aiuterà nemmeno il dato dell’inflazione Usa, sceso a maggio al 4% dal 4,9% di aprile. Segno che l’economia potrebbe entrare in una fase di recessione e spingere la Fed a sospendere la politica di rialzi del costo del denaro. Lo si capirà meglio oggi, visto che la banca centrale Usa si riunisce proprio avendo all’ordine del giorni la politica dei tassi.