Fondi pensione il flop delle rendite per tutta la vita
di Adriano BonafedeÈ in gran parte colpa delle compagnie d'assicurazione se in Italia sono troppo poche le trasformazioni in rendita, ovvero in una pensione aggiuntiva a quella principale, del capitale maturato con i fondi pensione. L'accusa alle compagnie arriva dalla Relazione del presidente facente funzione della Covip in un passaggio passato quasi inosservato. "Le condizioni di offerta proposte dalle imprese di assicurazione - ha scritto la presidente Francesca Balzani - sul mercato delle rendite vitalizie risultano economicamente ancora poco convenienti rispetto all'aspettativa di vita. Per fasce di pensionati in condizioni socio-economico più deboli, pertanto, le rendite vitalizie disponibili sul mercato sono poco accessibili". Più avanti, la presidente aggiunge che "le ragioni di tale scarsa convenienza sono complesse (...) attenendo anche alla contenuta intensità delle pressioni competitive". In altre parole, le compagnie praticano rapp…
È in gran parte colpa delle compagnie d'assicurazione se in Italia sono troppo poche le trasformazioni in rendita, ovvero in una pensione aggiuntiva a quella principale, del capitale maturato con i fondi pensione. L'accusa alle compagnie arriva dalla Relazione del presidente facente funzione della Covip in un passaggio passato quasi inosservato. "Le condizioni di offerta proposte dalle imprese di assicurazione - ha scritto la presidente Francesca Balzani - sul mercato delle rendite vitalizie risultano economicamente ancora poco convenienti rispetto all'aspettativa di vita. Per fasce di pensionati in condizioni socio-economico più deboli, pertanto, le rendite vitalizie disponibili sul mercato sono poco accessibili". Più avanti, la presidente aggiunge che "le ragioni di tale scarsa convenienza sono complesse (...) attenendo anche alla contenuta intensità delle pressioni competitive". In altre parole, le compagnie praticano rapporti di conversione del capitale in rendita sfavorevoli ai lavoratori e ciò dipende anche dalla scarsa concorrenza che c'è fra di loro. Queste affermazioni hanno suscitato qualche perplessità. L'Ivass - l'istituto di vigilanza sulle assicurazioni - ad esempio potrebbe teoricamente lamentare un certo sconfinamento, o quantomeno un mancato coordinamento della Covip su questioni che appaiono prettamente assicurative. Ma nessuno in Ivass vuol commentare al momento queste affermazioni.
L'ombra sulle compagnie assicurative
Negli ambienti assicurativi privati non si nasconde irritazione per i giudizi della Covip, che gettano un'ombra sull'operato delle compagnie senza però - si dice - addurre numeri a conforto di questa tesi. È vero che ciascuna impresa applica un proprio tasso di conversione del capitale in rendita, ma ci si deve comunque riferire a una tavola demografica elaborata dall'Istat o dalla Ragioneria. "È vero - afferma Giuseppe Corvino, docente di Mercati finanziari alla Bocconi - che le rendite possono apparire costose. Ma questo dipende principalmente dal fatto che ci sono così tanti progressi nelle cure mediche che sono imponderabili gli effetti sulla durata della vita umana, mentre le compagnie si devono assumere la responsabilità di pagare rate a 20 o 40 anni". Ed è anche vero che negli ultimi decenni le tavole di mortalità sono state tutte sistematicamente superate dall'allungamento della vita. È certamente vero che non c'è gran concorrenza fra le imprese assicurative su questo fronte. "Non c'è alcuna tradizione di rendita nel nostro Paese, come c'è invece nei Paesi anglosassoni", spiega Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza, il centro tecnico di previdenza e assistenza complementare. Gli unici Fondi pensione, del resto, dove si vede una seppur piccola quota di trasformazione del capitale in rendita sono quelli più antichi. Negli strumenti di nuova generazione la pensione aggiuntiva è quasi inesistente. "La mancanza di utilizzo e tradizione delle rendite produce di per sé una scarsa concorrenza. Nei Paesi anglosassoni le compagnie si fanno concorrenza anche sui coefficienti di conversione. Però diciamo la verità: non è questa la vera ragione per cui pochi italiani preferiscono avere una pensione aggiuntiva", aggiunge Corbello. Già. Questi fondi pensione non sono mai diventati, finora, pensioni di scorta o di "secondo pilastro", come si diceva negli anni '90, quando la nuova cornice giuridica fu creata. Non lo sono mai stati, per la verità, neppure i fondi preesistenti, che tuttavia hanno un vantaggio: possono legalmente erogare gli importi accumulati direttamente sotto forma di capitale al momento della pensione. Mentre per i nuovi fondi sarebbe obbligatorio, teoricamente, prendere almeno la metà sotto forma di rendita. "E comunque - è la considerazione di Corbello - anche tra i preesistenti scopriamo che le rendite sono in gran parte concentrate in soli due fondi: quello dei dirigenti industriali (Previndai), e in quello dei dirigenti del commercio (Mario Negri)".
La poca tradizione per la rendita
In effetti in Italia non soltanto le compagnie ma anche i lavoratori iscritti ai fondi non hanno alcuna tradizione per la rendita. Sono abituati al Tfr, che offre un capitale, e riproducono la stessa abitudine con i fondi pensione, bypassando con vari marchingegni giuridici del tutto leciti, anzi favoriti dal legislatore, l'obbligo di prendere la metà in pensione integrativa. "Io credo che tutto questo sia però destinato a cambiare", spiega Libero Giunta, responsabile Finanza di Cometa, il fondo dei metalmeccanici. "Finora le pensioni di base sono state relativamente alte, ma entro pochi anni arriveranno i nuovi pensionati col solo contributivo e sarà più chiara la necessità di avere un'integrazione". Ma come si fa a bypassare il vincolo parziale della rendita? Prima di tutto è possibile ottenere anticipi (per compare casa o per cure) e riscatti (quando si cambia lavoro) svuotando quasi del tutto il montante. C'è poi una previsione generale: quando il 70% del montante dà luogo a una rendita inferiore all'assegno sociale mensile (oggi 503,27 euro) si può chiedere il capitale. Ciò accade, secondo calcoli attuariali, quando il capitale accumulato è sotto i 93.464 euro. Una cifra abbastanza alta da raggiungere (oggi il montante medio dei fondi pensione negoziali è di 16.530 euro). Infine, in anni recenti è stata introdotta la Rita, una forma fiscalmente agevolata di restituzione del capitale in quattro rate, che ha la forma giuridica di una rendita.