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La Fed si prende una pausa ma Powell avverte: “Altri due rialzi dei tassi nel 2023"

(afp)
Dopo dieci rialzi consecutivi, la banca centrale si prende una pausa e lascia invariati i tassi di interesse nel range del 5% e 5,25%. Ma niente tagli all'orizzonte prima dei prossimi due anni. Anzi. In vista ci sono altri due ritocchi previsti entro la fine del 2023
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NEW YORK  — La Federal Reserve si prende una pausa, ma avverte che potrebbe durare poco. Ieri ha deciso di non alzare ancora una volta i tassi d’interesse, dopo averlo fatto per dieci riunioni consecutive. Però è pronta a ricominciare il prossimo mese, se nel frattempo l’inflazione non darà segni più concreti di essere avviata sulla via della sconfitta. Anzi, minaccia di ritoccare verso l’alto il costo del denaro altre due volte, prima della fine dell’anno.
Wall Street ha reagito alla notizia con un ribasso immediato, perché pensa che la Fed abbia già fatto fin troppo, e così rischia di provocare una recessione inutile, se all’aumento dei tassi si somma la crisi già provocata nel settore bancario. Ma il presidente della Fed Jerome Powell rimane prudente: per un taglio dei tassi «serviranno due anni». Il comunicato emesso ieri pomeriggio dice che il costo del denaro per ora rest…

NEW YORK  — La Federal Reserve si prende una pausa, ma avverte che potrebbe durare poco. Ieri ha deciso di non alzare ancora una volta i tassi d’interesse, dopo averlo fatto per dieci riunioni consecutive. Però è pronta a ricominciare il prossimo mese, se nel frattempo l’inflazione non darà segni più concreti di essere avviata sulla via della sconfitta. Anzi, minaccia di ritoccare verso l’alto il costo del denaro altre due volte, prima della fine dell’anno.
Wall Street ha reagito alla notizia con un ribasso immediato, perché pensa che la Fed abbia già fatto fin troppo, e così rischia di provocare una recessione inutile, se all’aumento dei tassi si somma la crisi già provocata nel settore bancario. Ma il presidente della Fed Jerome Powell rimane prudente: per un taglio dei tassi «serviranno due anni». Il comunicato emesso ieri pomeriggio dice che il costo del denaro per ora resta fermo, perché tenerlo così «consentirà al Comitato di valutare informazioni addizionali». Il messaggio è chiaro, e se non lo fosse viene specificato qualche riga dopo: «Nel determinare l’entità di un ulteriore rafforzamento della politica, che potrebbe essere appropriato per riportare l’inflazione al 2% nel tempo, il Comitato terrà conto dell’inasprimento cumulativo della politica monetaria, i ritardi con cui la politica monetaria influenza l’attività economica e l’inflazione, e gli sviluppi economici e finanziari». Quindi guarderà l’andamento dei prezzi, ma anche quello dell’economia, l’occupazione, i mercati, le banche, tenendo presente che c’è sempre un intervallo tra i rialzi dei tassi e i loro effetti concreti.
 

Dopo aver portato il costo del denaro a zero per rispondere alla crisi provocata dal Covid, dal marzo del 2022 la Fed ha rialzato i tassi dieci volte consecutive, di 5 punti complessivi, riducendo però la percentuale a partire da dicembre. A maggio il Consumer Price Index è aumentato del 4%, il livello più basso degli ultimi due anni, ma altri indicatori dell’inflazione come quella “core” restano alti. Nel mese scorso l’economia americana ha creato 339.000 posti di lavoro, oltre le attese, con il tasso di disoccupazione al 3,7%, ma finora la spirale del rialzo delle retribuzioni non si è innescata.
Parlando con i giornalisti dopo la riunione del Federal Open Market Committee, il presidente Jerome Powell ha ammesso che l’inflazione sta frenando, «ma ancora non siamo dove vorremmo essere». Quindi la battaglia non è vinta e altri interventi potrebbero essere necessari. Powell ha spiegato che «i tempi e l’entità sono variabili», e questo dipenderà dai dati delle prossime settimane. Perciò ha assicurato che «durante questa riunione abbiamo preso le decisioni relative solo ad essa», quindi non c’è stata una discussione sulla prossima in programma a fine luglio, in un senso o nell’altro. La Fed però non esclude che da qui alla fine dell’anno siano necessari altri due rialzi dei tassi, anche se la recente crisi del settore bancario che ha portato a fallimenti come quelli della Svb e First Republic minaccia di spingere gli Usa verso la recessione.