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Nuovo allarme sui progetti di cattura della CO2: "Sono più rischiosi delle trivellazioni di idrocarburi"

L'analisi dello Ieefa su due modelli pilota, nel mar della Norvegia, rivela "divergenze drammatiche rispetto ai modelli: a Sleipner il gas serra è salito di 220 metri in tre anni, a Snøhvit le rocce non lo hanno assorbito". Anche Eni è socio di uno dei bacini, e sviluppa due nuove iniziative a Ravenna e in Gran Bretagna 
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MILANO - Sono i due progetti pionieri per la cattura dell'anidride carbonica nel mondo. E da una ventina d'anni i bacini di stoccaggio di Sleipner e Snøhvit, nel mare di Norvegia, consentono di stoccare 1,8 milioni di tonnellate l'anno di CO2, e fanno da modello per altri 200 progetti simili, 30 dei quali sono operativi per sequestrare circa 42 milioni di tonnellate di anidride carbonica l'anno (contro 37 mila tonnellate emesse in tutto).

Ma questa nuova arma per ridurre i gas serra ora solleva nuovi dubbi. Uno studio dello Ieefa sui due progetti pilota della Carbon capture and storage (Ccs) mostra "scostamenti delle condizioni sottomarine rispetto al modello", evidenze di "perdite sotterranee" del gas serra, che nei due siti non si starebbe comportando secondo le attese degli operatori. I due progetti sono portati avanti dal governo norvegese, che tramite la major statale Equinor ha la regia dei progetti: ma c'è anche Eni tra i s…

MILANO - Sono i due progetti pionieri per la cattura dell'anidride carbonica nel mondo. E da una ventina d'anni i bacini di stoccaggio di Sleipner e Snøhvit, nel mare di Norvegia, consentono di stoccare 1,8 milioni di tonnellate l'anno di CO2, e fanno da modello per altri 200 progetti simili, 30 dei quali sono operativi per sequestrare circa 42 milioni di tonnellate di anidride carbonica l'anno (contro 37 mila tonnellate emesse in tutto).

Ma questa nuova arma per ridurre i gas serra ora solleva nuovi dubbi. Uno studio dello Ieefa sui due progetti pilota della Carbon capture and storage (Ccs) mostra "scostamenti delle condizioni sottomarine rispetto al modello", evidenze di "perdite sotterranee" del gas serra, che nei due siti non si starebbe comportando secondo le attese degli operatori. I due progetti sono portati avanti dal governo norvegese, che tramite la major statale Equinor ha la regia dei progetti: ma c'è anche Eni tra i soci di Sleipner, con un 11,87% delle quote tramite la controllata norvegese Var.

Lo studio: "La CO2 catturata si discosta dai modelli"

La ricerca diffusa dall'Institute for Energy Economics and Financial Analysis, organizzazione internazionale che analizza l'energia e le sue ricadute sul clima, segnala che a Sleipner, "dopo soli tre anni dall'avvio delle operazioni, la CO2 stoccata si è rapidamente spostata in una zona rocciosa 220 metri più in alto, in un'area sconosciuta dai rilevamenti geologici del 1999". Questa migrazione, secondo la ricerca, metterebbe "in discussione il modello realizzato dopo studi approfonditi del sottosuolo: anche se fortunatamente questa zona è coperta da una solida roccia serbatoio, che per ora tiene intrappolata la CO2".

Nel bacino di Snøhvit, invece, le condizioni di stoccaggio avrebbero "iniziato a "discostarsi drasticamente dai piani originari fin dal 1999, dopo soli 18 mesi di iniezioni sotterranee di CO2", aggiunge lo studio. Che segnala un aumento allarmante della pressione nel bacino scelto per il gas serra: segno, secondo l'autore della ricerca Grant Hauber, che "le rocce individuate per intrappolare la CO2 non la stavano assorbendo al tasso stimato dal modello". Difatti le stime di stoccaggio del sito sono crollate da 18 anni a sei mesi massimi, costringendo Equinor a scavare in pozzo di emergenza come soluzione tampone. Finché, nel 2016, la major norvegese cercò altri bacini lontano da Snøhvit dove investire i 225 milioni di dollari stanziati per la cattura della CO2.

La conclusione dello studio Ieefa, che suona l'allarme in un settore in forte espansione e critico per la transizione energetica, è che "lo stoccaggio della CO2 può comportare rischi e incertezze maggiori rispetto alle trivellazioni per petrolio o gas", oltre al fatto che "i due progetti pilota norvegesi non possono essere presi a modello, perché ogni sito ha caratteristiche uniche e gli operatori devono attendersi sorprese e reazioni imprevedibili". E così dovrebbero fare, secondo l'organizzazione, anche gli Stati e le autorità regolatorie, che non hanno ancora normative omogenee e articolate sulla materia. La ricerca nota "una regolazione imperfetta" e diffusa in poche aree come Australia, Unione europea, Norvegia, e in modo più lasco negli Usa. Mentre in tutto il resto del mondo la cattura della CO2 è ancora inesplorata, e spesso utilizzata principalmente per estrarre idrocarburi pompando il gas serra per alimentare la pressione dei pozzi di petrolio o di metano. 

I progetti Eni nella Ccs e il costo dei crediti di carbonio

L'azienda italiana guarda con fiducia alla possibilità di replicare iniziative di cattura della CO2 sia in Gran Bretagna (dove sta sviluppando il progetto HyNet North West), sia nel vecchio bacino metanifero di Ravenna, uno dei siti storici dell'azienda, dove l'avvio è previsto l'anno prossimo. Nelle ultime presentazioni al mercato Eni ha ribadito la convinzione che la Ccs potrà avere un ruolo primario nella transizione energetica, specie per contenere le emissioni dell'industria pesante, per cui finora non esistono soluzioni tecniche o finanziarie migliori. Tra l'altro il decollo della quotazione dei crediti di carbonio (Ets), storicamente con costi ridotti ma che durante la crisi del 2022 hanno raggiunto i 100 euro per tonnellata di CO2 e ora stanno sui 93 euro, rendono economicamente convenienti progetti del genere. Le industrie pesanti europee, a partire da quella dell'acciaio, pagano i crediti Ets oltre al prezzo dell'energia consumata, e stanno chiedendo alla Commissione Ue di mitigare il giro di vite della legge sugli Ets, che potrebbe mandarle fuori mercato per gli eccessivi costi di produzione.