Uber Eats lascia l'Italia. Stop alle consegne di cibo a domicilio, resta la mobilità
di Raffaele RicciardiMILANO - Uber Eats arriva al capolinea, in Italia. Presente dal 2016, quando ha mosso il primo passo a Milano, la costola delle consegne di cibo a domicilio della multinazionale statunitense della mobilità aveva poi messo piede in una sessantina di città. Seimila i ristoranti della rete, migliaia i rider che hanno fatto almeno una consegna nell'ultimo periodo sotto quella casacca, una cinquantina i dipendenti della Srl aperta ad hoc per presidiare il mercato tricolore.
Una crescita che evidentemente non è bastata a generare la sostenibilità finanziaria e quindi a continuare le operazioni. A dare la comunicazione è l'azienda stessa, che ha dato l'annuncio anche ai sindacati: ci sarà ora da chiarire il futuro dei dipenden…
MILANO - Uber Eats arriva al capolinea, in Italia. Presente dal 2016, quando ha mosso il primo passo a Milano, la costola delle consegne di cibo a domicilio della multinazionale statunitense della mobilità aveva poi messo piede in una sessantina di città. Seimila i ristoranti della rete, migliaia i rider che hanno fatto almeno una consegna nell'ultimo periodo sotto quella casacca, una cinquantina i dipendenti della Srl aperta ad hoc per presidiare il mercato tricolore.
Una crescita che evidentemente non è bastata a generare la sostenibilità finanziaria e quindi a continuare le operazioni. A dare la comunicazione è l'azienda stessa, che ha dato l'annuncio anche ai sindacati: ci sarà ora da chiarire il futuro dei dipendenti, su cui non ci sono commenti specifici, mentre ristoranti e utenti verranno avvisati del passo. La roadmap prevede che la chiusura scatterà alla metà di luglio, orizzonte entro il quale gli utenti dovranno anche consumare eventuali crediti residui nell'App, prima dello spegnimento definitivo.
Uber Eats è passata, come molte realtà del comparto, da numerosi bracci di ferro giuslavoristici. E' tra le sigle di Assodelivery, l'associazione che ha siglato il "contratto dei rider" con il sindacato Ugl, accusato dai confederali di "pirateria" e messo all'indice in numerose aule di tribunale come una scappatoia per non riconoscere ai fattorini le tutele della subordinazione. Da Torino al tribunale di Milano, dove è scattato tra 2020 e 2021 anche un commissariamento legato a fatti di caporalato poi ritirato per il percorso "virtuoso" intrapreso, certo non sono mancati i titoli che hanno legato Uber Eats a queste vicende.
Ora, però, la decisione di chiudere con le consegne in Italia (nel mondo Uber Eats ha oltre 890mila ristoranti e serve 11mila città) viene in modo univoco associata a una scelta di business. Non a caso, l'annuncio arriva insieme a quello che riguarda la chiusura dei servizi di mobilità in Israele, lasciando così definitivamente quest'ultimo paese. Logiche che già un paio di anni fa il ceo, Dara Khosrowshahi, aveva chiarito: rivedere le posizioni su alcuni mercati - sia del segmento deliver che di quello legato alla mobilità - chiudendo quelle non finanziariamente sostenibili. La strategia globale della società è quella di imporsi come leader nei mercati in cui opera, o quantomeno tra i primissimi operatori: risultato che evidentemente in Italia non è stato centrato.
In un post della sua newsroom infatti l'azienda spiega che non è cresciuta in linea con le aspettative per garantire un business sostenibile nel lungo periodo. L'obiettivo principale - scrive Uber in riferimento alla chiusura di Eats - è ora quello di fare il possibile per i nostri dipendenti, in conformità con le leggi vigenti, assicurando al contempo una transizione senza problemi per tutti i ristoranti ed i corrieri che utilizzano la nostra piattaforma.
Parole che non lasciano tranquilla la Cgil, che con la segretaria confederale Francesca Re David parla di una "grave decisione" e paventa la "perdita dell'occupazione nelle diverse attività dirette e indirette legate alla consegna del cibo". Chi lavorava per Uber, ammonisce Re David, "si ritroverà in grave difficoltà, con la perdita dell'occupazione e del reddito. I lavoratori inquadrati come collaboratori occasionali e a partita Iva - aggiunge la sindacalista - che sono la forza lavoro utilizzata per la consegna del cibo, pur perdendo l'attività lavorativa non avranno diritto agli ammortizzatori sociali né ad alcun sostegno pubblico per un'eventuale ricollocazione. Oltre alle procedure riguardanti i dipendenti diretti, che se non ricollocati in altre attività avranno accesso quanto meno al sussidio di disoccupazione, occorre capire se e in che modo Uber Eats intende ridurre l'impatto di questa decisione improvvisa per l'insieme delle lavoratrici e dei lavoratori". Chiarito che "non è accettabile lasciare lavoratrici e lavoratori senza alcun reddito a partire dal prossimo mese", Re David chiede al ministero del Lavoro "di intervenire su Uber" e "agire sulle norme vigenti in materia di lavoro tramite piattaforma". Parole cui fanno eco quelle della Cisl, che si rivolge anche ad Assodelivery e al ministero delle Imprese chiedendo "un incontro per valutare tutte le misure utili a garantire sostegno a chi non ha altre forme di protezione, sostenendo in prospettiva il buon governo del settore attraverso le buone relazioni industriali e l'estensione delle tutele contrattuali a tutti i lavoratori".
Chiusa Eats, l'azienda ribadisce comunque l'impegno in Italia e dice che non intende assolutamente abbandonare: questa decisione - si legge - ci consentirà di concentrarci ancora di più sui nostri servizi di mobilità, dove stiamo registrando una crescita importante. Uber Black (gli Ncc) e lo sviluppo con i Taxi (l'accordo con It Taxi ha da poco spento una candelina) fa sì che la società americana sia presente in dieci città italiane: la Sardegna è stato l'ultimo annuncio di lancio del servizio e per l'anno si aspettano altre quattro aperture.